We Are Family

Sono le undici di una mattina sperduta nella provincia bolognese, dalle parti della Porrettana, vicino all’autostrada.
Ho seguito i quattro Akron/Family per due giorni, in occasione della data di Bari e di quella di Bologna, osservandoli alle prese con un estenuante tour europeo. All’indomani del concerto del Covo, sono pronti a issare le vele virtuali del loro furgone per salpare verso i lidi romani; ed io mi preparo a salutarli mentre il blu del loro (pare, scomodissimo) veicolo scompare tra le rotonde delle principali.

Ci fermiamo a un bar dall’aria poco amena, vicino un distributore di benzina, e tutti si prendono un espresso e ne ordinano a ruota un altro: “lo sai, ci sono band che fumano un monte di marijuana, o band che bevono fino ad andare in coma etilico tanto perché hanno da bere gratis; noi siamo diversi. Noi beviamo caffè. E’ quella la nostra droga ufficiale!” mi aveva detto Ryan Vanderhoof, chitarrista e quasi lead singer della Family. E del resto, Seth Olinsky, secondo chitarrista e polistrumentista che dietro gli occhiali nasconde degli occhi grigi scintillanti, oltre a fare il musicista lavora a tempo perso in un caffè di Brooklyn in cui dice di trovarsi molto a suo agio. “Peraltro mangiamo tutto il tempo, specie a colazione, quando siamo a casa, negli Stati Uniti” specifica quest’ultimo “ci siamo ribattezzati Snack-ron/family”.

Dana Jansenn, batterista composto e chic anche nelle prime ore spaccaossa della mattina, si gira una sigaretta e mi domanda come si domanda il prezzo in italiano. Gli altri tre – seguiti dal fedelissimo e torvo guidatore olandese del loro mezzo di locomozione – hanno un aspetto arruffato. Sono molto stanchi. E’ il primo anno che si trovano ad avere a che fare con le bellezze e le nefandezze del passare la vita tra una città ed un’altra, tra un confine e quello che subito gli succede sulla cartina. Miles Seaton, bassista scalmanato che adora fare sketch da pirata fingendo gamba di legno e rivolo di bava dalla bocca, mi aveva già confessato di avere “il cervello spappolato. Non è una bella sensazione, sai? Mi sembra che le mie facoltà mentali si siano preservate quel tanto che mi serve a suonare. Per il resto finisce che ci troviamo a farfugliare delle cose senza senso tra di noi, come se le nostre funzioni vitali si fossero ridotte all’essenziale: mangiare, dormire, andare in bagno, suonare. Io mi sento regredito. Tutti questi stimoli diversi, queste facce sempre diverse di luogo in luogo, finisce che mi stonano. Non mi lamento, è chiaro. Tutto questo è splendido, molto più di quanto ci siamo mai aspettati. Però siamo distrutti, si. E non è che l’inizio. Dopo Bari, Bologna e Roma resteremo in Italia ancora un po’. Ci facciamo Tarcento, Bergamo, Padova e poi andiamo a Londra. Suoniamo all’Astoria. E sai per chi apriamo? Devendra Banhart! Dovremo essere bravi a scaldare la folla per lui. Cercheremo di essere cazzoni e rumorosi come meglio possiamo”.

Già, Devendra Banhart. Non esattamente uno qualsiasi dei nomi che accompagnano la nascita del giardino dell’alt.folk newyorkese negli angoli meno nascosti delle strade di una Brooklyn in crescente fermento – anzi, sicuramente il più fortunato dei nomi scovati dalla mente dell’angelo/demone della luce, l’ ex “cigno” Michael Gira, che dopo l’esperienza decennale nelle sue band ha canalizzato le sue forze nella scoperta di nuovi talenti. Secondo Seth “è inutile continuare a sparlare di Devendra. Tutto questo dire che è peggiorato, che si è esaurito, che non fa ripetersi, mi dà un po’ sui nervi. Non credere che lo conosca bene, perché così non è. Questa storia della ‘scena’ newyorkese è ridicola; non so cosa pensi la gente, ma ‘noi’ della Young God e tanto meno ‘noi’ a Brooklyn non facciamo feste in cui ci sbronziamo e ci diamo a baccanali VIP o cose del genere. Spesso a malapena ci siamo visti: magari una volta ad un concerto, ci siamo presentati, abbiamo scambiato due parole. Nient’altro. Non è che fare parte dello stesso movimento, se un movimento esiste, fa automaticamente di te il migliore amico di quell’altro. Musica o non musica, è come nella realtà – semplicemente a certe persone ci si lega ed a certe no. Nel caso di Devendra, ti ripeto che non lo conosco. Però penso che dovremmo un po’ smettere di prenderci in giro: in lui c’è qualcosa di più della musica. E’ bello, per dirne una. Non si riesce a smettere di guardarlo quando è su di un palco. Cioè, io non riesco, ad esempio.

E’ questione di carisma. Magari c’è gente che fa musica migliore della sua, o fa meglio la stessa musica, ma non è Devendra. Non vedo che problema ci dovrebbe essere ad accettare questo”. Gli chiedo cosa ne pensi, del resto di questo movimento che pure non esiste. E mi risponde che “gli Animal Collective sono favolosi. E chi altro c’è? Ho l’impressione che tu ne sappia molto più di me delle band newyorkesi”. Non so, Joanna Newsom o le Cocorosie. “Joanna la conosco pochissimo, è davvero bella…credo che sia la donna di Smog, quel furbacchione (che mi piace molto). Le Cocorosie non mi fanno impazzire. Ma Bianca sta ancora con Devendra?”. E per il resto, sono curiosa. “Adoro gli Oneida” mi dice, ed io penso anche che dal vivo la Family condivida anche più di qualche elemento con loro. Ma non mi accontento. Per curiosità, voglio sapere cosa ne pensa dei Clap Your Hands Say Yeah, il fenomeno di Brooklyn del momento. Seth arriccia il naso e sbuffa con eloquenza, poi scuote la testa. “La fama ha le sue proprie coordinate. Hai presente gli Interpol, vero? E hai presente i Calla?” Rispondo che si, conosco entrambi; i secondi peraltro sono stati, anche loro, scoperti dal buon Gira. “Beh, il cantante dei Calla è un mio amico. Ci credi che all’inizio gli Interpol andavano in tour assieme e aprivano per i Calla? E poi guarda che è successo”.

Ad ogni modo, pare che il pupillo d’oro Devendra Banhart sia stato rimpiazzato nel cuore coriaceo di Gira proprio da loro: gli Akron/Family, la nuova e luccicante perla della sua Young God Records. Un gioiello così unico che l’ex Swan ha deciso di tenerli con sé a tempo pieno, facendosi da loro accompagnare in tour come componente fissa della sua band (li si può ascoltare in Sing “Other People). “Non credo di aver fatto una sola intervista nella mia vita in cui non mi sia stato chiesto di parlare di Micheal” gesticola Miles. E continua “lui è straordinario. Io non posso che ammirarlo. Oramai è sposato, ha la sua età. Abbiamo fatto poche date con lui perché credo che il suo cachet sia piuttosto alto e del resto se non ce lo ha lui un cachet alto…è in giro da una vita. E’ un genio. Io non posso essere che commosso pensando fino a che punto lui ci ha sostenuti ed elogiati in questi due anni. L’hai letta la pagina della Young God che ha scritto lui? Cioè, lui non è un giornalista. Non ha lo stesso sguardo su di noi che, ad esempio, puoi avere tu. Lui ci conosce, siamo giovani e inesperti per lui, voglio dire, abbiamo vent’anni e qualcosa a cranio; perciò è quasi paterno, è onesto, completamente spontaneo. Se qualcosa non va, non si fa problemi a rimproverarcelo ed il fatto è che è nella posizione di farlo non solo perché ha il dovere di essere più onesto degli altri, ma perché capisce fino in fondo quello che facciamo. Può dirlo, insomma, deve. Io, personalmente, gli sono attaccatissimo ma ti direi una cazzata se fingessi che è una persona facile da gestire. E’ un uomo incredibilmente intenso e forse io negli Akron/Family più degli altri ho avuto dei problemi a relazionarmi alla sua intensità. Non so, lo vedi come sono, anche sul palco. Sono esibizionista, mi piace divertirmi, fare ridere, sorridere la gente; non so. Lui è una persona affabilissima, ma anche molto cupa. Ha qualcosa negli occhi che tradisce la sua facciata, quasi sempre impeccabile. E’ bello, non trovi? Ed ha 52 anni!”.
Più tardi, restando più o meno sull’argomento, faccio notare a Seth che su quella famosa pagina web del sito della Young God Records, nella descrizione che il santo patrono Gira fa di loro viene menzionato ed attribuitogli un modo di suonare particolare, quasi mistico; si chiama “AK-AK”. Gli chiedo cosa voglia dire esattamente e se è vero. Lui ride e mi risponde che “no, non vuole dire assolutamente niente, è una cosa che non esiste”. Un po’ stupita replico cosa mi avrebbe risposto alla domanda se gliel’avessi fatta in un’intervista formale e senza battere ciglio replica “ti avrei detto la stessa cosa; è uno scherzo!”.

Mentre, a saluti ultimati, mi allontano nella mia macchina in rotta verso il centro di Bologna, mi sembra di essermi costruita un’immagine mentale abbastanza nitida di questa famiglia così fuori dagli schemi. Sebbene manchi un legame di parentela tra i quattro componenti, mi è parso che tra di loro esista una vera e propria alchimia caratteriale e persino fisica. Superata la fase delle lunghe barbe degli esordi e dell’uscita dello splendido S/T, dai quattro volti invernali coperti da cappelli e quant’altro delle foto promozionali sono emersi i visi da ventiduenni/venticinquenni di tutti i componenti. Ed i loro bei sorrisi nutriti dalla parlantina sciolta classificano ognuno di loro maniera differente: Dana, sincopatissimo dietro la grancassa, è classy, ha sempre un po’ il piglio del lord inglese (le ragazze gli cadono ai piedi!); Miles è il più divertente ed il più divertito ed è energetico, chiacchierone, vivace; Ryan è il “bello” della band ma è anche il più calmo, il più dolce; anche Seth è molto tranquillo e sebbene possa apparire a prima vista il più introverso e complicato è in realtà solido, loquace e spiritoso. In altre parole, si tratta di individui diversi, che si completano a vicenda e che a ben guardare formano un unico temperamento multi-sfaccettato, complesso, difficilmente descrivibile a parole. ma poco importa: è sufficiente ascoltare la musica eloquente di questi Akron/Family, dalla cui tavolozza nascono dipinti sonori ora figurativi ed ora astratti, nei quali, così come dovrebbe essere, i quattro colori principali si confondono in sfumature inedite, rare e per lo più ineffabili.

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