Il meglio del 2019: una panoramica gender-oriented

Il bilancio dell’ultimo tassello di questi anni Dieci appare composito e di non facile decodificazione. Le playlist “istituzionali” dei magazine musicali italiani hanno incoronato, pressoché unanimemente, Nick Cave and The Bad Seeds come trionfatori indiscussi delle classifiche del 2019, complice quel vero e proprio casus che Ghosteen ha rappresentato: un momento di partecipazione collettiva a un dolore inenarrabile, che in qualche modo ha compiuto il miracolo di poter essere raccontato, esalando poesia e bellezza. Accanto a questo, molti altri nomi ripetutamente citati nelle famigerate top five e top ten hanno dato segnali di rasserenante continuità e bisogno di conferme, enumerando una serie abbastanza prevedibile di punti fermi e qualche sorpresa: un Iggy Pop mai così intimista come in FreeThom Yorke, alle prese con il suo secondo, ambizioso lavoro solista legato a un film, Anima; la rivelazione del sound deflagrante dei Comet is Coming; le conferme dei National, Flaming LipsXiu XiuWilcoBon Iver e Devendra Banhart.

Nomi più o meno condivisibili, dove l’unico dato certo e incontrovertibile è risultata la sproporzione (oramai consueta, eppure, oh, non ci abbiamo ancora fatto l’abitudine), rispetto all’elemento femminile. Eccezion fatta per il giusto clamore suscitato da Magdalene di FKA Twigs, opera sofisticatissima e piena di mestiere, e per il forse eccessivo entusiasmo intorno a una Billie Eilish con numeri – parrebbe – da capogiro, ben poche parole sono state spese per celebrare un anno musicale al femminile che ha dato alla luce opere pregevolissime.

Kim Gordon, tanto per cominciare, che con il suo debutto da solista, No Home Record, ha compiuto un viaggio esperienziale totalmente inaspettato e unico, compiendo il prodigio di stupire pur rimanendo totalmente riconoscibile – una prerogativa che è solo dei più grandi.  Una sempre più impegnata PJ Harvey ci ha regalato la colonna sonora di un adattamento teatrale su All About Eve, e  ovviamente ha colpito nel segno, come suo solito. Bat For Lashes  con Lost Girls  snoda un’estetica nostalgica per un racconto contemplativo degli anni ’80 a Los Angeles, attraverso un sound come di consueto sofisticato e intimista. Le Sleater-Kinney sono tornate con The Center Won’t Hold, prodotto da Annie Clark (St. Vincent), album che ha sancito anche la rottura con la batterista Janet Weiss. Un disco che ha diviso, ma che ha il merito di risultare politico e schieratissimo, sin dall’eloquente titolo. Disco politico (e sociologico, antropologico, etnologico e storico) anche per la fuoriclasse Matana Roberts, giunta al quarto volume dell’ambizioso corpus Coin Coinstavolta dedicato a Memphis.

La seconda prova di Carla Dal Forno, Look Up Sharp, ha dato prova di grandissima consapevolezza e lungimiranza, mentre Chelsea Wolfe, in vero e proprio stato di grazia, con il suo Birth of Violence ha mostrato di essersi inscritta in un percorso musicale sempre più convincente, credibile e personale. Il folgorante esordio di Jade Bird è stata una delle sorprese più radio-friendly, mentre ben più underground è stata l’altra folgorazione del 2019: la nuova creatura di Sacred Bones, Spellling, che ha impressionato con il suo Mazy Fly. Sempre in casa Sacred Bones, si è fatta notare Jenny Hval, con l’etereo e e suadente The Practice of Love. Notevole anche lo spessore crescente di Aldous Harding, che con Designer ha letteralmente incantato, come pure Kate Tempest con il riuscitissimo  The Book Of Traps And Lessons, mentre Cate Le Bon, con il suo Reward, ha regalato un piccolo gioiello art-folk.

Angel Olsen ha dato alla luce un disco ispiratissimo con tratti di epicità: All Mirrors è stata una testimonianza di enorme maturazione artistica. E se Sharon Van Etten non ha suscitato unanimi entusiasmi, Lana Del Rey ha palesato ancora una volta la sua grandezza ben travestita da hype. Un altro innamoramento inatteso: la producer londinese Loraine James. Nera e omosessuale, nel suo disco For You and I, uscito su Hyperdub, ha raccontato la complessità delle relazioni omosessuali in una North London mai così cupa. Splendida cazzimma  anche quella di Little Simz (all’anagrafe Simbiatu “Simbi” Ajikawo), Mc e attrice di origini nigeriane stanziata a Londra, che con il  flow incendiario di Grey Area è pronta a far innamorare anche i non cultori del genere. Ottimo esordio per la dj e producer di origini turche Dj Haram, che con l’ep Grace ci spalanca una dimensione suggestiva di identità e contaminazione. Esaltante è l’aggettivo che ci viene da utilizzare per Analog Fluids of Sonic Black Holes, la nuova prova di Camae Ayewa e il suo progetto Moor Mother, che dopo l’acclamato Fetish Bones ci regala un altro viaggio ancora più complesso e disturbante.

Epica e rigore per Kali Malone , che con il suo The Sacrificial Code ci trascina in una suggestione senza tempo tutta organi e riverberi, in cui risuonano Nico, la musica sacra e i film di Bergman. Buona prova per i  Florist di Emily Sprague, che di fatto è autrice e compositrice dell’intero album, il secondo della band, come d’altronde suggerisce il titolo Emily Alone, e che s’inscrive nella scia di Adrianne Lenker e dei suoi ancora una volta ottimi Big Thief. Significativa anche la prova di Marika Hackman, il cui titolo Any Human Friend rievoca «una visione in cui le persone sono veramente accettate, in cui si è a proprio agio con le differenze». Le tematiche queer trovano qui significativi punti di contatto con i dischi di altre giovani musiciste, come la francese Héloïse Letissier (Christine And The Queens) o l’australiana Alex Lahey. Solidissima conferma è stata Weyes Blood col suo disco di dolore ed espiazione Titanic Rising, attualissimo anche nel cimentarsi (sin dall’immagine scelta per la cover dell’album) con i temi del climate change, mentre l’industrial noise di Pharmakon, al secolo Margaret Chardiet, atterrisce ancora una volta con la sua quarta, criptica opera Devour, dove si conferma la fascinazione per il terrifico. Musica “inaudita” anche per Lingua Ignota, il moniker della discussa artista californiana Kristin Hayter, che ci regala il suo terzo lavoro, Caligula tra noise, dark wave, folk gotico, musica classica, sacra, lirica, teatro e black metal.  Di tutt’altra foggia due altri meritevoli ascolti passati in rassegna: Lucy Rose con il suo meditabondo No Words Left e la già chitarrista e vocalist delle Chastity Belt, Julia Shapiro, con il suo esordio intimista Perfect Version.  Infine una menzione speciale per l’eleganza e lo stile consumato di Jessica Pratt, che con Quiet Signs  va ben oltre l’etichetta di freak folk e ci regala un vero e proprio classico.

Donne che omaggiano Tom Waits: è successo con Come On Up to the House: Women Sing Waits compilation-tributo curata dal compositore Warren Zane. Tra le artiste coinvolte, Aimee Mann e Phoebe Bridgers (quest’ultima con all’attivo altri due validi progetti quest’anno: Boygenius e Better Oblivion Community Center).

E in Italia? Poche ma buonissime illuminazioni: su tutte, Caterina Barbieri, che col suo Ecstatic Computation ci ha spalancato ancora una volta un universo affascinante di suggestioni sintetizzate; Laura Agnusdei, sassofonista e musicista elettronica, già componente dei Julie’s Haircut, che con Laurisilva fa il suo splendido esordio su album dopo il già promettente nastro Night/Lights di due anni orsono; Francesca Morello, in arte R.Y.F., che ci ha regalato un manifesto scomodo e necessario: Shameful Tomboy, spettrale e ipnotico, persino politico, come quando affronta temi delicati come la lotta al patriarcato e l’identità queer. Di tutt’altro tenore il contraltare decisamente più mainstream inflazionato di M¥SS KETA, che se non altro ha portato quegli stessi temi da Porta Venezia ai salotti televisivi in prima serata, ma che pare destinata a rimanere un sia pur interessante fenomeno di costume e poco altro (con buona pace del sold-out al Berghain). Tornando alla musica, non possiamo non citare Nada, che col il suo È un momento difficile, tesoro, ha tirato in ballo in quel suo modo personalissimo il pathos e l’innocenza, il dramma e il gioco: un sofisticato equilibrio di ossimori tutto teso a spiegare che la tristezza è uno strazio meraviglioso e necessario.

Giunti alla fine di questa rassegna, dichiaratamente non esaustiva, sicuramente lacunosa, forse qualcuno penserà che sia forzato e anacronistico mettere in piedi una panoramica così parziale, che prescinde in toto dai “generi” (musicali) e che appare invece  tutta focalizzata sull’elemento di genere. Benché sia stato detto che il gender è nient’altro che un “marketing tool” (non ricordo se la citazione fosse di Donita Sparks o Kathleen Hanna nella serie tv Punk), questo stesso elemento, il genere, se declinato al femminile determina ancora oggi un alone di marginalità, di vera e propria subalternità, che ci riguarda tutt* e a tutti i livelli. In questo, la musica non fa eccezione: ci sono interi capitoli della storia, dal punk al cantautorato, dalla no-wave all’elettronica, che meriterebbero di essere interamente riscritti in quest’ottica di restituzione di dignità e giustizia, ma non possiamo farlo in questa sede. Ci limitiamo ad una banale constatazione: ancora una volta, per celebrare la fine del 2019, tutte le cover delle riviste italiane sono andate agli uomini (idem per gli articoli più cliccati). A noi piace invece pensare di mettere tutte le talentuose artiste sopra citate in una copertina ideale di un universo parallelo. Un universo parallelo in cui non ci sia più bisogno di articoli come questo.