Viaggi al centro del suono

Di Bowline, recente progetto a quattro mani (con relativo disco d’esordio omonimo) dietro al quale si nascondono il portoghese David Maranha (Osso Exótico) e il nostro Francesco Dillon (dell’ensemble da camera AlterEgo), ci era piaciuto, più di ogni altra cosa, il peso specifico materico del suono che un violoncello evidentemente preparato riusciva ad emanare lungo il periglioso corso di quattro brani ondivaghi ed ipnotici. A tratti canto disperato, a tratti orografia incerta di un paesaggio montuoso sin troppo frastagliato, quel suono rimaneva pur sempre oggetto, e pure dotato di “concretissima compattezza”, per rubare un’espressione a Massimo Mila.

Abbiamo chiesto a Francesco cosa si cela dietro alla trance riduzionista (così la definiva il nostro Stefano Pifferi in sede di recensione: vedi SA pdf #43) di Bowline, a quale metamorfosi del moderno sia dovuto andare incontro il suono angelicato di uno strumento di così nobile tradizione per inventarsi simili involuzioni. «L’ incontro con David è innanzitutto il mio incontro con la sua musica, e quella del suo gruppo Osso Exótico, risalente a qualche anno fa, ai tempi di Circumscrita (Namskeio Records, 2000). Molto interessato anche a delle piccole partiture presenti in altri cd, gli ho scritto una mail ed è iniziato un simpatico scambio di idee e di cd. Solo dopo qualche anno, complice una tournée portoghese del mio gruppo AlterEgo, ci siamo incontrati, con strumenti e tutto, nella sua bella casa-studio a  Lisbona, intenzionati a suonare e vedere cosa sarebbe successo».

Per ammissione dello stesso Francesco, il suono di Bowlineè stato espressamente trattato come materia viva e cangiante, infinitamente malleabile, come materia dall’impatto non certo solo intellettuale, ma emotivo, tangibile, fisico, esplicito omaggio ai viaggi al centro del suono tridimensionale di Giacinto Scelsi, compositore amato, e molto spesso eseguito, dal violoncellista. «David aveva una ottima idea di partenza per il "suono" di Bowline: abbiamo registrato il cello da un canale "pulito" e da uno distorto e passato tre pomeriggi insieme a improvvisare, io a sovraincidere violoncelli e Maranha a modificare in tempo reale il mio suono con feedback e tremolo. Il risultato ci ha entusiasmati entrambi: sembrava avessimo un’idea comune di musica senza aver scambiato troppe parole riguardo a ciò che si sarebbe fatto. Nei mesi seguenti lui ha aggiunto qualche traccia di hammond distorto, violino e glass harmonica e lo scambio è ritornato epistolare e "virtuale". Ci scambiavamo commenti su quello che si andava ad aggiungere e su ritocchi conseguenti. Adesso per entrambi la voglia è di suonare live e confrontarci con la dimensione del concerto».

La voglia, ci pare di capire, è di giocare con una materia sfuggente ma al tempo stesso ottusamente oggettuale, manipolarla, quella materia, interpolarla, «nuotandoci, affondandoci, affogandoci dentro», interagirvi a livello fisico, tramite i gesti dell’improvvisatore. Ma l’improvvisatore, qualunque sia il suo grado di originalità e la sua potenza inventiva, è sempre al contempo, immediatamente, creatore ed interprete della propria creazione, come ci ha insegnato certa musica del Novecento. E allora, se gli si chiede quanto si sia sentito esecutore e quanto compositore nel caso di Bowline, Francesco Dillon, un musicista di formazione classica, risponde così: «In effetti ho studiato molti anni composizione con Salvatore Sciarrino, per cui in me è sempre presente la relazione con la scrittura. Diciamo che sposo in pieno la definizione, per Bowline (e in generale per le mie scorribande improvvisative), di composizione istantanea; seppur la musica sia nata in  modo molto istintivo e libero, abbiamo sicuramente cercato di organizzarla e di darle una forma controllata. In generale comunque non vedo uno iato fra il ruolo del compositore e quello dell’interprete, immagino anzi una integrazione fra le due parti, entrambe assolutamente necessarie; grazie alla formazione classica che ho avuto, sento il ruolo dell’interprete non meno creativo rispetto a  quello del compositore».

Nato a Torino nel 1973, Francesco Dillon inizia a studiare violoncello presso il Conservatorio “L. Cherubini” di Firenze, diplomandosi sotto la guida di Andrea Nannoni. Ben presto, all’attività dell’esecutore, affiancherà lo studio della composizione: «Appena ho potuto, verso i 16 anni, agli studi di violoncello ho affiancato quelli di composizione con Salvatore Sciarrino». Periodo fondamentale, quello passato sotto l’ala protettiva del compositore siciliano, «perchè davvero si guardava alla musica con uno sguardo senza preclusioni e contemporaneamente si sperimentava sulle nuove tecniche con lui e con i giovani compositori compagni di classe». Uno di quegli incontri decisivi che avvicinano un’artista di formazione classica alla musica sperimentale, ad un universo  che sembra ancora correre parallelo – senza mai incontrarlo – a quello accademico, dotato di sue proprie leggi, di sue proprie convenzioni estetiche e stilistiche, ancora colpevole di una certa chiusura.

«Cresceva chiara in me la necessità, quasi etica o se vuoi addirittura "resistente", di considerare la musica come un organismo vivo. Di non erigere barriere, ma, anzi, di sviluppare e incrociare coscientemente e continuamente le esperienze classiche e quelle contemporanee. Quelle leggi, davvero restrittive, di cui parli, per me non sono mai esistite». Vi è anche una disciplina dell’improvvisazione, oltre che una fede, nell’improvvisazione, conquistare le quali, invece, per il giovane Dillon, è costato fatica: «proprio perchè cresciuto con una fede totale nella composizione scritta. Si è trattato di un lasciarsi andare graduale anche grazie ad una serie diincontri disseminati negli anni: esecuzioni di pezzi "aperti" (In C di Terry Riley con Riley stesso, varie volte negli ultimi anni; Cobra di John Zorn con lui alla direzione e un supergruppo italo americano – Joey Baron, Ikue Mori, Alvin Curran, Stefano Scodanibbio, ecc. -), e dialoghi e suoni incrociati nel tempo con Giuseppe Ielasi, David Maranha, Dean Roberts; progetti con Matmos, Pansonic, Scanner con i quali ovviamente il linguaggio comune non è quello tradizionalmente notato».

Quello che per qualcuno potrebbe semplicemente essere l’ideale cui mirano come per asintoto singole personalità artistiche illuminate è però forse l’inevitabile e magari impercettibile traguardo di un processo storico-culturale in cui noi tutti siamo (più o meno consciamente) immersi: «Sembra davvero di andare inevitabilmente in direzione di un abbattimento delle barriere, ma bisogna farlo con controllo, gusto, intelligenza e cultura ed evitando facili demagogie. Sono molto interessato a cercare forme di dialogo fra musiche di diverse estrazioni, ma di uguale "radicalità" e intensità. Cosa che oggi è molto facilitata dall’accesso immediato, soprattutto grazie alla rete, che abbiamo verso mille mondi musicali diversi. Rifiuto però certi aspetti più superficiali della "contaminazione" tanto in voga oggi; quegli aspetti che finiscono per creare quella confusione totale per cui un Giovanni Allevi viene, nella visione di massa, considerato un esponente della musica classica contemporanea o comunque un "compositore" come, e magari molto più rappresentativo di uno Sciarrino».

Oltre ad aver inciso due rari lavori per violoncello e orchestra ancora inediti che presto usciranno in cd – le Variazioni di Sciarrino e la Ballata di Scelsi registrate in tempi diversi con la Orchestra Nazionale della RAI di Torino -, Francesco è parallelamente tornato a scrivere di proprio pugno dopo un lungo periodo di silenzio («avendo ricevuto una "commissione" da un ottimo trio di violoncelli tedesco, il Cello trio Blu»). Alla preparazione di un nuovo disco Bowline, alterna collaborazioni con gli "improvvisatori" RDW (in uscita con bel cd su Sedimental) ed (etre), ed un programma di nuove composizioni per AlterEgo di musicisti di area elettronica e improv che si cimentano con la scrittura o con la strumentazione classica: «le presenteremo in autunno a Ultima festival di Oslo e alla Biennale di Venezia. Sono coinvolti Carsten Nicolai (aka Alva Noto), Deathprod, Olivia Block, William Basinski, Scanner, Biosphere. E’ un progetto che ci stimola moltissimo ed è un po’ il punto di arrivo di una esperienza sviluppata negli ultimi anni con il gruppo, che ci ha visto lavorare con PanSonic, Matmos, Scanner, Philp Jeck, nella convinzione che ci sia una vitalità e una radicalità di pensiero nelle loro musiche che rappresenta ed esprime la contemporaneità altrettanto bene quanto la musica classica contemporanea».

Ne torneremo a parlare presto, ma se la vitalità artistica dei singoli componenti dell’ensemble da camera AlterEgo si esprime con altrettanta esuberanza, si fa presto a capire perché i più illustri compositori contemporanei siano così lieti di affidare al quintetto le proprie creature. Se ancora non ne foste convinti: «con AlterEgo è in programma una settimana, a fine ottobre, con un concerto al giorno nella spettacolare cornice della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, ospite Alvin Lucier (e le creazioni visuali di Maurizio Mochetti). Il tutto culminerà nella la prima di un nuovo quintetto».