liberato luca roncoroni sentireascoltare
Temporali

Non chiamatela rivoluzione. LIBERATO è una pizza all’ananas

Se vogliamo inquadrare il fenomeno LIBERATO nella macro-area “pop italiano” come hanno fatto (bene) sulle pagine di Noisey, gli elementi da considerare sono chiari e molteplici. Semplificando e sintetizzando l’ampio discorso di Alovisi nel suo articolo, il motivo dietro all’onnipresente puzza di vecchiume che ammorba il pop italiano è riscontrabile nelle due prassi pedissequamente seguite dalla quasi totalità degli artisti che in questo calderone si muovono.

La prima, quella dell’imitazione pedestre di stilemi già affermati all’estero – per lo più nelle aree USA e UK – è la derivativa consuetudine che origina il sempiterno luogo comune per cui “in Italia arriviamo sempre in ritardo”. A tal proposito è lì da vedere l’inquietante gap temporale che ha separato la colonizzazione delle chart mainstream da parte della trap in America (e un po’ in tutto il resto del mondo) rispetto a quando tale maniera è definitivamente esplosa anche da noi. La seconda, più conservatrice, a tratti quasi reazionaria, è il più classico degli ottusi “abbiamo sempre fatto così, continuiamo” per cui la musica pop in Italia è tutta uguale, se sintonizzi su Radio Italia non riesci mai a distinguere una produzione dall’altra, eccetera. Quindi le cose o sono trapiantate da contesti altri in cui hanno già avuto successo, oppure ricalcano cose già collaudate e stantie. Non si osa, non si inventa, se va bene si ricicla e si importa.

Secondo Noisey, LIBERATO è la proverbiale ventata di aria fresca: qualcosa che finalmente non rientra in nessuno dei due stanchi trend che permettono all’incancrenito giro della pop music italica di perseverare nel suo loop ammuffito. Purtroppo così non è, e l’evanescente cant(aut)ore napoletano è semplicemente un’ennesima riproposizione, a questo giro molto ben riuscita, del primo approccio che abbiamo detto. Non che questo debba essere motivo di biasimo, né svaluta un prodotto pop che è buono, ben fatto, inedito ma – paradossalmente – non troppo fresco. O almeno non così tanto come lo si sta facendo passare un po’ dappertutto. Dal momento in cui l’autore scrive che «è la prima volta che sento un pezzo R&B così internazionale uscire dal Bel Paese», è lampante come il termine internazionale stia a significare che questo non sembra un pezzo prodotto in Italia. E dove allora? In USA? Nel Regno Unito? Assolutamente si. Hip hop e r&b, e anche qualche vaga reminescenza più trappona, sono esattamente quello che un prodotto medio da pop chart attuale e internazionale dovrebbe presentare. Quindi la novità dove sta? Nel fatto che finalmente anche qui inizia a uscire qualche pezzo che suona alla moda e prodotto bene? Che abbia un’esterofilia più facilmente spendibile di molti altri? Finalmente le imitazioni abbiamo imparato a farle gran bene? Se dobbiamo perseverare nella derivatività, almeno ora lo facciamo come si deve. Insomma, a livello produttivo siamo ancora in piena zona mimesi: è una pappagallata di classe.

Certo il motivo per cui LIBERATO sta raccogliendo tutto questo hype è il cantato in dialetto partenopeo. Ed è chiaro che la maggior parte di noi polentoni appena senta una qualsiasi sillaba cantata in napoletano stretto sia pronto ad urlare “neomelodico!” col forcone in mano. Non di solo Gigi vive però il capoluogo campano, e la continuità con una città che di legami con la musica black ne stringe letteralmente da secoli è evidente: senza tirare ancora una volta in ballo i soliti triti riferimenti a Pino Daniele e agli Almamegretta, a me che sono cresciuto con i vinili del padre in casa piace citare gli Osanna, e tutta una serie di gruppi prog più o meno dimenticati. Le radici si estendono poi affondando fino a tantissima library music e alla psichedelia occulta, ma non divaghiamo. L’aggiornamento all’HD, al post-hh e al future r&b ci sta tutto, è bello e va incoraggiato perché è sicuramente un crossover interessante e affascinante. I rullantini asettici e surgelati, le vocine pitchate e i bassi grassi ed opulenti forse suonano ancora più freschi perché è il connubio ad essere inedito. Probabilmente l’innovatività di LIBERATO consiste proprio nel riuscire a fonderli insieme i due trend; imitazione e tradizione. La partnership è interessante, ben condotta, le due prassi anche troppo consolidate (separatamente).

Lui poi è anche stato molto bravo nel gestire tutto il contorno: l’occultamento dell’identità di banksyiana memoria contribuisce molto a sollevare bene in alto il polverone dell’hype – giustamente un po’ dovunque si tira in ballo un parallelo con il primo The Weeknd – così come il suo account tvmblr è un riuscitissimo saggio di crossover (ancora) tra hip pop culture e partenopeismo, per cui accanto ai santini e a Maradona ci sono le canne e le gif inglesi, e Nino D’Angelo si dà il cambio con Childish Gambino senza soluzione di continuità. Il tutto è molto post-moderno, quasi camp nella sua paraculaggine, ma – ed è innegabile – funziona assai bene. È sicuramente una cosa buona che succedano fenomeni simili nel pop nostrano, anzi ad avercene. Ma non chiamatela rivoluzione. Magari è meglio parlare di ri-evoluzione. LIBERATO è una pizza con l’ananas; a sto giro particolarmente buona, questo sì.