Gregorio Sanchez, foto di Stefano Bazzano (2020)

Viaggiare dalla cameretta, l’eleganza intima di Gregorio Sanchez

Dalla sua cameretta Gregorio Sanchez osserva i piccoli momenti quotidiani: li scruta con sguardo intimo, ne ride con piglio ironico e li mescola a viaggi sospesi e immaginari nel suo primo album, uscito lo scorso 4 dicembre per Garrincha Dischi. Dall’altra parte del mondo è ricco di suggestioni e ritratti, di fantasie e di fotografie della realtà: l’obbiettivo inquadra storie di amici, «boschi verticali e montagne orizzontali», momenti di solitudine e scorci di città, evocati tramite arrangiamenti eleganti e soffusi e una voce quasi timida ma per questo sincera.

Gregorio è bolognese ma la tradizione cantautorale del capoluogo emiliano la scopre successivamente, dopo essersi innamorato, al ritorno da un periodo di vita in Austria in cui scopre l’affascinante malinconia dei Kings of Convenience e di Bon Iver. Gli echi di questi importanti progetti indie-folk internazionali trovano naturale collocazione nelle dieci canzoni di un disco che, al contrario di quel che potremmo aspettarci, non si adagia su una patina flemmatica, bensì incrocia momenti di buonumore e sorriso. Se vogliamo il suo è pop da cameretta, non certo da stadio. «Per me la camera è come una scatola – racconta il cantautore a SA – gli input sono gli avvenimenti della vita quotidiana, gli output sono le divagazioni fantasiose. Fortuna che c’è la fantasia, anche perché se ci fossero solo gli input di Milano, questo sarebbe un disco che parla dell’asfalto dei soldi e della pioggia».

Foto di Stefano Bazzano

Eppure Milano tra le parole del disco c’è eccome, da San Giuliano a Pesce Lesso fino a Bosco Verticale, con quest’ultima a centrare un bel gioco di parole in un ritornello accompagnato da solari fischiettii: «Milano mi ha aiutato a scrivere per due motivi: ti lascia molto tempo per stare da solo e questo per me è essenziale. L’altro motivo va oltre la città: quando mi trasferisco in un posto nuovo cambio la realtà in cui esisto; aumenta la volontà di volerla capire e per spiegarmela meglio me la devo descrivere. In breve cambiare città mi fa venire voglia di scrivere».

Avere tempo per stare da soli significa, per ognuno, fare i conti con la solitudine. Gregorio guarda La Ballata di Buster Scrugs, il western in sei storie dei fratelli Coen, prima di scrivere Indiani, un pezzo dalla delicatezza struggente, molto boniveriana, in cui la parte «Volo / ogni angolo di cielo sento un suono / segreti che nascondo con la faccia / ma quanto sono lunghe le tue braccia» è emblematica per la visione di una solitudine come rapporto: «È come uno di quei rapporti disfunzionali  – prosegue Gregorio – in cui vedi coinvolte due persone che insieme si fanno del male, ma appena si staccano idealizzano e si mancano. Sono rapporti da cui sarebbe meglio stare lontani ma, al contempo, ti danno molte storie da raccontare, che è poi il motivo per cui esistono. La cosa su cui rifletterò dopo questa domanda è che considero la solitudine come un rapporto a due, me ne sono appena reso conto».

Riflessivo e introspettivo, il cantautore apre le porte alla sua intimità senza paura di apparire debole. La title-track si apre con l’affermazione «So solo scrivere canzoni tristi / ma in generale tendo a essere felice con la gente», una sorta di manifesto della sua personalità («Beh ai tempi in cui l’ho scritta decisamente sì. Ora ho ridotto parecchio le interazioni umane e di conseguenza anche i sorrisi. Poi adesso se sorridi manco si vede. Comunque trovo che essere di malumore sia un po’ sottovalutato, soprattutto nel mondo del lavoro, viene preso come una debolezza»).

Gregorio è un musicista e il mondo del suo lavoro, come quello di tutti i suoi colleghi, ha più di un motivo per mostrare malumore. I concerti sono fermi da ormai otto mesi se si esclude la parentesi estiva con pochi spettatori, mascherati e distanziati. L’artista ci ha raccontato come sta passando questo periodo in cui la musica live passa solo dagli schermi: «Detesto i Live 2.0 o come diavolo si chiamano – ci confessa – Non mi piacciono le dirette IG, i live in streaming e tutto quello che per necessità si sta tentando di inventare. Posto questo, avevo appena cominciato, ero riuscito a fare un paio di live e poi ciccia. Non lo so, è strano, vorrei dire che non vedo l’ora di salire su un palco ma la verità è che dopo tutto questo sono terrorizzato dall’idea, ormai sono ostaggio della vita domestica, tipo sindrome di Stoccolma».

Una vita tra quattro mura sicuramente costellata di ascolti, come quelli alla base del debut album: «Nella realizzazione di questo disco mi sono accorto a posteriori di avere coltivato maggiormente un tipo di ascolti, direi il filone che parte da Elliott Smith, Nick Drake, Kings of Convenience, Bon Iver. Non che facciano la stessa cosa, per carità, ma se dovessi dividere i miei ascolti in due stanze loro sarebbero nella stessa. Dei più recenti, nella stessa stanza metterei Frank Ocean, Mac Miller, Whitney e Loving».