4 Giugno 2016

Pj Harvey, Primavera Sound Festival 2016

La quarta e ultima giornata al Parc del Forum non poteva concludersi meglio: protagonista assoluta, non solo del sabato ma dell’intera edizione, PJ Harvey, che ha conquistato tutti con una intensa performance corale. Sul palco con lei ben nove musicisti tra cui Mick Harvey dei Bad Seeds (il grande assente di Push The Sky Away di Nick Cave) e l’immancabile John Parish, oltre ai nostri Enrico Gabrielli (The Winstons, Calibro 35, Der Maurer, ecc.) e Alessandro ‘Asso’ Stefana. Assieme, l’ensemble – fate conto, un incrocio tra una brass-band, una rock-band e una banda di paese – ha eseguito per la maggior parte brani estratti dagli ultimi due album della cantante, ovvero The Hope Six Demolition Project e Let England Shake, riavvolgendo il nastro magnetico del rock fino alle sue radici blues e da queste ai call & response, basamento musicale presente tanto in un classico come Down By The Water quanto nelle protest song di un ultimo lavoro forse meno efficace ed ispirato del precedente, ma dal vivo ugualmente intenso. Per quanto riguarda la Harvey icona, tocca dirlo, sulle prime ha spiazzato con un po’ vederla con look liftato (fate conto un po’ effetto Sandra Bullock), mise total black e mosse di danza vagamente Diamanda Galás, in pratica all’opposto rispetto al total white del tour precedente, ma anche qui è la performance musicale nella sua interezza ad avere la meglio su questi dettagli. Inoltre, non sono stati in pochi ad accostare questa ritrovata Harvey in nero allo spirito affine Nick Cave con il quale da sempre condivide l’amore per il blues e l’America di frontiera.

Altri assi della serata, un Ty Segall diventato negli ultimi due anni un istrionico garage rocker dell’assurdo, sia per quella orrenda maschera che si porta dietro anche nelle esibizioni televisive sia per l’energia che mette nella performance, dove non sono mancati stage diving, gag con le prime file (in particolare i fotografi) e altre decine di trovate. Poi ok, i brani finiscono per assomigliarsi tutti in quel pasticcio di generi sporchi come garage, glam da stadio e punk rock, ma è la performance stessa a non fare prigionieri, quindi bene così. Agli antipodi di questa esibizione, qualche ora prima, si è presentata l’irripetibile occasione di ascoltare Brian Wilson (al netto dei fratelli, dato che i Beach Boys non lo vogliono più con loro) eseguire per intero Pet Sounds per il suo 50° anniversario. C’è da dire che Wilson ha intonato i brani quasi raccontandoli, dato che la cura dei cori e di tutti i registri più alti era compito da corista (quelli che per intenderci associamo allo classico suono surf della band), ma sono sottigliezze: lo show è stato generoso e nostalgico nell’accezione più celebrativa che possiamo dargli. I Sigur Rós ora trio hanno eseguito anche loro – come i Radiohead il giorno precedente – il best of della carriera con forse un nuovo brano in chiusura – ma lasciamo ai fan e alle setlist dedicate la consultazione e le valutazioni. Qualche problema di volumi – al solito, questo accade nell’anfiteatro Ray Ban – e forse una formazione non all’altezza per Julia Holter, lei comunque brava. Action Bronson ha invece rappato sopra un medley con tutti i brani anni Ottanta che lo hanno influenzato da ragazzino, mentre i Drive Like Jehu – reduci da un secret show fuori città il giorno precedente – hanno catturato tutti i nostalgici e i nuovi fan del post-hardcore e dell’emo con un set incendiario. Altrettanto validi – e sempre in area Novanta – i Parquet Courts, che hanno presentato una bella fetta di brani dall’ultimo Human Performance. Richard Hawley pareva lo zio dei Last Shadow Puppets, ma questa britannia crooner e rockabilly ci piace sempre. Per i Moderat, infine, vale quanto detto in precedenza: live al solito impeccabile basato su calcolatissimi – ma generosi – crescendo algido/emotivi.

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