You Think You Are A Cult Band

Glasgow Ottanta

Tutta la scena indie glasgowiana di fine Ottanta si portava appresso un gusto street, naif e cartoon tutto newyorchese. Il bello era la capacità di miscelare quei sapori al milieu campestre che tanto aveva contraddistinto, all’inizio del decennio (o qualche anno prima), la breve storia del giovane gigante di marmo.

La polarizzazione era già Novanta, assieme convivevano brandelli di Paisley, culti Velvet e tutta la mania Fifties e Sixties che, almeno dalla fine della decade precedente, aveva investito l’underground (vedi Simon Reynolds alla voce Jesus And Mary Chain), eppure, la cosa buffa e peculiare della Scozia indie era lo spirito.

Osservandolo con la lente fumettosa e deforme dei Ramones, tutto il marcio della strada si tingeva di verde e le ragazze, invece d’essere lasciate nei camper, entravano nella band a pari titolo con tutta la frittata del vecchio rock (secondo il primo verbo r’n’r) a prenderci una consapevolezza per forza di cose post punk, a trovandoci in mezzo il divertimento clean (e non come facevano a Londra) e non di meno a far saltar fuori, all’orecchio e al tatto, una scuola. O meglio un atteggiamento démodé che se ne fregava delle mode. E The Vaselines in siffatto scacchiere Nord Brit erano la punta di diamante. Coloro che ne avevano veramente convertito la polarità mantenendo negli anni pure una considerevole identità e autonomia. Per questo oggi sono un nume tutelare e sono citatissimi nonostante allora, anzi, qualche anno dopo, fossero stati protagonisti di una serie di eventi che li portò probabilmente ad essere malintesi.

La spremuta della cosiddetta scena Creation – Pastels, Shop Assistants, Bmx Bandits – e dintorni era il portale per l’indie dei Novanta, la scheggia apparentemente superficiale che guarda al sempiterno Barrett invece dei soliti miti dissoluti (Reed e Pop). I Vaselines erano decisamente imparentati con tali band, eppure vi si affiancarono solo parzialmente: erano un passo indietro in quanto a coerenza e una spanna sopra per qualità, freschezza e efficacia. Come si dice nel marketing, ciò che faceva (fortunatamente) difetto nei Vaselines era una mancanza di posizionamento chiaro con autopromozione e investimento su se stessi pari a zero. Dall’inizio come alla fine, si occuparono di divertirsi scrivendo e suonando canzoni. Quando il gioco non fu più lo stesso, Cobain o meno, scazzi o meno, si sciolsero con una grande naturalezza, quella stessa caratteristica che li portò alla mitica Molly’s Lips: la canzone che ogni vero fan dei Vaselines esalta. Niente a che vedere con Jesus Wants Me For A Sumbeam, brano che tutti dopo un concerto “ad ampli staccati” avrebbero conosciuto molto bene. Quella canzonetta infantile con i campanellini delle BMX, cantata da Frances Mc Kee con un’intonazione improbabile (almeno fuori da una di quelle chiese dove il parroco accetta l’innovazione della chitarra), è il più fulgido esempio di lo-fi sgangherato e forse uno dei più puri esercizi di eredità della Bike di barrettiana memoria. Molly’s Lips è un witz puerile, ma è anche La Storia vaselinesiana, il prototipo; anche se di storie – biografiche – i Vaselines ne hanno almeno altre due da raccontare. Quella di Cobain è inevitabile. Come con altri gruppi (Flipper e Meat Puppets), fu il loro più grande fan (cosa che lo portò a chiamare la propria figlia Frances, come la metà femminile del duo). Senza di lui la band avrebbe avuto (e ha) peso e identità autonomi, ma i fatti occorsi rendono doveroso il collegamento. È curioso che per farlo si debba partire dalla fine: a quell’inizio Novanta nel quale i Vaselines erano già ufficialmente sciolti; in cui Eugene Kelly (l’altro membro insieme a Frances, che a sua volta avrebbe avviato l’esperienza Suckle) stava per fondare i Captain America, moniker poi cambiato in Eugenius per via di una causa minacciata dalla Marvel.

Dicevamo di Cobain. La passione del biondo per i Vaselines si palesa a libro concluso anche se forse il romanzo deve a tutt’oggi trovare una fine appropriata. Tutto si giocò in quattro anni; l’avventura era iniziata nel 1986 e divenne subito entusiasmante quando, l’anno dopo, la produzione vaseliniana si avviò con l’EP Son Of A Gun (53rd & 3rd) e il fratello Dying For It (53rd & 3rd). Suoni che oggi chiameremmo indie-pop, screziati di accenni giocosi di noise; una bolla di sapone di purezza Velvet virata al pop Sessanta: evanescente rivelatrice di una naturalezza in scrittura fuori dal comune. La loro messa a punto dei brani è disarmante per semplicità (vedi ancora il campanello di Molly’s Lips, confluita in Dying For It) e ha un che spensierato e casuale. Canzoni, perché no, come pic-nic nelle quali abitava pure una certa dose di sarcastico anti-romanticismo ormonale che troveremo pure nell’unico vero LP licenziato dal duo, Dum-Dum, uscito per l’attenta Rough Trade (come per quei tipi uscì Colossal Youth) nel 1989. E lì fu punto e a capo, se si pensa che nella stessa settimana della pubblicazione dell’album Eugene e Frances decisero di sciogliersi. C’è chi dice che i due fossero delusi dal poco successo dei due EP pubblicati. Frottole. Dalle voci degli stessi protagonisti, non esistevano né cause insormontabili né malumori insopprimibili per uno split, semplicemente, come suonare una delle loro canzoni, the band disbanded, le cose accaddero.

Indie novanta, ritorno Duemila

Qualche anno dopo, il cantante dei Nirvana invita i Vaselines a suonare come gruppo spalla a Edinburgo. Iniziò così un’associazione con Cobain corroborata da cover (Jesus… suonata nell’Unplugged In NY, più altri due brani – Molly’s Lips e Son Of A Gun – inseriti in Intesticide) e sperticate dichiarazioni di affetto verso gli scozzesi. L’operazione sarebbe dovuta culminare con l’uscita dell’opera omnia di Kelly e Mc Kee, In The Way of the Vaselines: A Complete History, compilation pubblicata nel 1992 da quella Sub Pop che allora – grazie alle vendite di Bleach – era il gigante indie. Ma l’insuccesso si replicò calando il secondo sipario sulla vicenda e mettendoci il sigillo grunge. Tramite Cobain passò infatti un’immagine distorta dei Vaselines; l’unplugged esaltò una componente nichilista che i Vaselines non avevano o meglio, non cavalcavano. In Frances ed Eugene dominava un certo humour nord britannico condito con una stralunatezza lontana dalla triade maledetta del rock. Erano dei ragazzi belli e sereni, adorati dalla “scena” per quel perfetto mix di estetica e onestà. In più, avevano almeno quattro pezzi dall’hook memorabile. Niente roba da rock mainstream, piuttosto hit indie filiate di chitarrismo e aplomb garage, lontane il giusto dalle pose pseudo fedeli dei compagni di cordata perché in direzioni puramente infantili. Ed erano loro stessi tanto che Sun Of A Gun porta i Velvet in una dimensione anti-nichilista fatta di campagna, famiglia e amici. Nella loro testa c’è quel che i Novanta saranno. Ci sono i Lemonheads di Dando. La nerditudine Barlow. L’approccio home made. Dalla strada alla cameretta e dalla cameretta al pic nic con la band – pardon – con gli amici. Roll Roll. Spin Spin. Around Around. Nei testi dei Vaselines c’è questa testa che gira, non troppo velocemente, non tanto per sballarsi e poi sfracellarsi a terra. E’ quel che gli inglesi chiamano tipsy: giusto quel tanto che sale e che poi non fa sentire l’effetto collaterale.

E poi nel repertorio dei Vaselines c’è You Think You’re A Man, un wave pop sentito mille volte ma sconcertante per semplicità, ed esperimento para-elettronico unico nella manciata di canzoni del duo. Il ritornello fa “you think you’re a man but you’re only a boy” e sotto c’è una batteria sintetica con un pizzico di chitarra acida e synth riverberati. Il dialogo minimo. L’interplay tra boy/man è ridotto all’osso: essenziale e naif come l’essenza stessa della cosa, ma l’aspetto più interessante è l’unicità dell’esperimento. In realtà, il brano è una cover di Divine, aka Harris Glenn Milstead, attore travestito che negli anni Ottanta ebbe successo in America con un pessimo mix di dance pop sintetico per gay club. E la canzone venne apprezzata perlopiù in Inghilterra, arrivando alla posizione n° 16 nella hitlist, non troppi mesi prima che i Vaselines la coverizzassero. Una piccola stravaganza che tramite il viatico dei due scozzesi fu poi rifatta anche dai Belle & Sebastian, altra band dalle radici nell’humus di Frances ed Eugene. Un humus culturale lontano dai grunge-ismi sul quale pare naturale aggiungere una considerazione importante: il deragliamento operato dall’ingombrante Cobain portò i Vaselines alle orecchie – di massa – sbagliate e oggi tutto questo ritorna a casa, nelle mani – più corrette – dell’indie. Anche se l’indie attuale, pur sempre atomizzato, ma su scala globale non è l’indie provinciale di allora. È tuttavia quanto basta per ricollocare una reunion nata per caso nel 2006 e che oggi è tutt’ora operativa. La nuova storia, aperta questa volta, parte dalla sorella di Frances. E’ stata lei a chiederle di suonare a un concerto di beneficienza e per l’occasione Eugene ha pensato di riproporre un set di canzoni dei Vaselines. A tre anni di distanza da allora la band trionfa al Primavera Sound davanti a un pubblico dagli occhiali Ray-Ban più evidentemente indie. Forse – a dire di Kelly – quella ragione sociale che sfornò un gruzzolo di canzoni indie perfette a fine Ottanta potrebbe oggi riprovarci. Senza nomi tutelari, per cogliere i risultati della fama che presso i musicisti degli ultimi vent’anni i due hanno accumulato. E che probabilmente adesso darebbe i suoi frutti.

5 Luglio 2009
5 Luglio 2009
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