25 anni fa il “Castlemorton Common Festival”, il rave illegale più imponente del Regno Unito

Un grande spazio all’ombra delle colline di Marven Hills nel distretto del Worcestershire, oltre 20mila persone giunte da tutto il Regno Unito nell’ultimo weekend di maggio, in occasione della «bank holiday», tradizionale festa britannica originariamente dedicata ai lavoratori delle banche. L’invito ai ravers era partito da una segreteria telefonica con questo messaggio: «Lasciate tutto, uscite di casa e venite al Castlemorton Common Festival». Partì così il 22 maggio 1992 il più grande rave illegale nella storia della Gran Bretagna, un evento che oggi, a venticinque anni di distanza, viene ricordato non solo per le dimensioni di pubblico, ma anche per gli strascichi legali e burocratici che causò. Da lì infatti, il Parlamento inglese, due anni dopo, ricevette la spinta per approvare il famoso Criminal Justice and Public Order Act, introdotto da Michael Howard, segretario del Primo Ministro John Mayor, che restrinse numerosi diritti nell’ambito dell’organizzazione di eventi definiti pericolosi. Tra le misure, l’aumento delle pene, con il passaggio dalla materia civile a quella penale, per i campeggi non autorizzati, la violazione di domicilio e la diffusione di musica con «beat ripetitivi». L’inizio della fine dei rave britannici.

Prima del Castlemorton, la polizia del Somerset e dell’ex contea di Avon tentò di bloccare il tradizionale Avon Free Festival che si teneva annualmente nelle campagne nei dintorni di Bristol nei giorni della Bank Holiday. Migliaia di raver, in quel periodo definiti «new-age travellers», furono spinti fuori dal territorio e si ritrovarono nei territori di Marven Hills per dar vita ad un altro evento, più grande nelle dimensioni, ancora più influente nella storia dei raduni musicali inglesi rispetto allo Stonehenge Free Festival di metà anni Ottanta. Un rave di otto giorni che ospitò i sound system più in voga nel periodo, ovvero Spiral Tribe, Circus Warp e la punk band Back to The Planet.

Il frontman del progetto Carl Hendrickse, intervistato negli scorsi giorni da BBC, ha ripercorso quei giorni spiegando la nascita del fenomeno: «Non c’erano strutture per le persone per ballare e riunirsi in questo tipi di eventi, ecco perché cominciarono a nascere le feste illegali». In un periodo in cui i social network non esistevano e i cellulari non erano così diffusi come ora, le comunicazioni sui luoghi dei rave avvenivano via segreteria telefonica: «C’era una linea aperta dagli organizzatori – ha spiegato nello stesso articolo Carl Loben di DJ Magazie – che si attivava nelle ore serali». Bastava avere il numero, ascoltare le indicazioni e mettersi in viaggio. Spirito hippy, droghe, perdizione e contatto con la natura le parole d’ordine di quella stagione inglese. Che, dopo il Castlemorton, subì il colpo più duro.

La domenica infatti arrivò la polizia, contattata dai cittadini che ascoltavano la musica da oltre 16 chilometri di distanza e odoravano gli spiacevoli odori che provenivano dalle colline. Non c’erano servizi igenici, infatti, i bisogni primari venivano espulsi dappertutto. Nonostante i traveller avessero intenzione di ripulire tutto dopo ogni festa, i segni lasciati da quegli otto giorni ormai storici furono evidenti. Gli agenti arrestarono oltre cinquanta ragazzi per reati di droga e dieci per minacce a pubblico ufficiale. Le proteste della comunità di cittadini di Castlemorton, aizzate dai conservatori, furono intense: l’anno successivo – riporta la BBC – imposero una «zona di esclusione» per i camper che avrebbero tentato di accedere all’area. Il leader del partito conservatore del paese, Michael Spicer, sollevò la questione relativa ai rave illegali in Parlamento sottolineando la mancanza di barriere morali nelle feste.

Si arrivò pian piano all’approvazione, il 3 novembre 1994, del Criminal Justice and Public Order Act. Le manifestazioni di opposizione, da parte di gruppi politici, come l’Advance Party, o delle crew dei sound system e dei musicisti, non mancarono. E’ nota la dichiarazione del duo inglese Autechre che, nel settembre 1994, due mesi prima della legge, scrisse sulla copertina del disco Anti EP (uscito su Warp): «La parte ritmica dei brani Lost e Djarum si basa su una struttura ripetitiva (ironico riferimento ad uno dei punti dell’Act riguardanti la musica dei rave, ndr). La terza traccia, Flutter, non ha ritmi ripetitivi quindi può essere suonata dai dj a patto che abbiano un avvocato o un musicologo per difendersi dalle accuse della polizia». Uno dei tanti attacchi da parte dei producer elettronici del periodo contro un provvedimento nato proprio in seguito al Castlemorton Common Festival, 25 anni fa.

Di seguito un video pubblicato su Youtube con le immagini del festival.

29 maggio 2017 di Luigi Lupo
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