Temporali

Maneskin: Comfort zone per generazione talent

I romani Maneskin, età media 18 anni, escono da X-factor con una proposta musicale che si rifà a un rock ibrido, con riferimenti abbastanza evidenti al crossover funky di Red Hot Chili Peppers e Jane’s Addiction, a cui si aggiunge una versatilità onnivora e sfacciata à la Gogol Bordello (per certe movenze gypsy-punk, dub, ska…). In realtà, queste ascendenze “nobili” sono solo una tavolozza di riferimento (musicale ed estetica), quella con cui è stato apparecchiato un prodotto estremamente potabile, adatto a un pubblico – appunto – televisivo, tra gli ingredienti è quindi prevista anche la giusta dose di trasgressione ma sempre all’interno di una comfort zone ben circoscritta, di una calligrafia che forza i limiti per ricomporli l’attimo successivo. Una proposta, in definitiva, che non potrà mettere in moto granché interesse (e neppure neuroni) in chiunque abbia masticato gli sviluppi del rock negli ultimi – diciamo – venti anni.

Ma poi è arrivata la notizia, a stretto giro di posta, di un tour che porterà i Maneskin ad esibirsi nelle location tipiche del circuito “alternativo” – ad esempio il Vox, l’Hiroshima Mon Amour o il The Cage – e che, guarda un po’, è andato immediatamente sold out (sulle ombre di secondary ticketing stendiamo un velo pietoso). Apriti cielo: immediatamente l’aria natalizia che già impregnava le timeline dei social è stata perturbata da un dibattito – eufemisticamente parlando – molto acceso. Le posizioni delle due fazioni, l’un contro l’altra armata, sono riassumibili grossolanamente così: da una parte chi ritiene deteriore il meccanismo, i frutti e le conseguenze del talent, dall’altra chi apprezza la freschezza dei Maneskin – peraltro “certificati” dall’apprezzamento di Manuel Agnelli – e confida nelle possibilità del talent di selezionare e promuovere proposte rock a beneficio di un pubblico che altrimenti il rock faticherebbe a trovare. Le posizioni nel momento in cui scrivo restano distanti e apparantemente inconciliabili. Insomma, una bella discussione, tanto divertente quanto interessante. Ma l’ho vissuta con un senso di sconcerto in background, come se ci fosse in ballo una questione cruciale, sì, che però non riuscisse a emergere, ma anzi rimanesse ai margini del campo visivo e tra le righe di scaramucce laterali assai trite, impegnate a rimasticare argomenti ormai annosi.

Ho provato a spiegarmi questa sensazione, e se non vi spiace provo a spiegarla brevemente qui.

Premessa #1: detto che a me i Maneskin sembrano un prodotto pop televisivo con la sua bella data di scadenza prestampata, costruito con espedienti rock ampiamente metabolizzati (da ormai 15 anni i RHCP li ascoltano tranquilli madri e padri di famiglia neppure particolarmente appassionati di rock, suvvia), e che in questo non vedo nulla di male, o comunque nulla di nuovo.

Premessa#2: detto inoltre che prima dell’occupazione delle location rock da parte di ‘sti Maneskin, mi preoccupa semmai l’occupazione del (potenziale, residuo) immaginario rock nel cuoricino dei 14-17enni, cioè il terreno di conquista cui il rock dovrebbe (deve) puntare per mantenersi una base vitale di pubblico.

Detto questo, insomma, per me le questioni vere, cruciali, sono due, e riguardano il pop per un verso e il rock per un altro. Due questioni, due interrogativi.

Questione pop: perché l’industria vuole, progetta, dà spazio ormai quasi esclusivamente a un pop estremamente codificato, progettato in ogni suo aspetto e strutturato su espedienti già ampiamente digeriti, ivi compresa la componente di trasgressività? In altre parole, perché il pop un tempo poteva osare utilizzando intuizioni che provenivano da situazioni autorali o persino sperimentali mantenendo legittime speranze di successo, mentre oggi produce situazioni che riciclano (in maniera accademica, ingegneristica, fredda, piatta) forme risapute, spacciandole oltretutto (come nel caso di ‘sti Maneskin) per fresche?

Questione rock (quella che mi procura più amarezza): perché il rock “alternativo” o “underground” o “chiamatelocomecazzovolete” non riesce a proporre un artista o una band realmente rock – che si è fatta la gavetta, che c’abbia il DNA rock e le stimmate rock impresse a fuoco nell’anima, insomma una roba rock vera, che non lesini badilate alla comfort zone – e appunto in quanto rock possa sembrare all’industria (al sistema, al chiamatelocomecazzovolete) intrigante, accattivante, magari persino un po’ scomodo e pericoloso, sì, ma anche (ma proprio) in ragione di ciò spendibile, vendibile, remunerativo?

Le risposte? Boh. Le risposte mi sa che stanno nel solito vento di tanti, troppi anni fa. Buone feste. Buon anno.