Yeah You, ovvero Gustav Thomas ed Elvin Brandhi

Yeah You: Psicogeografie familiari. La nostra intervista

A metà degli anni cinquanta, un manipolo di facinorosi, ossia il nucleo francese dell’Internazionale Lettrista (IL), iniziò a osservare le proprie derive per la città di Parigi in modo diverso. Camminavano (pare dopo intense sessioni in osteria) con la deliberata intenzione di produrre, con l’attraversamento urbano, percorsi non ortodossi, anzi contropercorsi, nello stesso senso in cui controcultura si affianca a cultura. 

Sapevano bene con cosa non si volessero confondere. Prima cosa, le passeggiate surrealiste di Breton, per quanto il flaneur fosse per loro una figura di riferimento. All’IL interessava uno sguardo peculiare sulla città, che iniziarono a chiamare psicogeografia: la disciplina che studia – sperimentandoli in prima persona – gli effetti psichici dell’ambiente urbano, specie se esplorato non assecondando le direttrici di attraversamento che la città, per il tramite della sua ideologia urbana, suggerisce. Dietro a tutto questo c’era la Parigi haussmaniana, ossia il frutto di un progetto di ridefinizione urbanistica della città diretta a migliorare il controllo poliziesco dei rioni e dei quartieri. 

Dieci anni dopo, siamo ad Amsterdam, i Provo, non così lontani dallo spirito lettrista (che nel frattempo era diventato situazionista), distribuivano nottetempo biciclette bianche in giro per la città. L’obiettivo era dotare lo spazio pubblico di un’immagine ridondante che funzionasse da antidoto allo status symbol per eccellenza: l’automobile. Proprio questo mezzo di trasporto, trasfigurato in caronte performativo, diventa il baricentro di Yeah You, duo padre-figlia (Gustav Thomas ed Elvin Brandhi) originario del Galles che si muove da poco meno di dieci anni per le strade di mezzo mondo, superando a sinistra la decostruzione dello spirito funzionale dell’auto come mezzo di trasporto. La loro pratica nasce nel 2012. Gustav si porta appresso ovunque un registratore a cassetta, mentre guida per andare a lavorare. Quando è in macchina con lui, Elvin, che è ancora una ragazzina, aggiunge la sua voce alle basi del padre. Comprimono il già compresso dialogo alla Suicide, il rock ai minimi termini per eccellenza, nello spazio di una macchina. Ne esce una pratica performativa che viene dalla vita quotidiana: prima e più importante conquista dei situazionisti, laddove lo sforzo di tutti i giorni deve andare verso la costruzione di situazione, massima intensità di vita. La loro casa diventa l’auto e da lì proiettano sul paesaggio i loro dialoghi anfetaminici: Gustav conduce auto e nastri, Elvin sovrascrive parole e tensione.  

Otto anni dopo, in questi giorni, Yeah You giunge nel suo peregrinare in Italia, a Bologna, grazie al recupero settembrino di uno degli appuntamenti già inizialmente programmati per Live Arts Week IX (aprile 2020). Elvin e Gustav portano per la prima volta in Italia This Instead, martedì 22 e mercoledì 23 settembre 2020 dalle 18.00 alle 22.00: una sound performance a bordo di Kh-art’ Car-art, l’auto come dispositivo performativo. Abbiamo intervistato il duo anche e soprattutto a proposito delle origini di Yeah You (cronologicamente e esistenzialmente parlando). Ne è uscita una intervista fiume, di cui riportiamo un estratto, per canalizzare alcune riflessioni. 

Non ho mai voluto lavorare. Mi convincevano le invettive contro il senso del lavoro fatte da Raoul Vaneigem [decano situazionista, NDR] in Autogestione della vita quotidiana. Quando si è trattato di lavorare a tempo pieno, nei primi anni Novanta, mi portavo ovunque un registratore a nastri portatile. Così, senza l’obiettivo di fare musica, ma con quello di usare al meglio quel tempo, iniziò la cosa. Elvin si unì con la voce: a casa o in macchina, con me, faceva le prove per i suoi live solo. Lo spazio pubblico casuale, la strada divennero il nostro studio, il nostro spazio performativo. Così nacque Yeah You: provando diversi hardware per le performance di Elvin, in automobile. Abbiamo molto materiale di quel periodo: eravamo in trance, in auto-ipnosi. Dopo tutto, è solo una pratica dialettica
Gustav Thomas

Dai primi tempi alla pratica attuale

Yeah You nasce da sé Non era una nostra idea. Il metodo, l’estetica vengono fuori da pura necessità. Come scavare in un loop domestico. Un kit di pronto soccorso familiare. […] Siamo una band pre-concettuale! Avevamo un interesse comune per il pop, la musica dell’oggi, mitologia collettiva. Cultura contagiosa. Se avessimo programmato davvero le cose, avremmo fatto musica folk gallese, ripristinando narrazioni calpestate…
Elvin Brandhi

In quei giorni – siamo nel 2012 – Elvin si filma (su Instagram) nella vita di tutti i giorni, cercando di far coincidere performance e vita quotidiana. «Ci insegnano che la performance artistica è qualcosa di separato dalla vita quotidiana, prosegue Gustav. Qualcosa su cui lavori per avere un prodotto finito, un concerto. Per noi è una messa in discussione costante della routine».

Yeah You è soprattutto questo: un cortocircuito tra individuale e collettivo, pubblico e privato, tra routine familiare e atto performativo. Quest’ultimo, se reso quotidiano, rompe la necessità di una routine e apre a una pratica continua, senza fine. Questi due nomadi contemporanei iniziano a girare l’Europa, arrivano gli inviti ai festival internazionali. Con gli anni arrivano tre uscite: due LP, Id Vendor e KRUTCH per la Slip UK di Berlino, e la cassetta in edizione limitata KHOT per Alter/Opal Tapes. Nel frattempo, Elvin avvia la sua carriera solista, con il moniker Freya Edmondes.

Da lì in avanti, il progetto cambia modalità, si deforma e riforma attorno alla vita dei due protagonisti. «Negli anni siamo cambiati. Io sono uscita di casa – dice Elvin nel suo eloquio sibillino – non abbiamo più avuto bisogno di fuggire una quotidianità forzata per frequentare la nostra pratica creativa. Ci incontriamo casualmente, quando le nostre routine quotidiane si incontrano / scontrano. Paradossalmente, oggi siamo tornati a dinamiche familiari (tipo festeggiare il Natale, ecc.). La straziante intimità della nostra psiche intrecciata rende ogni incontro con un nuovo pubblico un’esperienza viviva. Creare insieme, sintetizzare antagonismo è il cuore della nostra attività. Le influenze, le intenzioni cambiano di continuo»

Derive

La famiglia è un tema problematico a seconda dell’interpretazione di ciascuno […] Non possiamo essere impacchettati in modo neutro, perché la concettualizzazione di ogni persona dipenderà dal proprio precetto su ciò che la famiglia è da intendere. L’etichetta di famiglia è imbarazzante per noi se ci fa cadere nell’auto-stereotipo, padre e figlia che fanno una band e vanno in tour. La reazione di tutti all’idea di un rapporto ombelicale assurdo, il duo “padre / figlia”, è sempre diversa, a seconda del rapporto di ognuno di noi con l’idea di famiglia. Forniamo una strana distorsione a specchio di codici sociali disincarnati
Elvin Brandhi

Questa distorsione comprende l’auto, da strumento familiare (funzionale alla famiglia) a dispositivo di nomadismo. “Mi piace come suggerisci di riaffermare l’auto come un dispositivo nomade, perché questo suona decisamente vero per noi – conferma Gustav. Usarlo come uno spazio per fare qualcosa è secondario rispetto alla sua capacità di fare tagli incisivi attraverso il disordine dei detriti accumulati, rimodellandolo in stile détournement [strumento cardine della pratica lettrista e situazionista, NDR] ma in modo totalmente fluido, in continuo movimento. Non è solo la proprietà privata del mezzo che viene smantellata, ma anche l’idea stessa del prodotto artistico: ogni canzone è realizzata sulla strada e lì rimane”. “L’auto è anche un cranio, il suo contenuto si percepisce dall’esterno, ma dentro ci sono pensieri e contrappunti che si crogiolano nella loro impercettibilità: Yeah You sviscera il riflesso e lo aggroviglia con tutte le cose che le persone all’esterno stanno provando a fingere che non ci siano”.

Fare conversazione con Yeah You è un vortice di politica realizzata nel linguaggio, un dizionario immaginario, letteratura portatile, cortocircuiti linguistici che ci fanno credere di aver capito, in prima battuta; per poi costringerci ad ammettere che non stiamo capendo nulla della nostra quotidianità. Chiedo loro cosa succederà nella performance bolognese. Inizia Elvin: «THIS INSIDE, BOLOGNA! È un imperativo per voi. Diverse performance si svolgeranno in diversi punti della città. Ci sarà anche un video che traccerà il flusso. Useremo Wikipedia per dare aggiornamenti continui circa gli spostamenti delle performance. Per fare una netta distinzione tra auto-promozione e documentazione come tra ipotesi e storia, e per archiviare l’immediato, guardando il presente da una prospettiva storica, ciò che sembra fugace e senza peso causa inevitabili ripercussioni». Segua quella macchina, ci verrebbe da dire.