Marissa Nadler: “Non sono una signora del folk”

Il New England è una parte degli Stati Uniti che rimanda ai tempi più antichi della giovane nazione americana. C’è la Storia che si affaccia in ogni dove, dall’isola di Nantucket dei balenieri raccontati da Herman Melville ai boschi dove si ritirò Henry David Thoreau. E’ anche una terra di poeti, come Ralph Waldo Emerson e Thoreau stesso, spesso ispirati dalla bellezza naturale che circonda le piccole città – esclusa Boston – che costellano questi sei stati del nord est. E qui è nata e cresciuta Marissa Nadler, pittrice prima che cantante e musicista, in un piccolo paese del Massachusetts, dove l’impatto visivo e, soprattutto, evocativo del paesaggio deve aver originato i primi germi della sua estetica più matura. Una sensibilità per ciò che la circonda che è venata di un certo aroma gotico fin dai suoi esordi. Ma d’altra parte, nel New Hampshire Stephen King (anche lui di questi luoghi) si immagina Stovington, la cittadina dell’Overlook Hotel, una delle capitali della geografia immaginaria dei brividi. Brividi e inquietudini che da queste parti si sono manifestati nella tragica parabola umana di Sylvia Plath (altra penna della poesia) e nell’arte letteraria di un Edgar Allan Poe che, anche se visse molto altrove, nacque comunque a Boston. 

Marissa Nadler 2014

Luoghi dell’anima?

Il rapporto così stretto con i luoghi e con la biografia, ci conferma Marissa Nadler nella nostra intervista, sono per lei elementi importanti nella scrittura. E come ha dichiarato altre volte negli scorsi anni, è più importante pensare in termini di poesia, nel suo processo compositivo, che non di tecnicismi. Una scrittura che parte prima dalla musica e dalla melodia, per poi essere vestita delle parole e delle storie. La geografia su cui si posa una biografia, vera o immaginaria che sia. E comunque tutto parte da una evocazione e da un flusso di coscienza che progressivamente si agglutina attorno alle canzoni. July è la punta più alta raggiunta finora dalla Nadler, un disco che, come mai prima d’ora, ha saputo coniugare la forma con la sostanza: una scrittura matura sostenuta da una band che l’ha saputa assecondare e seguire. Su tutti, l’apporto determinante di Steven Moore degli Earth alle tastiere e ai synth, elementi questi ultimi che “sono davvero capaci di veicolare l’atmosfera del disco“, come sottolinea Marissa stessa. 

“Chitarra acustica non significa per forza folk”

Un ruolo fondamentale lo deve aver avuto anche la produzione di Randall Dunn. Se è vero che conosciamo Dunn per aver lavorato su quel metallo trasfigurato che va sotto il nome di Sunn O))), sappiamo anche che è lui quello che ha prodotto gli Akron/Family, band che nella radice freak-folk ha più da spartire con la Nadler di quanto potrebbe sembrare in superficie. “Quando sono andata a Seattle a registrare“, è la cronaca e lo statement di Marissa, “le canzoni erano già tutte finite“. Come a dire, grazie per un contributo alla produzione “che riesce a trovare i suoni giusti e aiuta a portarli in vita in una tavolozza multicolore“, ma tutte le note sono mie, dalla prima all’ultima. Dove finiscano i meriti della musicista e dove comincino quelli del produttore è materia da filologi della musica. Quello che noi possiamo apprezzare è il sapiente equilibrio che è uscito dalla porta di quello studio di Seattle sotto forma di album. Tutto è contemporaneamente figlio del calore del folk chitarristico (“ma solo perché suono la chitarra acustica non significa che sia un’artista folk“) e il gelo delle sovraincisioni, degli eco e dei riverberi. Canzoni anche apparentemente semplici come Dead City Emily, in realtà, sono costruite su ceselli che per certi versi potremmo definire geografici: provate a fare attenzione alla “distanza” da cui sembrano arrivare i tappeti di synth a metà canzone, o alla voce della Nadler che a volte sembra salire dal basso, con la chitarra che va e viene.

Marissa Nadler 

Una voce per mille canzoni

Una nota, ancora di merito, va spesa per i dei cori. Non fatevi ingannare da una risposta come “non c’è niente di più che un po’ di riverbero e un sacco di strati della mia voce” uno sopra l’altro. Perché, se tecnicamente non c’è molto di più, di sicuro c’è una maestria nell’uso della voce (e della sua registrazione) che Marissa Nadler non aveva dieci o anche solo tre anni fa. Come ha raccontato promuovendo July, ci sono canzoni della sua carriera che non riesce nemmeno a riascoltare su disco, perché oggi non canta più in quel modo. Perché oggi la sua voce di soprano cristallino può farsi flebile come un rivolo d’acqua in una echo chamber (Anyone Else), in un brano che deve tanto a Julianna Barwick quanto a un certo uso delle sovraincisioni vocali in stile Julia Holter. Il fingerpicking, sarà anche selftaught, ma è duttile e prezioso (Holiday In). E oltre che alla sei corde, la dimensione poetica tipicamente folk della sua vena creativa si concretizza in road songs come Drive (il brano più Sixties del disco) e I’ve Got Your Name, dove anche un pianoforte diviene protagonista.

Marissa Nadler arriva al settimo disco felice di riaccasarsi sotto le ali sicure di una doppia etichetta (Sacred Bones e Bella Union) che le garantiranno di non dover più passare troppe ore davanti al computer per monitorare le donazioni su Kickstarter. Era il 2011, i tempi del disco omonimo (dal mood creativo uscirà anche l’EP Sister), dopo una stagione non particolarmente felice con l’etichetta precedente. Meglio fare tutto da soli, allora, comprese le spedizioni dall’ufficio di posta del quartiere. Ci sono ancora tutte le radici dream folk che rimandano ai Mazzy Star (evocati da sempre come pietra di paragone lungo tutta la sua parabola artistica, fin qui), ma anche e soprattutto le american roots di un bar di provincia, che sembrano in nuce contenere le visioni di July. Volgendo lo sguardo ancora più indietro, per esempio a quel Little Hells apprezzato anche da SENTIREASCOLTARE, ritroviamo ancora altri elementi di questa estetica odierna: gli Appalacchi della tradizione, ma anche un fare l’occhiolino al sound 4AD. E potremmo dire lo stesso anche di The Saga Of Mayflower May e di Song III: Bird On The Water: a guardarli dall’alto del 2014 sembrano tutti presagire, indicare, il sound e la maturità di July. Ma si sa che del senno del poi son piene le fosse e la realtà è sempre diversa da come ce la raccontiamo. Rimane una certezza in questo percorso di maturazione crescente: non ci sono stati scossoni, svolte, voltar di pagina. Si è trattato piuttosto di un ascoltare il proprio flusso di coscienza e, lentamente, aggiungere strato a strato a un piccolo monumento del cantautorato anni ’10 del XXI secolo. Ma tutto è partito da quel New England che le scorre nelle vene e che Marissa Nadler non ha mai abbandonato.