Migliori album 2019. Cento album essenziali

Una bella manciata di dischi che per un verso o per l’altro hanno finito per lasciare il segno in questo ultimo scorcio di 10s. Nessuna traiettoria particolare li lega, le georeferenziazioni del caso lasciano il tempo che trovano, l’età anagrafica degli autori e delle band è un dettaglio secondario. Queste sono pubblicazioni scelte da chi non si prefigura alcuna barriera tra songwriting, ritmi, storytelling e flow, siano esse campionate, sintetiche o acustiche.

Detto questo, posta l’irriducibilità di queste uscite all’unità, il 2019 segna idealmente un anno in cui alcuni cerchi si sono chiusi. Ventenni che hanno iniziato a far musica negli anni zero hanno trovato conferma del proprio talento (Vampire Weekend, These New Puritans), mentre nuove leve iniziano ora il loro percorso nel solco di tradizioni già ben radicate nei rispettivi generi (vedi Big Thief, con certo doloroso folk, e slowthai con il grime). Poi c’è il treno delle elettroniche UK che è sempre interessante osservare in transito, in questo eterno ritorno al passato che guarda al futuro con lenti HD (Logos, Basic Rhythm), oppure dal punto di vista di chi ne fa proprie le fascinazioni per esprimere un proprio vissuto (Loraine James, Oli XL), oppure da quello di coloro che, alla periferia dell’Impero, ne ricalibrano urgenze e ritmi (Duke). Anche il defunto rave rivive, in proposte diversissime tra loro, quali quelle di Giant Swan, Pelada, Octo Octa e dei veterani Chemical Brothers. E a proposito di musiche in alta definizione, c’è da dire che Lee Gamble ha fatto centro con il secondo capitolo di una ambiziosa trilogia, che i dTHEd, con il loro folle ma controllatissimo mix ipermoderno e prealfabetico, hanno letteralmente stregato, e che anche la declinazione prettamente ambient del suono Hi-Tech ha dato buoni frutti (Helm).

L’ambient stessa è risorta come necessario momento di scollegamento da una realtà iperconnessa, iperrelazionata. E interessante la sua declinazione verso quarti e quinti mondi, arcipelaghi fantastici, micronazioni fate voi (Ultramarine e Andrew Pekler), un continuo disgregamento del senso delle cose che songwriter come Bill Callahan, Bruce Springsteen, il compianto David Berman, Jeff TweedyWilco, e Cesare BasileGiovanni Truppi per l’Italia, recuperano egregiamente ripartendo dall’umano e dalle umane cose del quotidiano, e che donne come Aldous Harding, Weyes Blood, FKA Twigs, Caroline Polachek e Cate Le Bon riconducono ad una fascinosa cosmologia arty al cui centro ritroviamo gli scarti di un’imprendibile mistero (vedi anche alla voce Caterina Barbieri).

A proposito di ambienti dilatati e canzone: Helado Negro confeziona il suo album migliore (This Is How You Smile), un’ideale crocevia tra indie hop, soul e latinità, tra Devendra Banhart, Prefuse 73 e Arto Lindsay. E le chitarre? E il rock? Ci piace che i Dream Syndicate ruggiscano ancora ma ancor di più che una nuova leva di post-punker ribolla in minuscoli club che ora accolgono un pubblico non più folto di quello che stipava il CBGBs. Date un ascolto a Black Midi, The Murder Capital e Fontaines D.C. per tastare il polso a chi queste musiche le tiene in vita con l’urgenza che ci vuole, con un senso ancora connesso al presente.

Del resto questi sono gli anni dell’Hip Hop e della trap, e rispetto a tante cose sovradimensionate che lasceranno il tempo che trovano, noi tifiamo per proposte affatto banali come quelle di Tyler the CreatorJPEGMAFIA o come quella prodotta dalla coppia Freddie Gibbs e Madlib, che fa rivivere il boom bap con ineguagliata efficacia.

Di seguito i nostri 100 dischi. Nessun ordine particolare. Ve li consigliamo tutti e le ragioni le trovate nelle rispettive recensioni a cui potete accedere dai consueti link.

LogosImperial Flood

Se Cold Mission nel suo incastro tra ambient, HD e grime è uno dei dischi elettronici più importanti e paradigmatici degli anni ’10, Imperial Flood ne è il degno seguito, il completamento di quanto seminato nel primo capitolo e dal giro della Night Slugs, di gente come Visionist e compagnia dark echology.

UltramarineSignals Into Space

Indispensabile ascolto di questo 2019, Signals into Space è il disco che segna il ritorno di una delle coppie elettroniche (che bazzicano con l’acustico) più preziose e indispensabili del Regno Unito. Impossibile da riassumere nei suoi riferimenti sonori: il disco è un caldo viaggio equatoriale tra città sospese in aria, isole tropicali e mari incontaminati. Il miglior antidoto a una spossante giornata scandita dalla recessione e dai cambiamenti climatici globali.

These New PuritansInside The Rose

Un disco vermiglio, un disco scuro. Il quarto album della band inglese è una sublime apocalissi neo-romantica di darkwave da camera, un’oscillazione di fiamme e petali su velluto nero: welcome back.

Vampire WeekendFather of the Bride

Dopo sei anni di attesa, il nuovo lavoro della band di Ezra Koenig è un trionfo. Folle, avvincente, enciclopedico, strabordante di idee e di intuizioni. L’abilità nel giocare con più stili è rimasta intatta, ma si sposa con una scrittura più matura e sicura.

Big ThiefU.F.O.F. & Two Hands

È innegabile il percorso di maturazione dei Big Thief, che in questa nuova prova mostrano di aver piegato a proprio favore stilemi e cliché alt-folk per trasformarli in una miscela di suoni calibrati e ben messi a fuoco. Pochissime sbavature e una buona dose di qualità, per una band che sembra sempre più vicina a scoprire la propria vera essenza.

Bill CallahanShepherd In A Sheepskin Vest

Bill Callahan torna a sei anni dal precedente album di inediti con un lavoro ispirato e torrenziale: 20 brani a base di cantautorato folk intenso, essenziale, attraversato da una strisciante vena popular che potrebbe schiudergli scenari più ampi e – va da sé – meritatissimi.

slowthaiNothing Great About Britain

La rivelazione del grime/UK rap dal sangue misto fa scattare paragoni importanti (Dizziee Rascal e The Streets) e mette sul piatto un tema forte: raccontare di «Kids che non stanno per nulla bene» in un momento storico particolare per gli UK. Il macchiettismo feroce di Slowthai ha le potenzialità del miglior Eminem. Non stiamo parlando di un capolavoro, ma di uno di quei dischi che lasceranno sicuramente il segno.

dTHEdhyperbeatz vol. 1

Un trattato sull’incomprensibilità in otto mosse: un mix folle e controllatissimo di mille influenze passate in centrifuga e restituite con una voce unica e personale. Elettronica ipermoderna e prealfabetica.

Aldous HardingDesigner

Dopo due lavori solidi e struggenti nel loro subdolo pessimismo, l’inevitabile risultato non poteva che essere questo Designer. Nove canzoni che costituiscono nove diversi affreschi su quello che è l’approccio all’esistenza, “montati” con piglio quasi cinematografico in modo da costruire una narrazione in grado di flirtare a più riprese con l’abisso dell’animo umano.

LeifLoom Dream

Un disco ambient (ma coi ritmi) fatto con grande eleganza e gusto, metti i Visible Cloaks in versione ambient house o Gas alle prese con la botanica, ma soprattutto un disco che rispecchia la bucolica poetica del suo autore, il gallese Leif Knowles.

Cate Le BonReward

Reward è forse l’album più intimo e astratto di Cate Le Bon. Il suo quinto lavoro è una strana creatura che prende forma solo dopo un paio di ascolti (forse tre…), meno fisico, ritmico e nervoso rispetto a episodi come Mug Museum o Crab Day, eppure ancora profondamene ancorato a quelle particolari angolazioni nella scrittura a cui ci ha abituati l’artista del Galles

HelmChemical Flowers

Ancora un ottimo lavoro per Helm, che mischia inquietudine e riflessività, astratto e reale, in otto pezzi ambient.

Bruce SpringsteenWestern Stars

Diciannovesimo album in studio per Bruce Springsteen: una parata di fallimenti umani, troppo umani, a cui possiamo contrapporre solo la fiammella della speranza e una indefinita – ma non per questo meno potente – “pietà”.

Caterina BarbieriEcstatic Computation

Muovendosi con sicurezza negli interstizi tra contemplazione estatica e possessione, Caterina Barbieri trova un ammirevole e appagante bilanciamento tra rigore, passione ed emozione. La palette a disposizione è aumentata, così come la voglia di mettersi in gioco. Al di là della tecnologia, è l’umano che conta.

Helado NegroThis Is How You Smile

Il nuovo album dell’artista americano (ma di origini ecuadoregne) continua ad approfondire quel sound unico e personale in cui s’incontrano elettronica, radici latine e minimalismo psichedelico, aggiungendo una maggior introspezione, riuscita ed efficacissima, nei testi.

Weyes BloodTitanic Rising

Weyes Blood assembla una sintesi precisa di un decennio intero (quello degli anni Dieci), dove tutto è già scritto e quello che poteva essere fatto è solo un ricordo lontano. Un’ultima cartolina spedita dall’ultimo ufficio postale rimasto sulla Terra.

Black MidiSchlagenheim

Tra tecnica e follia, l’esordio lungo dei chiacchieratissimi black midi unisce brandelli math, noise, art, jazz-core, post-punk e no-wave con personalità e ambizione.

C’mon TigreRACINES

Il ritorno del duo/ensemble italiano riparte dall’esordio omonimo per questo suo nuovo “giro del giorno in ottanta mondi”, tra exotica, world, jazz, funk, afro e una reale infinità di altre suggestioni

Tyler the CreatorIgor

Il ritorno di Tyler si allontana ulteriormente dal rap per proseguire in direzione di una curatela sonora filtrata 80’s e 90’s, storta e furbetta, godibile e marginale.

Freddie Gibbs, Madlib – Bandana

A 5 anni da Piñata torna la coppia Madlib e Freddie Gibbs, con un altro disco di gangsta boom-bap decisamente riuscito (con un’importante novità produttiva).

Fontaines D.C.Dogrel

Il fragoroso esordio della (post)punk band irlandese tra protesta smart, quotidianità da veri dubliners e anthem impacchettati con gusto.

Massimo VolumeIl nuotatore

A 6 anni da Aspettando i barbari tornano i Massimo Volume come trio storico, dopo la defezione di Stefano Pilia. E tornano con un album teso e vibrante, più puro e screziato musicalmente e devastante come al solito dal punto di vista dei testi

Little SimzGrey Area

Il terzo disco di Little Simz è quello della definitiva consacrazione, quasi paradossale nella dicotomia tra quantità di spunti che contiene (hip hop, jazz, r&b, tantissimo funk, pochissimo grime) e compattezza della tracklist.

Giant Swan – Giant Swan

I Giant Swan sono la creatura di Robin Stewart e Harry Wright, due ragazzi che sembrano l’estensione fisica e spirituale del raver di nuova generazione, una molecola impazzita che scombina l’organismo dell’industrial più militante, rammollendolo con iniezioni di THC e fluidi allucinogeni, lasciando però intatta l’abrasività dell’acido di quelle vecchie batterie sintetiche.

Crumb – Jinx

I Crumb, quintetto di stanza a Brooklyn, stanno rivoltando come un calzino l’indie rock americano, partendo da zero e autopromuovendosi in maniera del tutto autonoma: Jinx, il loro primo LP, è da leccarsi i baffi.

Loraine JamesFor You and I

La giovane producer londinese Loraine James esordisce su Hyperdub con un album stupefacente: una personale e decisamente originale immersione impressionista ed emozionale nei suoni dell’hardcore britannico. «L’album ha più a che fare con il feeling che con gli stili di produzione», dice lei e dice bene, fate conto che sia «una live jam session fatta con mentalità jazz, in contrasto con il delicato e l’abrasivo. Il bello di For You and I sta nella libertà ritmica di fluttuare ed espandersi tentacolarmente con le melodie ad evolversi secondo molteplici tonalità.

Jenny HvalThe Practice of Love

Nel nuovo album di Jenny Hval i brani vantano hook di facile presa, ritmiche propulsive e riferimenti incrociati all’abbandono del corpo sul dancefloor, ma non rinunciano mai alle loro ambizioni filosofiche, trasformando dettagli apparentemente insignificanti in riflessioni della massima importanza.

FKA TwigsMagdalene

Nel suo secondo album Twigs ha deciso di mettere l’accento su pathos e vulnerabilità, reinventandosi con successo in una cantautrice umbratile e un’interprete accorata.

Lee GambleExhaust

Al netto di qualche appunto sul lato concettuale, ritroviamo un Lee Gamble in stato di grazia, che perfora ed estroflette formule sonore consolidate andando a toccare la pancia, e non solo l’intelletto, dei suoi ascoltatori

Oli XLRogue Intruder, Soul Enhancer Bloom

Come detto per Loraine James, il bello dell’approccio di Oliver Sehlstedt come di quello di altri/e producer illuminati/e che si cimentano con musiche nate per il club o gli MC, è quello di riorganizzarle secondo proprie regole, abitarle come qualcosa di autobiografico e personale, come un autoscatto con la vecchia macchina fotografica, più che con il cellulare. Rogue Intruder, Soul Enhancer Bloom è fatto di elettronica che richiede i suoi spazi in cuffia, funky in punta e melanconica al palato, tratteggiata con glitchy beat, buffi campionamenti e i Basement Jaxx nel cuore.

ZonalWrecked

Il ritorno della rodata coppia Martin-Broadrick (meglio noti assieme come Techno Animal) affresca un’apocalittica colonna sonora capace d’inglobare tutto ciò che sta tra doom-metal e dub isolazionista, per un mondo che sembra correre sempre più freneticamente verso la propria fine. Ospite d’onore, la poetessa afroamericana Moor Mother con le sue rime disturbanti e polemiche. 

Duke – Uingizaji Hewa

Convincente esordio per il producer ugandese, membro dell’etichetta Nyege Nyege Tapes: Uingizaji Hewa si articola in nove brani che spaziano tra tradizioni ritmiche locali ed influenze elettroniche cosmopolite, visionarie e spesso inquietanti.

Drab MajestyModern Mirror

Modern Mirror è il terzo album targato Drab Majesty, duo di Los Angeles composto da Deb DeMure e da Mona D.  Rispetto agli esordi – prettamente ruotanti attorno a soluzioni dark-goth-wave – in Modern Mirror viene accentuata la componente indie-dream 80s con ottimi risultati come testimoniano i singoli Ellipsis, Long Division e Oxytocin.

Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen

Si è detto e si dirà che questo disco-requiem per un figlio può assottigliare il confine tra vita e arte ai minimi storici, ma fa lo stesso anche per la distanza tra chi fa musica e chi ascolta. Un disco su un fantasma in cui i musicisti e la musica sembrano fantasmi – però le emozioni che suscita e restituisce non sono fantasmatiche. Sono vive.

Octo OctaResonant Body

Terzo album per la producer e dj trasngender che ci riporta allo spirito house dei primissimi anni Novanta: un disco che bilancia visione d’insieme, attitudine e filosofia di vita dell’autrice e potenti banger.

Caroline PolachekPang

La prima mossa da solista a firma Caroline Polachek, ex Chairlift, avventuriera synth-R’n’B, è uno spalancarsi di infinite possibilità. Se credete che il pop contemporaneo possa essere una faccenda complessa, spiazzante e di estrema classe, Pang è il disco meraviglioso che fa per voi.

Kali MaloneThe Sacrificial Code

Un doppio album “quietamente sovversivo“. Un’ora e tre quarti di immersive meditazioni negli armonici dell’organo a canne, dove un rigoroso approccio minimalista conduce verso una profonda ricchezza verticale. Keyword ossimoriche: “immanente misticismo”.

Kate Tempest – The Book Of Traps And Lessons

Ma qual è la scena di cui fa parte Kate Tempest? Forse nessuna. Possiamo pensare a John Cooper Clarke o agli Sleaford Mods, qualcuno ha nominato Linton Kwesi Johnson. Forse dentro ci sta il Bukowski arrabbiato, nei momenti più introspettivi anche la Szymborska maggiormente metropolitana. Ma forse tutto questo non dà l’idea del tempo che viviamo, così ben raccontato da Kate Tempest. Forse tutto questo non è possibile esprimerlo senza l’immigrazione, la Brexit, il precariato, le big company tecnologiche, la privazione di sonno data dagli smartphone, le fake news, il razzismo. Forse il vero contesto da cui Tempest viene è qualcosa che trascende il puro ambito artistico e inquadra la realtà, per quanto difficile tale compito sia.

Pelada – Movimiento Para Cambio

“Movimiento Para Cambio” è assieme gesto punk/politico apasionado e let’s party hard, non gli manca né l’equilibrio né la varietà, e neppure quel senso di euphoria che sta alla base del più autentico spirito rave. Come per Octo Octa, la memorabilia e il non riconoscersi in rigide concezioni binarie legate al genere sono altri elementi importanti di un progetto che, per quanto ricco di pasión, è dosato con intelligenza.

Underworld – Drift Series 1

Della reductio Drift Songs ce ne facciamo il giusto. La nuova mastodontica produzione discografica degli Underworld va gustata sulla lunghissima distanza – ovvero in formato Drift Series 1 – che a scanso di dubbi significa immergersi testa e cuore in un boxset della durata di 5 ore e 45 minuti. Parliamo di un totale di 34 tracce con due sopra i 30 minuti e ben 15 a superare i 7, e parliamo di libere improvvisazioni sui 120-130 bpm, declinate techno come electro o house, in cui il canto (così come il declamato) di Hyde ha modo di spaziare in eleganza, carisma e libertà.

Andrew Pekler – Sounds From Phantom Islands

L’album s’inserisce in quella affascinante discografia di musiche per quarti (vedi Jon Hassell e Ambient 3 dell’omonima serie di Brian Eno) e quinti mondi, cartografie al confine tra il naturalistico e l’immaginario.

JPEGMAFIA – All My Heroes Are Cornballs

L’effetto sorpresa è smaltito, ma il bulimico terrorismo musicale di JPEGMAFIA – trap e r&b frullati in un calderone di glitch, punk e noise – continua a convincere.

Orville Peck – Pony

Orville Peck arriva dal nulla e promette di rivoluzionare il country in ottica queer senza rinunciare alla tradizione. Evocativo e notturno.

Basic Rhythm – On The Threshold

Con l’esordio ufficiale a nome Basic Rhythm, il londinese Anthoney Hart affonda le mani in trent’anni di hardcoore-continuum per realizzare queste dieci tracce sempre spigolose, pulsanti ed irresistibili.

100 Gecs1000 Gecs

1000 Gecs è l’album d’esordio dei 100 Gecs, improbabile duo composto dagli americani Dylan Brady e Osno1. 1000 Gecs è il risultato delle diverse influenze che hanno caratterizzato fino ad oggi i due percorsi solisti, vale a dire tanto emo-trap quanto bubblegum bass/PC Music, frullati senza ritegno in paste trance e in allucinate distorsioni.

Velvet Negroni – NEON BROWN

Parliamo di un personaggio che ha trovato una quadra potabile e raffinatissima, che cita Sting/Police in maniera non banale, che in scaletta passa con disinvoltura attraverso una molteplicità di registri e umori (anche dub) tenendo ben salde narrativa e pathos. Per queste e altre ragioni “Neon Brown” è uno degli album r’n’b più interessanti dell’anno

Cesare Basile – Cummeddia

Undicesimo album solista per Cesare Basile, ancora un passo avanti verso la definizione di un sound mai tanto profondo e incisivo. I testi confermano il siciliano come lingua esclusiva e forse inevitabile. O, se preferite, armata.

Kevin Morby – Oh My God

Se avete seguito l’evoluzione artistica del musicista americano, Oh My God suonerà nelle vostre cuffie come una naturale maturazione artistica. Più del Morby autore, a convincere qui è l’aura di artista sempre più consapevole dei propri mezzi e ormai liberato dal peso del dover dimostrare di non essere l’ennesima promessa mancata. Già un piccolo e prezioso classico.

Lambchop – This (is what I wanted to tell you)

Col tredicesimo album in venticinque anni i Lambchop proseguono l’ibridazione tra la tipica impostazione country-soul e la calligrafia digitale avviata col precedente FLOTUS. Sintetizzando, forse, un punto di approdo che è anche testimonianza importante dello stato delle cose.

Rustin Man – Drift Code

L’ex Talk Talk, Paul Webb, ritorna con il moniker con cui aveva esordito in solitaria nel 2002, questa volta mettendoci anche la voce, per un canzoniere di grandissima classe

Angel OlsenAll Mirrors

Al nuovo disco dell’artista statunitense proietta il suo sound in un presente cupo che parla con toni drammatici il linguaggio di un pop vintage e, allo stesso tempo, affascinante.

Purple Mountains – Purple Mountains

L’esordio dei Purple Mountains segna il rientro in pista dopo dieci anni di David Berman, ex-leader dei Silver Jews. Una collezione di inediti intensi e disinvolti che recuperano alla canzone rock un ruolo centrale, in virtù di un mestiere che puntella stupendamente la credibilità.

C+C=Maxigross – Deserto

Terzo album lungo a firma C+C=Maxigross e svolta cruciale per il collettivo veronese: trame dense e frugali, suggestioni esotiche e ascendenze post, un senso di ricerca esistenziale e spirituale prima che musicale, eppure molto musicale. Co-produce Miles Cooper Seaton degli Akron/Family, ospite la concittadina Any Other.

The Murder Capital – When I Have Fears

A pochi mesi dall’esordio dei Fontaines D.C., un altro nome nuovo del post-punk giunge da Dublino. Più oscuri, più tumultuosi, più cerebrali dei loro compagni d’arme, The Murder Capital danno alle stampe un’opera segnata dal lutto e destinata a non passare sottotraccia.

Iggy Pop – Free

Il diciottesimo album solista di Iggy Pop è – coerentemente al titolo – una dimostrazione di libertà espressiva, di duttilità e intensità da parte di un artista troppo spesso alle prese coi fantasmi del proprio mito. Tra atmosfere ambient-wave, fatamorgane jazz, urgenza rock e spoken word, l’Iguana cambia pelle senza smettere di essere se stesso.

Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow

Il nuovo lavoro arriva e si staglia come un magnete sonoro in cui gli strumenti di sempre assumono nuova forma, scoprono il mondo dei riverberi: i tasti del pianoforte in smaniosa agitazione, i droni profondi, i distintivi tamburi affilati, i synth intensi, l’organo propulsivo, l’harmonium distorto.

Wilco – Ode to Joy

Undici tracce per l’undicesimo album dei Wilco: un atterraggio morbido, dimesso e quasi disperato. O, se preferite, un approdo, forse il vero approdo dopo i capolavori della cuspide tra vecchio e nuovo millennio.

The Dream Syndicate – These Times

A due anni dal buon How Did I Find Myself Here?, tornano i Dream Syndicate con un album che sorprende per l’ispirazione e la capacità di accogliere forme nuove senza tradire le radici Paisley.

Amanda PalmerThere Will Be No Intermission

La cantautrice di Boston torna con un disco ampio e ambizioso nel quale affronta senza remore alcuni dolori e problemi passati negli ultimi anni, con spietatezza reediana nello sguardo e spirito ziggyano nel dire “you’re not alone” a chi è passato attraverso le stesse cose. Un’opera coraggiosa, al di là di qualche passaggio meno riuscito.

Giovanni Truppi – Poesia e civiltà

Poesia e civiltà si presenta come un discorso scisso e coerente insieme su un certo modo di fare musica. Due mondi che Giovanni Truppi ha corteggiato per anni e che oggi rappresentano la sintesi più precisa della sua inconfondibile cifra stilistica

Florist – Emily Alone

L’idea che per risolvere il proprio rapporto con il mondo esterno si debba prima scavare dentro di sé non è certo nuova, ma la Sprague cerca una rielaborazione che non necessiti di sconvolgimenti, ma che anzi apparecchi un terreno familiare e immediatamente riconoscibile per l’ascoltatore.

Apparat – LP5

È la prova della maturità di un Renaissance Man nell’era del digitale; un autore, compositore e produttore che più che sedurre ama farsi guardare e ammirare, da vicino come da lontano. Riuscendoci.

MISS KETA – Paprika

L’autoproclamato lavoro che “batte il ferro finché è caldo” è in verità una solida produzione tutta italiana pensata e sviluppata in team, fatta con passione e senso del gioco, senza la fretta di pubblicare. M¥SS KETA rimane un progetto con la data di scadenza sulla scatola, eppure ce n’è abbastanza qui dentro per godercelo per quello che è: molto di più di un guilty pleasure.

The Chemical Brothers – No Geography

Meno ospiti altisonanti e più effervescenza. La nona prova dell’iconico duo si candida a classico della loro discografia. Nessuna novità a livello di sound eppure campionamenti, hook e groove funzionano con rinnovata scioltezza.

Murubutu – Tenebra È la Notte

È un disco che rappresenta un nuovo punto d’arrivo per il rapper/professore: i fan di vecchia data potranno tutti trovare di che essere contenti, visto l’estensione dello spettro coperto in termini di testi e spunti. Quelli nuovi avranno una pronta palette di tutto ciò che la penna di Murubutu può offrire. È se una proposta così ampia si accompagna ad una musicalità arrivata a questo nuovo punto di consapevolezza e profondità, oltre che ad una scelta di collaborazioni particolarmente azzeccata, non c’é davvero motivo perché il professore non faccia finalmente il salto che si meriterebbe in termini di visibilità. Sarebbe un bene enorme per tutto il rap italiano. 

Billie EilishWHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?

WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?, nasce con l’idea di un concept che ruoti attorno ai film dell’orrore, ma diciamolo subito, qua non c’è nulla di lontanamente spaventoso. L’album è un mix di emotività adolescenziale e produzione pop contemporanea ricca di contaminazioni, convincente e riuscita.

Dave – Psychodrama

Dischi capaci di una prosa così ne passano veramente pochi. Possiamo dire tranquillamente che la generazione grime nata negli anni Novanta ha trovato il suo capolavoro.

The Comet Is ComingTrust In The Lifeforce Of The Deep Mystery

Va giustamente su Impulse! questo nuovo disco dei The Comet Is Coming di Shabaka Hutchings, perchè è qui che risiede oggigiorno lo spirito più puro che fu della label americana ed è qui che lo troverete se lo vorrete cercare

Skepta – Ignorance Is Bliss

Il ritorno di Skepta sceglie la strada della coerenza e del made in Britain, concedendo pochissimo agli USA e recuperando istanze sinogrime e UK garage. Probabilmente il miglior seguito possibile di Konnichiwa.

Bonnie “Prince” Billy – I Made A Place

I Made A Place culmina nel trittico finale, con le ballate che rappresentano l’apice del disco, ma mostra qualche momento poco convincente nella parte centrale. Intendiamoci, Oldham sa maneggiare con maestria la materia che tratta, dimostrandosi ancora una volta portavoce autorevolissimo della tradizione USA, ma il disco avrebbe tratto giovamento da una limatina in termini di numero di brani, concentrando il messaggio e dandogli così ancor maggior forza. Rimane comprensibile che dopo otto anni ci fossero molte cose che Oldham voleva dire. E comunque le dice meglio di molti altri.

Leonard Cohen – Thanks For The Dance

Cohen ha sempre saputo tutto, anche quale fosse il modo migliore per salutarci. Quando non eravamo ancora pronti, quando quel senso di infinito ancora avvolgeva la sua musica. Ma adesso, con questo ultimo passo di danza, il punto sta per essere posto e la puntina sta per alzarsi segnando un distacco definitivo, portando con sé tutte le crepe, tutte le rinascite, tutta la luce. A tre anni dalla scomparsa del cantautore canadese arriva l’ultima indagine devozionale della famiglia Cohen: il padre, il figlio, lo spirito santo.

Andrea Laszlo De Simone – Immensità EP

De Simone torna con una suite orchestrale, un’opera d’amore che non può invecchiare perché formata da due semplici e necessari elementi, un uomo e la vita.

Jamila Woods – Legacy!Legacy!

Raffinatezza jazz, spirito soul, dinoccolato hip hop e tanta eleganza in ogni dove: Jamila Woods ha confezionato un ottimo disco ben piantato nella sua Chicago e nelle tradizioni più profonde della musica afroamericana. Un disco che non fa distinzione fra politica e biografia, ispirato da grandi maestri quali Miles e Betty Davis, Zora Neale Hurston, Muddy Waters, James Baldwin, Basquiat, Frida Kahlo e molti altri

Barker – Utility

La palette sonora richiama il lascito prezioso del duo Ernestus/Von Oswald, aggiornandone la lezione più ambientale, ma spostando l’accenno dalle nebulosità dub all’euforia trance. Barker passa dalla dissezione dei beat e del monolitismo techno allo scrollarsi di dosso del tutto l’artiglieria pesante a base di kick & snare. Ciò che resta dopo questa operazione è un suono astratto ma tangibile, che prende forma in brani che sembrano velature ad acquerello. Una delle vette elettroniche di questo 2019

Lana Del ReyNorman Fucking Rockwell

Un’urgenza che non le riconoscevamo fa pubblicare a Lana Del Rey il suo probabile miglior disco