When I’m 60: intervista esclusiva a Federico Guglielmi (con sorpresa)

In un pomeriggio di marzo mi arriva un messaggio da Federico Guglielmi. Lo conosco da quando iniziai a collaborare col Mucchio Selvaggio, nel 2001. Da allora sono cambiate molte cose, a partire dal fatto che il Mucchio – ahimé – non esiste più. Federico però aveva lasciato già da un pezzo a causa di quelli che potremmo definire “contrasti insanabili con la direzione del giornale”. Non per questo ha smesso di fare ciò che sa fare benissimo, anzi: scrive di musica per varie riviste (Audioreview, Classic Rock, Blow Up…), pubblica libri (l’ultimo in ordine di tempo è Roma Brucia, una storia della scena punk della Capitale), gestisce un blog (L’Ultima Thule, premiato due volte con la Targa Mei). Ogni tanto capita di scambiarci qualche messaggio. Come è accaduto in quel pomeriggio di marzo. Il messaggio in questione però non è come gli altri. Federico mi dice, per farla breve: ascolta un po’ questo. E mi passa una traccia da ascoltare. Questa:

È una cover di Media Control, pezzo del 1978 firmato dai californiani The Nuns. La rilettura è ottima, tirata, aggressiva. Gli autori sono tal Freddie Williams, il vocalist, accompagnato dai romani Plutonium Baby. Freddie è, ovviamente, Federico. Trasecolo, ma neanche troppo. Federico mi spiega che si tratta di una cosa nata così, per gioco, un EP di quattro pezzi – intitolato You Said I’d Never Make It da fare uscire in coincidenza del suo sessantesimo compleanno che cade il 18 aprile. Un gioco che, penso io, chiude cerchi, cuce assieme passione, desideri e realtà.

Penso ai tanti cortocircuiti tra scrittura e musica, in primo luogo ovviamente a Lester Bangs (che provò da solista e in progetti diversamente estemporanei come i Birdland e i Delinquents), o a Nick Kent (chitarrista per i London SS), ma anche ai casi Lenny Kaye, Robert Palmer (il critico di Rolling Stone), Chrissie Hynde, Ira Kaplan… Tutti casi peculiari che in qualche modo mettono in discussione il luogo comune che recita: “il critico musicale è un musicista che non ce l’ha fatta”. Ci pongono cioè di fronte a un fatto enigmatico ma ineludibile, ovvero che certi percorsi seguono ragioni che la ragione non sempre conosce, anzi quasi mai.

Federico mi dice che vorrebbe parlarne. Di cosa? Di tutto. Dei suoi sessant’anni, dei quattro decenni e passa dedicati a dare forma e sfogo alla sua passione, di questo sfizio musicale che si è voluto togliere (ma sfizio non è il termine giusto), della sua carriera finora insomma e di ciò che c’è ancora in ballo. Insomma, di tutto. Gli rispondo: “non chiedo di meglio”.

Nei giorni successivi è nata l’intervista che segue, nella quale sono entrate molte cose, compresa la sensazione che ci sia tantissimo altro da dire, da raccontare.

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Innanzitutto auguri e complimenti: a sessant’anni avere il rock come riferimento centrale della propria vita e continuare a essere un riferimento per chi ama il rock non è affatto male, no? A vent’anni immaginavi che dopo quattro decenni avresti ancora ascoltato e scritto di rock, e che sarebbe stata addirittura la tua professione?

No, figurati. Benché avessi iniziato con la radio quando non avevo ancora diciassette anni e con la scrittura subito dopo averne compiuti diciannove, non avrei mai potuto ipotizzare un percorso del genere. Avevo la percezione che gli ascolti, la letture e le visioni mi avrebbero accompagnato fino alla fine dei miei giorni, ma l’idea di farne una professione, e per così tanto tempo, non mi sfiorava neppure. Al di là di quelle che possono o non possono essere le mie qualità, sono stato molto fortunato ad avere alle spalle una famiglia che, pur non condividendo nemmeno un po’ le mie scelte, non mi ha ostacolato e, anzi, mi ha persino aiutato quando ne ho avuto bisogno. Senza i miei genitori e mio zio sarei di sicuro un’altra persona.

Il primissimo pezzo pubblicato su carta non si scorda mai. È vero anche nel tuo caso?

Oh, si. Specie per lo stile legnoso e didascalico, oltre che per la quantità industriale di refusi aggiunti nel passaggio dal mio foglio dattiloscritto alla stampa. Era la recensione dell’unico album dei Tin Huey, una stravagante band new wave dell’Ohio, e uscì sul n.21, luglio/agosto 1979, del Mucchio Selvaggio. Un meraviglioso concentrato di ingenuità, semi-incapacità ed entusiasmo.

Non ho vissuto i Seventies, ho dieci anni meno di te, ricordo però come ancora negli edonistici Ottanta ottenere informazioni e dischi era una specie d’impresa. Credi che la facilità di incrociare dati e ascolti di oggi abbia cambiato anche la comprensione – e quindi la narrazione – delle sorti del pianeta musica?

Era difficile, è vero. Spesso difficilissimo, a volte quasi impossibile. Per acquisire “la conoscenza” andavo un paio di volte all’anno a Londra e scrivevo come un indemoniato a qualsiasi indirizzo mi capitasse sotto gli occhi di fanzine, etichette e band per ottenere notizie e dischi… ho ancora decine di lettere ricevute da gente come Mike Watt, Chris Desjardins, Vale di Search & Destroy, Brett Gurewitz, Glen Danzig, Jeff Nelson, Bruce Pavitt. Prima dell’apertura di Disfunzioni Musicali, a Roma trovare certi oscuri dischi di punk e new wave era un’impresa, e per risolvere almeno in parte il problema mi accordai con i titolari di un negozio chiamato Rock Set per ordinare materiale negli Stati Uniti; all’epoca nemmeno esisteva il fax, bisognava telefonare, e dato che con l’inglese me la cavavo abbastanza, riuscivo a gestire tutta la cosa. La mia pretesa, inderogabile, era che mi occupassi personalmente dell’apertura dei pacchi, per non rischiare che qualcosa mi sfuggisse.

Dopo questa divagazione, la risposta alla tua domanda è un “sì”, ma di quelli roboanti. È cambiato tutto, si trova di tutto su chiunque, e questo ha influenzato tutto. Prima il problema erano le fonti, adesso è capire quali siano più attendibili in un marasma di vaccate figlie di traduzioni sbagliate, supposizioni divenute chissà come mai “verità”, leggende metropolitane; prima era obbligatorio fornire un minimo di dati essenziali sull’artista e la sua carriera, mentre adesso si può anche evitare; prima dovevi descrivere i dischi nel modo più accurato possibile, perché sapevi che molti li avrebbero potuti acquistare solo a scatola chiusa, mentre oggi puoi anche essere più generico. Non parliamo poi dell’ascolto: prima, con le opzioni assai più limitate, si tendeva a cercare e approfondire ciò di cui si veniva a conoscenza, mentre oggi la tendenza generale sembra essere quella del pescare a strascico e fidarsi del primo assaggio per passare subito ad altro. Fatte salve le eccezioni, per fortuna ancora numerose, nei confronti della musica mi pare ci sia meno attenzione, meno rispetto. Che poi parecchia della musica che circola oggi non lo meriti, il rispetto, è ovviamente un’altra faccenda.

Al di là della retorica del “forever young”, un aspetto cruciale del presente a mio avviso è come il rock stia vivendo la sua maturità. Quando hai iniziato a scrivere di musica il rock aveva poco più di vent’anni, più o meno come te. Adesso, pur tenendo conto del ricambio fisiologico dei suoi protagonisti, il rock non è più musica “per giovani”, nel senso che appartiene a più generazioni e quindi ha allargato lo spettro dei suoi interessi, la profondità e le implicazioni dello sguardo. Questo aspetto può essere una causa della sua perdita di centralità (a vantaggio ad esempio dell’hip-hop) rispetto all’immaginario collettivo?

Quando ho iniziato ad ascoltarlo io, all’inizio degli anni ’70, il rock era la musica dei ragazzi, in qualche modo contrapposta a quella dei loro genitori. Adesso quei ragazzi sono diventati a loro volta genitori e in qualche caso – io, per esempio – addirittura nonni, e inevitabilmente una buona parte dei “giovani d’oggi” non riesce a riconoscersi nella musica dei loro genitori e dei loro nonni, ha bisogno di altro. C’è però da dire che il rock possiede una sua forza primigenia che lo rende transgenerazionale, immediatamente riconoscibile come “fico” da parte di qualsiasi pischello: fai ascoltare a un dodicenne i Clash o i Ramones e, se non hanno già sviluppato una passione a qualche altro genere “moderno” è molto probabile che ne saranno colpiti. Il rock rimane, di indole, musica ribelle; alcuni genitori rockettari riescono a trasmettere la loro passione ai figli, ma magari oggi è più probabile che un ragazzino si metta ad ascoltare rock se i suoi genitori ascoltano altro o non ascoltano affatto. Comunque è abbastanza scontato che il grande numero di altre musiche emerse negli ultimi quarant’anni abbia sottratto al rock il suo spazio dominante, rendendolo meno centrale.

Tra le molte interviste che hai realizzato – a proposito: le hai contate? – a quale ti capita di ripensare più spesso? Se credi, indica la più strana, quella più prestigiosa, quella che ti ha emozionato di più eccetera.

Il numero preciso non lo so, ma a braccio, aggiungendo quelle in radio a quelle su carta, direi tra le novecento e le mille. Andando a memoria, ricordo con molta emozione i faccia a faccia con Nick Cave, gli Smashing Pumpkins nella formazione più classica, i Social Distortion e Marianne Faithfull. La più divertente che ricordi è stata con Mani di Stone Roses e Primal Scream, simpaticissimo. Nel settore “prestigiose” direi Michael Stipe e Mike Mills nel 1991, Jeff Buckley nel 1995 e Francesco Guccini – per ben quattro ore al mitico indirizzo di Via Paolo Fabbri 43 – nel 2001. La più strana, una delle pochissime a essere rimaste inedite, è stata quella con Thurston Moore e Lee Ranaldo dei Sonic Youth, assieme, nella prima metà degli anni ’90: erano scazzati, davano risposte senza senso e siamo quasi andati a mandarci affanculo. Il materiale raccolto era impubblicabile e infatti saltò la copertina di Rumore.

Torniamo agli anni Ottanta: le scene di Bologna, Firenze, Pordenone, Roma… Sinceramente, a viverle in tempo reale non veniva da credere che fossimo sul punto di metterci sullo stesso livello degli angloamericani?

Sinceramente lo speravo, ma sapevo che il divario era ancora enorme… magari non a livello di creatività pura, perché quella non mancava, bensì di possibilità di far sì che essa si traducesse in prodotti all’altezza. All’epoca fui tra quelli che più si sbilanciarono a favore del rock nazionale, anche eccedendo in entusiasmi… entusiasmi che però si dovevano esternare, perché altrimenti quasi tutto sarebbe passato inosservato dato che il pubblico italiano di quel periodo era per lo più molto, molto esterofilo. Lo ammetto, quando negli anni ’80 scrivevo di italiani ci mettevo scientemente una maggiore enfasi, perché desideravo fortissimamente che la scena guadagnasse quel seguito che le era indispensabile per crescere ancor di più e acquisire professionalità. Non rinnego nulla, ma a rileggere certe esaltazioni, almeno in alcuni casi, un po’ sorrido.

Qualcosa di simile è accaduto anche dieci anni più tardi con l’infornata Casino Royale, Marlene Kuntz, Afterhours, Scisma… Quanto ti ha preso, al di là della sfera professionale, il rock anni Novanta italiano?

Sebbene fossi “già” un trentenne, tantissimo. Sotto un certo profilo, era il mio sogno degli anni ’80 che si realizzava, anche se in modo un po’ diverso; nel decennio precedente “vedevo” una new wave italiana che si affermava all’estero più che all’interno dei confini nazionali, mentre i nostri gruppi dei ’90 hanno avuto successo qui e non altrove. C’è chi mi accusa di avere esagerato anche lì, perché – dicono – tutte quelle band erano solo copie-carbone – ma con testi in italiano – di colleghi stranieri. Mah. Secondo me Marlene Kuntz, Afterhours, Almamegretta, Carmen Consoli, Modena City Ramblers, Estra e tanti altri hanno fatto cose di notevole qualità, che ho amato e che amo tuttora.

Impossibile non chiederti del Mucchio Selvaggio: quando ho iniziato a collaborare nel 2001, mi affascinava la determinazione appassionata e a tratti frenetica che vi muoveva, sembravate veramente in missione per conto di… Cosa? Cosa significava, cosa ha significato per te il Mucchio Selvaggio nei suoi anni migliori?

In effetti sì, lo capisco, è una domanda ineludibile. Non posso dilungarmi più di tanto, sull’argomento potrei – e, forse, dovrei – scrivere un libro, ma quel che dici è vero: la prendevo, e non ero certo l’unico, come una missione, una missione a favore della musica e della cultura che cercavo di portare avanti senza farmi bloccare dagli ostacoli posti sul mio cammino da chi, in teoria, doveva condividere quella stessa missione. Ho creduto, nel Mucchio, ben più di quanto – lo dico oggi, con il senno di poi – avrei dovuto. Ma la missione era giusta, a essere in contraddizione con essa erano quelli che, purtroppo, comandavano, e che alla fine avevano a cuore solo il loro tornaconto. Meno male che a loro faceva comodo pubblicare anche il Mucchio Extra, la rivista di approfondimento che ho diretto per trentanove numeri: è forse la cosa della quale vado più orgoglioso e mi è andata bene che “i capi” me la facessero fare esattamente come volevo. Gliela consegnavo pronta per la stampa, e tutti contenti.

Ripercorrendo la storia del Mucchio degli ultimi anni, quale pensi che sia stato l’errore decisivo. O, se preferisci, cosa avrebbe potuto tenerlo ancora vivo?

Se per “gli ultimi anni” intendi quelli dopo la mia uscita definitiva, dopo il numero di aprile del 2013, secondo me la colpa è stata delle spese eccessive, della linea troppo “fichetta” – non mi viene un termine migliore – in totale antitesi alla lunga storia della rivista e l’assenza di una direzione credibile. Blow Up e Rumore, che vendevano più o meno come il Mucchio, ci sono ancora, segno evidente che il problema non era la crisi generale; chi si è saputo gestire validamente sul piano progettuale ed economico, facendo pure sacrifici in nome della “causa”, è rimasto in piedi. E poi anche vero che Il Mucchio non poteva scrollarsi di dosso il peso delle lotte tra vecchia e nuova proprietà, storiacce delle quali si è parlato tanto ma che non sono state punite abbastanza. Temo non lo saranno mai, ma almeno il fatto che quel Mucchio apocrifo – anche se con parecchie ottime firme – sia sparito dalle edicole dimostra che una pur parziale giustizia esiste.

Nel mezzo c’è stato l’episodio di Velvet, probabilmente la rivista musicale più bella che sia mai stata pubblicata nel nostro Paese. Al di là delle vicende che portarono alla sua fondazione – ne sono fioccate di leggende, a partire dal senso della società editrice Essediemme (che qualcuno interpretava come Stèfani Deve Morire, mentre voleva indicare un più innocuo Scappati Dal Mucchio) – perché secondo te non ha funzionato?

Nella prima fase, quella chiusa a fine 1990 con il n.26, ha funzionato, ma non abbastanza. C’è stato di sicuro, da parte mia e degli altri due soci fondatori, Eddy Cilìa e Maurizio Bianchini, un errore di valutazione: davamo per scontato che i lettori del Mucchio identificassero il giornale con le sue firme a che quindi, una volta che quasi tutte le firme si erano trasferite altrove, le avrebbero seguite abbandonando la testata di provenienza. Con molti è andata in effetti in questo modo, ma molti altri acquistavano entrambi i giornali e altri ancora – e questa è la cosa che mi stupì di più, una volta capito: sopravvalutavamo l’attenzione dei lettori – non si accorsero di nulla o non se ne curarono. Erano legati al Mucchio perché magari avevano tutta la collezione e cose simili, seguivano “la bandiera”. Ovviamente eravamo certi che, se il Mucchio non fosse crollato subito, Stèfani avrebbe saputo riorganizzarsi: è sempre stato bravissimo a riconoscere le persone valide da far lavorare mentre lui giocava a tennis, sfruttandone le doti e poi inducendole ad andarsene quando iniziavano a dargli fastidio opponendosi alla sua gestione “umorale”, per così dire, della rivista. Così il crollo del Mucchio non c’è stato e ci siamo trovati a sopravvivere senza realistiche possibilità di crescere perché in quei due anni e spiccioli ci eravamo mangiati tutto il capitale sociale.

Velvet durò ancora fino al 1992, cambiando più volte linea editoriale. Io avevo ceduto quasi tutte le mie quote sociali e avevo lasciato la direzione, accontentandomi di un ruolo defilato. Devo dire che gli otto numeri usciti nel 1991 non erano affatto male: si allontavano dal “modello Mucchio”, al quale nella gestione precedente ci eravamo uniformati perché era stato una nostra creazione, e indicavano strade nuove, affini a quelle che a breve avrebbe battuto – puntando però su tendenze meno “classiche” – il neonato Rumore; i numeri del 1992 furono invece tentativi di rimanere a galla voluti dai soci subentrati alla fine del 1990, che tra occulti e prestanome non ho mai capito bene chi fossero. So solo che c’entrava di mezzo il Partito Socialista, per approfondire dovresti chiedere a Bianchini: fu lui a orchestrare il tutto per “prendersi” il giornale, salvo poi disinteressarsene pochi mesi dopo.

È abbastanza ironico pensare che rientrasti al Mucchio con un progetto che si intitolava Fuori dal Mucchio. Di fatto, una mini-rivista dentro la rivista. Che ha fatto scuola.

Onestamente, non ritenevo possibile che un giorno sarei tornato al Mucchio; anche se ci parlavamo di nuovo, e dal n.1 collaboravo con Rumore, che all’epoca apparteneva anche a lui e non solo a Claudio Sorge, credevo che Stèfani non mi avrebbe più voluto tra i piedi. Invece, un giorno di inizio 1996, ricevetti una telefonata da Stefano Ronzani, allora braccio destro di Stèfani, che voleva capire se ci fossero le basi per un mio rientro. Ronzani era ammalato gravemente, appresi di lì a poco, e infatti se ne sarebbe andato per sempre in estate… un grande dispiacere, anche perché lui era una bellissima persona. Mi fu chiesto di “inventarmi qualcosa” per trattare in modo serio e organico il rock italiano emergente e pochi giorni dopo mi presentai con il progetto dettagliatissimo di Fuori dal Mucchio, un inserto di sedici pagine “autonomo” dal Mucchio – avevo posto come condizione la garanzia di non avere ingerenze sui contenuti e sulla scelta dei collaboratori – ma collocato al suo interno. Il nome fu una delle mie intuizioni più felici, o almeno credo: ho sempre amato giocare con le parole e i doppi sensi, e lì ce n’erano più d’uno. Uno spazio dedicato agli emergenti – che, quindi, stavano uscendo dal “mucchio” degli sconosciuti – che era pubblicato dentro una rivista chiamata Mucchio ma ne era allo stesso tempo “fuori”, perché si poteva staccare (proprio per questo avevo voluto che fosse nelle pagine centrali) e perché era organizzato autonomamente da me. Ha fatto scuola, sì… alcuni parlavano di “ghetto”, ma il mio obiettivo era esattamente opposto: volevo valorizzare al massimo artisti che altrimenti, nel resto del giornale, avrebbero per forza avuto al massimo qualche riga. Fuori dal Mucchio era come una piccola rivista nella rivista, con regole tutte sue.

A questo punto bisogna parlare di Gianluca Picardi: non ti sei fatto mancare niente, neanche l’alter ego.

Non ho mai amato gli pseudonimi, ma ci fui costretto. Sorge e Stèfani avevano stabilito che tra Rumore e Il Mucchio non avrebbero dovuto esserci collaboratori in comune, e così ci accordammo tutti e tre per la soluzione più ovvia: Guglielmi rimaneva su Rumore, mentre il Mucchio ingaggiava il carneade Picardi. Il nome era la versione italianizzata di Jean-Luc Picard, il capitano dell’Enterprise di “Star Trek: The Next Generation”. Dopo un paio d’anni, però, la gestione delle due identità era diventata troppo complicata, e così decisi di “uccidere” pubblicamente Picardi, lasciando dopo un po’ Rumore. In realtà Stèfani e Sorge non erano più soci e a Claudio, che rimane tuttora un caro amico, del fatto che scrivessi sul Mucchio non importava; però, all’interno di Rumore, taluni non vedevano di buon occhio che fossi l’unico dello staff a scrivere anche per una rivista concorrente, e per questo rompevano le scatole a Claudio. Decisi allora di risolvergli il problema andandomene.

Scrivere per una rivista è una palestra straordinaria, ma scrivere un libro è un altro sport. Hai pubblicato, correggimi se sbaglio, una trentina di libri. A quale sei più affezionato?

Al librone Punk!, uscito nel 2007 per la Giunti, che è una singolare storia dettagliata della nascita del punk in tutto il mondo. Tratta solo delle prime “scene” di ogni parte del mondo, in pratica solo il punk delle origini. Adesso è fuori catalogo perché sono scaduti i diritti di utilizzo delle fotografie; le copie residue si trovano a prezzo ridotto e chi non ce l’avesse farebbe bene ad accaparrarsene una.

Eh, io ce l’ho e me lo tengo stretto. E invece quello che più ti ha impegnato?

Punk! è stato parecchio impegnativo, ma ero agevolato dal fatto che fosse il mio “libro della vita”. Probabilmente il più difficile è stato L’amore e la violenza, la biografia autorizzata dei Baustelle edita sempre da Giunti nel 2017, perché ho dovuto ricostruire una lunga storia unendo le mie parole a quelle di oltre venti intervistati le cui versioni erano a volte in disaccordo. Ne sono molto soddisfatto, mi dispiace solo che non abbia rispettato le mie aspettative di vendita. Magari, se i Baustelle avessero accettato di fare qualche presentazione in pubblico, sarebbe andato meglio, ma all’improvviso si sono messi a lavorare a un nuovo disco che non era previsto in quei tempi. Pazienza, è andata così, ma anche se a Francesco, Rachele e Claudio vorrò sempre un mondo di bene, ammetto di essermi dispiaciuto.

C’è un altro filone che amo particolarmente indagare: la radio. Ricordo con estremo piacere il tuo Stereonotte, tra te e il microfono c’è chiaramente un feeling particolare. Com’è iniziata? Inoltre: non credi che dovresti fare più radio?

Lo credo eccome, che dovrei fare più radio, ma dovresti dirlo ai dirigenti e ai funzionari RAI. Purtroppo non sono molto bravo a coltivare rapporti di comodo e a “pregare” le persone affinché mi facciano lavorare, e lì è un continuo “assalto alla diligenza” di gente che si propone in ogni modo possibile. Ci sono anche dei network, certo, ma se nessuno mi ha mai chiamato vuol dire che non mi ritengono compatibile con le loro programmazioni. È buffo, perché ho sempre pensato di essere più bravo come autore/conduttore invece che come giornalista/scrittore. È una vocazione che ho fin da quando avevo dodici/ tredici anni: registravo ipotetiche trasmissioni con un Philips a cassette e un microfono, abbassando il volume dello stereo quando dovevo parlare. Poi, nel 1976, c’è stata l’esplosione delle radio private – o “libere”, come si diceva – e con una discreta faccia tosta ho bussato alla porta di una piccola emittente che aveva sede nel mio quartiere chiedendogli di provare a darmi spazio. L’hanno fatto, e nel gennaio del 1977 si è avviata la mia carriera nell’etere romano, passando a radio sempre più grandi e affermate. Poi, nel 1982, mi telefonò un funzionario della RAI, cercava un giovane che si occupasse di nuova musica e qualcuno gli aveva passato una cassetta con incisa una puntata di “Kick Out The Jams”, il programma che conducevo a Punto Radio. Credetti che fosse uno scherzo scemo e più meno lo mandai affanculo. Mi richiamò e riuscì (quasi) a convincermi che, no, non era un mio amico che mi voleva prendere in giro. Da allora ho messo in fila un bel po’ di contratti, tutte cose molto belle e gratificanti. I primi pezzi che ho trasmesso sono stati di Stranglers, Joy Division, Germs, T.S.O.L., Red Rockers, Spizz Energi e Discharge, sabato 3 aprile 1982. All’ora di pranzo, non so se mi spiego.

Conoscere i musicisti spesso è un’esperienza sconcertante, talvolta deludente. Che bilancio puoi fare in questo senso? Inoltre: ti è mai capitato di scrivere una brutta recensione del disco di musicisti tuoi conoscenti? Se hai consigli da darmi li accetto volentieri, purtroppo mi è capitato e presumo che ricapiterà…

Prima del primo incontro, penso sempre “sarà uno stronzo”, e partendo prevenuto rimango pressoché sempre impressionato favorevolmente. Scherzi a parte, eccettuato quell’incidente di percorso con i Sonic Youth, che in tanti mi hanno detto essere di norma gentili e disponibili, non ricordo episodi spiacevoli; voglio credere che ciò accada perché mi preparo bene e mi pongo in modo professionale, mai “improprio”. Poi, certo, capita di imbattersi in gente scazzata o scarsamente loquace, ma ci sta. In generale, l’esperienza mi dice che più i musicisti sono importanti, più il loro comportamento non offrirà il fianco a critiche; magari taluni potranno essere formali, finanche freddini, ma sempre corretti e aperti al dialogo… a patto che non li insulti o magari gli dimostri di non avere la minima idea di chi siano.

Recensioni negative ne ho scritte, ovvio, anche di artisti italiani che in precedenza avevo conosciuto di persona: Litfiba, Negrita, Tiromancino, Starfuckers, Modena City Ramblers, Il Teatro degli Orrori e Brunori SAS i primi che mi vengono in mente. Idem per altri che invece ho conosciuto dopo, tipo Bluvertigo, Thegiornalisti o Lo Stato Sociale. È un po’ imbarazzante, ma se inizi a crearti questi problemi è la fine: non si può rinunciare alla propria integrità di professionista in nome di un rapporto personale. L’artista di turno potrà avere le reazioni più diverse – dire merda di te pubblicamente, prenderla a ridere, scriverti o chiamarti per un confronto, infischiarsene, chiederti “ma ti ho fatto qualcosa?”, citarti in una canzone come è successo a me con Pierpaolo Capovilla -, ma se è consapevole della tua onestà intellettuale dovrà per forza accettarlo. La sola regola che mi sono imposto è quella di evitare stroncature ripetute: se maltratto qualcuno, smetto di scriverne fino a che “non si riscatta”, nel senso che fa un disco che mi piace.

A proposito di esperienze che non ti sei fatto mancare: nel 1983 hai fondato la High Rise, che ti ha visto impegnato anche in veste di produttore. Durò fino al 1990: che bilancio puoi fare di quell’esperienza.

I soldi meglio buttati della mia vita. Rifarei tutto senza pensarci un istante, l’idea di aver realizzato qualcosa di valido che forse senza di me non sarebbe mai esistita è motivo di enorme soddisfazione.

Hai prodotto Gang, Not Moving e Fasten Belt tra gli altri. Qual è il disco da te prodotto che ricordi con più soddisfazione?

Ti rispondo in modo secco, perché se comincio a rievocare vicende non ne usciamo più. Credo che Black’n’Wild dei Not Moving e On The Other Side Of The Tracks dei Flies siano quelli che mi sono venuti meglio, e No Escape From Acid Hysteria dei Fasten Belt è quello cui sono più legato sul piano affettivo. Non ce n’è comunque nemmeno uno del quale pensi “ma perché l’ho fatto?”.

C’è qualche band che sei stato sul punto di produrre ma non è andata in porto e ancora ti capita di pensarci? Oppure, in generale, quale band ti sarebbe piaciuto produrre?

Diciamo che se nel catalogo della High-Rise ci fossero stati anche i Boohoos, gli Steeplejack e gli Sleeves, oggi la mia gioia sarebbe maggiore. Avrei poi tanto voluto lavorare con gli N.N., una fantastica band pugliese degli anni ’90 che ha pubblicato solo un mini-CD, ma Alberto Pirelli – al quale li avevo portati per la IRA D.C. – non me lo permise, anche per problemi di carattere logistico. Ormai non credo produrrò più, le modalità di registrazione sono troppo cambiate e ho perso un po’ il polso della situazione.

Recensioni: gioie e dolori. Col tempo hai sviluppato una tua “ricetta” per cucinare una buona recensione?

Spero di sì, ma non è una sola. Ho una serie di opzioni, ma non è che scelgo prima quale sviluppare: inizio a scrivere in assoluta spontaneità e dopo le prime cinquecento battute decido se andare avanti o se ricominciare daccapo. Di solito vado avanti.

Quanto e in che modo la recensione è cambiata – se è cambiata – nel corso degli anni?

È cambiata tantissimo. Come ho accennato anche prima, in era pre-Internet si doveva essere più didascalici, informativi e descrittivi, perché in tanti compravano i dischi a scatola chiusa e mica era bello lanciarsi in voli pindarici che non facevano capire nulla della musica che avresti ascoltato. In tanti si facevano le seghe inanellando paroloni difficili e discorsi personalissimi nel tentativo – credo – di colpire per l’originalità stilistica, se non per “fare letteratura”; magari riuscivano anche bene, ma sempre seghe rimanevano. Oggi tante cose sono diventate inutili, perché in Rete puoi trovare facilissimamente ogni notizia e pure ascoltarti il disco gratis, e quindi non è necessario “appesantire” lo scritto con chissà quanti dati. Nella maggior parte delle mie recensioni, anche quando solo lunghette, capita spesso che non citi nemmeno una canzone. Sai qual è l’aspetto più curioso? Che in Rete ti imbatti in un’infinità di recensioni lunghe e pallosissime che sembrano risalire a trent’anni fa, e mi viene da chiedermi perché in così tanti si ostinano a scrivere certa roba, boh. A chi servono? Allora è meglio, come peraltro non sono pochi a fare, copiaincollare ampi stralci dei comunicati stampa, quando sono fatti bene.

Curi un blog dall’ormai lontano 2013, L’ultima Thule, due volte premiato con la Targa Mei. La consideri un’attività collaterale, centrale, di prospettiva?

Centrale proprio no, perché non mi fa guadagnare un euro che sia uno, e nemmeno di prospettiva, perché dubito che sotto questo profilo la situazione cambierà. Mi piace l’idea di offrire una specie di vetrina della mia carriera, mi piace raggiungere persone che non comprano e forse non compreranno mai riviste, mi diverte raccontare storie che nessuno mi pubblicherebbe su carta od offrire contenuti atipici, pure quelli inadatti per la carta. Da poco più di due anni il blog è cambiato parecchio: non sto più proponendo materiale uscito di recente sui giornali (non c’è nulla dal 2018 in avanti), solo qualche recupero dal passato remoto e cose “leggere”: ho varato una serie sulle fotografie scattate da me soprattutto negli anni ’80, una su curiose memorabilia, una sui dischi strani che posseggo, una sugli adattamenti italiani di brani stranieri… È divertente.

Una volta mi hanno chiesto: “scrivi per i lettori o per te stesso?” Mi sono stupito da solo sentendomi rispondere: “è la stessa cosa”. E tu cosa ne pensi?

Se non avessi lettori scriverei lo stesso solo per me, dato che adoro “fissare” con le parole concetti, impressioni e ricordi. Avendo però tanti lettori, credo di scrivere per loro oltre che per me… ma sempre scrivendo quello che mi va e nella maniera in cui preferisco farlo, senza far nulla di artificioso per piacere.

Veniamo a Freddie Williams and Plutonium Baby: detto che il risultato è davvero buono e che tu sei un cantante molto più credibile di tanti affermati professionisti, vuoi raccontare come vi è venuta l’idea?

Fa ridere, lo so, ma l’idea di un mio dischetto di cover me la porto dietro addirittura dagli anni ’80; volevo farlo con i Fasten Belt, ma ho pensato che la cosa sarebbe di sicuro stata fraintesa, che in tanti mi avrebbero preso in giro, e ho lasciato perdere. Ci ho ripensato per un po’ nei ’90, ma sinceramente non ricordo chi volessi coinvolgere. Ancora più avanti, ne avevo persino parlato con gli Zen Circus, che lo avrebbero fatto molto volentieri, ma mi sono tirato indietro per problemi logistici. Alla fine, dopo la scorsa estate, mi sono messo a riflettere su qualcosa di speciale che avrei potuto fare per il sessantesimo compleanno, e la risposta è venuta da sé. Allo stesso modo, è venuta da sé, e subito, la scelta della band con la quale incidere: pur non avendone stranamente mai scritto, adoro i Plutunium Baby da quando esistono, ed ero certo – conosco Filippo e Daniela da tanto, per via dei Cactus e delle Motorama – che un progetto così stravagante fosse nelle loro corde. Ne abbiamo parlato, ne sono stati immediatamente entusiasti, e quando mi hanno chiesto come cantassi e si sono sentiti rispondere – giuro, è la pura verità – “non l’ho mai fatto in vita mia” gli eventuali, ultimi dubbi sono scomparsi. Difficile immaginare qualcosa di più “punk” di un affermato giornalista che per i suoi sessant’anni decide di registrare un disco punk senza avere mai cantato davanti a un microfono in vita sua… no?

Indubbiamente. Parlami della scelta delle cover.

Le avevo già scelte negli anni ’80, e quelle sono rimaste. Vogliono essere un omaggio a una mia grande passione, il punk californiano pre-hardcore: quattro pezzi in tutto, due di band di Los Angeles e due di San Francisco. Tre di essi rimandano fin dai titoli alla mia vicenda professionale, mentre il quarto – Climate Of Fear dei Lewd, il solo a non essere stato pubblicato in origine nei ’70: uscì nel 1982 – incarna un senso di preoccupazione, di ansia, che in questo periodo è più che mai avvertito; quando l’abbiamo inciso si era appena cominciato a parlare di Coronavirus e mai e poi mai avrei immaginato che di lì a pochi giorni il suo testo – e in particolare i primi versi: “Did you ever have the feeling there’s nowhere to run / and the future of mankind is oblivion” – avrebbe assunto un sapore così attuale. A Climate Of Fear segue Destroy All Music dei Weirdos, che interpretato da me vuole evidentemente essere autoironico: io che canto, tra le altre cose, di voler mettere una bomba in un negozio di dischi? Sull’altro lato, Media Control dei Nuns e Radio Dies Screaming dei Flesh Eaters si agganciano al mio strano lavoro; più il primo del secondo, ma non sottilizziamo.

A proposito dei risultati, non riesco davvero a giudicarli obiettivamente e mi fido di quanto hanno detto i Plutonium Baby, lo straordinario coproduttore/sound engineer Danilo Silvestri, mia figlia, la mia compagna e ora tu. Va da sé che io ci trovo qualche difettuccio, ma chi se ne frega… non devo mica avviare una carriera di cantante. Mi sono in ogni caso stupito di una cosa: che la mia voce abbia retto per sei ore di fila – tanto è stato necessario, rifacendo più volte le parti, per avere questi otto minuti – e che non abbia praticamente mai “steccato”. Le maggiori difficoltà le ho avute nel coordinare lo stare a tempo, la pronuncia – una cosa è parlare, un’altra è cantare a velocità notevole – e l’efficacia delle interpretazioni. Per fortuna Danilo non ha avuto difficoltà ad “aggiustare” dove ce n’era più bisogno.

Purtroppo il COVID-19, a parte tutta la tragedia e lo stravolgimento delle nostre esistenze, ha scombinato anche i tuoi piani. Quando verrà pubblicato il vinile?

I miei piani sono meno di nulla, nel dramma collettivo che stiamo affrontando a livello internazionale. Avevo anche valutato di rimandare tutto a data da destinarsi, ma poi ho pensato che forse un’iniziativa così stravagante e inattesa avrebbe portato ai tanti appassionati che seguono la musica della quale mi occupo e il mio lavoro un po’ di distrazione e qualche sorriso, e allora ho deciso di andare almeno in parte avanti. Il piano originale era avere in mano il 7”EP per il giorno del mio compleanno, il 18 aprile: trecento copie, cento delle quali in vinile di colore diverso per me – da regalare a persone amiche – e per i Plutonium Baby, e duecento immesse sul mercato da Goodfellas per quanti volessero avere in casa il singolare oggetto. Ora come ora, visto che nessuno può dire quando e come usciremo da questa tragedia, in attesa degli eventi ho messo tutto in stand-by tranne la diffusione di Media Control in esclusiva su Sentireascoltare, che naturalmente ringrazio per l’opportunità. Il disco fisico, però, sarà fatto, questo è sicuro, con una tiratura da stabilire, forse trecento copie. Non so davvero immaginare quanti potrebbero essere interessati all’acquisto a un prezzo fissato attorno ai 10/12 euro; dato che il disco non sarà mai ristampato e i master saranno distrutti, vorrei essere sicuro che chiunque lo desiderasse potesse averlo. Poi, quando le copie saranno esaurite, i quattro i pezzi saranno resi disponibili in Rete.

C’è un altro risvolto che ritengo assai interessante: è esercizio comune gettare pietre sul critico musicale, una tesi diffusa sostiene che chi scrive recensioni sia un musicista mancato/frustrato, poi c’è la controversa citazione (attribuita erroneamente a Frank Zappa) che recita “scrivere di musica è come ballare di architettura”. Con questa tua mossa, al di là del sacrosanto divertimento che ti ha procurato, sembri riportare al centro la passione, la febbre che comunque muove chi per mestiere deve utilizzare la ragione. Sembri dire tra le righe (anzi: tra i solchi) che il critico rock è pur sempre un rockettaro e in qualche misura un rocker, e che proprio in ragione di ciò il suo ruolo è decisivo. Non credi?

Tutto ciò è sacrosanto, meno una cosa: non tutti i critici rock sono anche rockettari nell’animo, e nonostante quello che si possa pensare vedendo i miei tatuaggi di Black Flag, Radio Birdman e Germs, io stesso non mi sento sempre calato perfettamente in questa parte. Poi, sì, un tempo il ruolo di critico era importante, magari non proprio decisivo… oggi senza dubbio lo è meno. Però credo che You Said I’d Never Make It – l’EP di Freddie Williams and Plutonium Baby si intitola così – sia in sé, nella sua follia, un gesto molto rock’n’roll. E la prova definitiva che non sono soltanto un serio professionista ma anche un bel cazzaro… tra l’altro neppure originale, dato che altri – ad esempio Lester Bangs e Kris Needs – hanno fatto cose simili molto prima di me. Credo però di essere il primo giornalista che si improvvisa cantante a sessant’anni, questo sì.

Non si può chiudere un’intervista così senza chiederti come vedi il futuro del giornalismo musicale italiano nonché, ovviamente, cosa c’è nel tuo futuro.

Mai come in questi giorni il futuro è un’ipotesi, per di più una molto vaga. Se questa apocalisse continuerà a lungo, tra le tante cose l’editoria musicale italiana andrà ancora più in crisi, e parte di essa potrebbe essere spazzata via. Non so, davvero… dopo l’estate potrei essere costretto a cercare un altro lavoro: già ieri campare di musica era un bel po’ complicato, domani potrebbe essere impossibile. Incrocio le dita anche per quello, benché la mia preoccupazione maggiore sia per la salute collettiva e in particolare per tutte le persone che mi sono care. Comunque, giorni fa ho consegnato alla Tsunami un altro libro di materiale recuperato dai miei archivi, No Control – Storie di hardcore punk californiano 1980-2000, il cui titolo credo sia esplicativo; la data di uscita era stata fissata per fine giugno, vedremo se sarà confermata. Ho poi in diverse fasi di lavorazione un Roma brucia dedicato al Torino e al Piemonte, una dettagliata guida a Iggy Pop e una “biografia atipica” su Mauro Pagani analoga a quello che feci su Manuel Agnelli. E se speravi che ti rispondessi “un LP di cover punk con annessa tour”, sei decisamente fuori strada. Mai dire mai, però.

17 Aprile 2020
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