Temporali

La merda non piove dal cielo – Lettera aperta a Manuel Agnelli

Caro Manuel ti scrivo, perché trovo il tuo giudizio tranchant sulla musica italiana contemporanea (come si può leggere in questa bella intervista su L’Inkiesta) tanto azzeccato quanto fuorviante. Azzeccato, sì, perché se si ascolta quel che gira intorno, se si paragonano i titoli di qualità alla quantità di titoli che escono, che continuano a uscire, è lecito generalizzare, tagliare corto. E dire, ad esempio, che la musica italiana di oggi: “fa cagare”. Sì, penso che sentenze come questa ogni tanto siano opportune. Senza inutili contorni di parole. Senza argomentazione. Un solenne, autorevole, necessario calcio sui coglioni (o in culo) al parlare e parlare che tutto giustifica, tutto comprende e “narra”.

Tuttavia, ahimé, a questo punto mi tocca argomentare. Perché temo che, messa come la metti tu, scalciata in culo così, il cuore della questione finisca al di fuori dell’obiettivo. Perché, caro Manuel, la merda non si mette a piovere di punto in bianco dal cielo. Sono convinto che la musica italiana oggi faccia cagare, sì. Oggi come già dieci, venti anni fa. Invece, a leggere quella tua specifica affermazione, sembra che faccia cagare solo oggi e non anche, ad esempio, quando uscivano i primi, bellissimi dischi di Afterhours, Marlene Kuntz e Casino Royale (ad esempio). No, invece. Faceva cagare anche allora, malgrado quei bellissimi dischi. Perché c’era già tanta, tantissima merda in giro e produzioni orribili (e non rivalutare, ti prego, il peggior Venditti: pessimo era e pessimo rimane, nonché prodotto maluccio, a mio avviso).

Dire che oggi la musica italiana fa cagare è lecito, condivisibile, ma – ripeto – fuorviante perché è un’affermazione che sembra gettare merda sui musicisti di oggi e assolvere – dimenticare – un processo che era già pesantemente in corso nei favolosi 90s. Un processo che è toccato al pop-rock come a tante altre forme espressive/artistiche popolari. Parlo di un decadimento del ruolo del pop-rock in conseguenza del quale dal pop-rock ci si aspetta sempre di meno l’insolito, l’inconsueto, l’alieno. Lo sai anche tu che non sarà certo un disco ad annunciare che i tempi stanno cambiando, casomai i tempi si decidessero a cambiare, vero? Non saprei dire con certezza perché le cose siano andate così, ma è accaduto. Il pop-rock non ha più quel ruolo. E l’ascoltatore si è adeguato, non cerca più in una canzone quel senso di sconcertante rivelazione che neppure sapeva di desiderare, e che una volta metabolizzato cambiava significativamente l’angolazione del suo stare tra le cose della vita. Al contrario, ahinoi, dal pop-rock il pubblico sempre più si aspetta conferme rispetto a ciò che già sa, già apprezza, già desidera. Vale anche per il dissenso, la critica, il malessere, il mistero: è un pacco tutto compreso. Disinnescato.

Non a caso oggi il talento è così premiato e premiante (come tu ben sai). Talento inteso come una buona, talvolta ottima riproduzione/rappresentazione del già noto. Nient’altro che questo. Gli Afterhours, a onor del vero, sono tra i pochi che in Italia ancora azzardano, si avventurano, e lo fanno mantenendo ambizioni popular, senza auto-ghettizzarsi nel tafazzismo alternativo (basti sentire gli ultimi due ottimi album). Neanche loro tuttavia, seppur baciati da un certo successo, riescono a spostare di molto l’equilibrio generale, che indica in un range collocabile tra il grillismo e il gramellinismo (entrambi arguti ma confortevoli, pop sì ma più nel senso di populismo che di popolare) il tenore canzonettistico dominante. Spesso – sì, Manuel, in questo hai pienamente ragione – mal prodotto, male interpretato, mal concepito.

Considerato tutto ciò, non me la sento di gettare la croce su una generazione di musicisti che, chissà per quale motivo, avrebbe deciso di fare musica di merda, di farci cagare. La merda non inizia a piovere dal cielo all’improvviso, non funziona così. Penso che la musica italiana faccia schifo a causa di un fenomeno più ampio. Molto più ampio, ahinoi. Penso che si sia spostato l’asse attorno a cui ruotava il pianetoide pop-rock, determinando una mutazione del ruolo stesso del pop-rock (e della sua natura). Non si tratta di un fenomeno italiano, certo, ma globale, anche se è plausibile che da noi la crisi colpisca prima e più in profondità, perché qui la cultura pop-rock non ha mai attecchito e sedimentato nell’immaginario collettivo come invece ha fatto nei paesi anglosassoni. In questa fragilità strutturale da post-apocalisse in tono minore, i figli dei talent scorazzano friabili e leggeri, col loro talento delizioso e malleabile, confortevolmente a perdere. E il nuovo cantautorato dai retaggi “indie” galleggia pure lui, solo con l’aria più navigata e stropicciata. Tutto questo, caro Manuel, nei 90s stava già iniziando ad accadere. Eh, sì.

La musica italiana insomma fa cagare perché fa cagare ciò che la musica in generale sta diventando, soprattutto se paragonata all’idea di musica che la nostra generazione e quelle precedenti hanno maturato troppi anni (decenni) fa.

Detto ciò, e malgrado ciò, aggiungo una postilla. Non tutto è merda, caro Manuel. Anzi. Hai ascoltato l’ultimo disco di Fabio Cinti? Quello di Tommaso Novi? Quello di Barbagallo o dei Somnambulist? Degli His Clancyness? Di Amerigo Verardi? Sono solo alcuni dischi italiani usciti negli ultimi mesi, e – a parere mio, ma non solo mio – sono belli, molto belli. Non è altro che un’opinione, certo. Ne avevo una, ben chiara, anche nel ’95, quando ascoltavo le canzoni degli Afterhours. All’epoca, in molti mi dicevano che facevano – che facevate – cagare. Io rispondevo: ma li avete ascoltati? Li avete ascoltati davvero?