Jake Gyllenhaal, Jena Malone e il coniglio Frank in "Donnie Darko"

“Donnie Darko”. Compie 20 anni il film che ha segnato una generazione senza che nessuno se ne accorgesse

Donnie Darko inquadrava già il trend che da lì a poco sarebbe stato ripreso da tutta una serie di pellicole successive: la retromania.

Il 19 gennaio 2001 veniva presentato in sordina al Sundance Film Festival Donnie Darko, opera prima di Richard Kelly, all’epoca 25enne, che inquadrava già il trend che da lì a poco sarebbe stato ripreso da tutta una serie di pellicole successive: la retromania.

La distribuzione del film fu a dir poco travagliata. La data d’uscita originale era stata fissata al 26 ottobre 2001, ovvero un mese e mezzo dopo gli attacchi dell’11 settembre alle Twin Towers di New York. Chiaramente, con il pubblico ancora tremendamente scosso dall’accaduto, lo spettatore non moriva dalla voglia di andare in sala a vedere un film che tra i suoi tanti riferimenti ne faceva uno su un disastro aereo. Così la distribuzione internazionale fu bloccata dalla produzione e a Kelly occorsero circa sei mesi per vendere i diritti distributivi del film. Ricorda il regista:

Il film finì quasi direttamente su Starz [network americano]. Dovevamo implorarli se volevamo essere distribuiti in sala. Christopher Nolan si fece avanti e convinse Newmarket a metterlo nei cinema

La pellicola comunque continuò a non ottenere il successo sperato, incassando davvero pochissimo. Per qualche anno non se ne sentì più parlare. Fino al 2004. Quell’anno venne presentata alla Mostra di Venezia una director’s cut di Donnie Darko che ottenne il plauso della critica e favorì l’uscita al cinema di quella versione, arrivando anche alla distribuzione negli altri Paesi (Italia compresa anche se solo in home video, dove la pellicola era ancora inedita). Presentata anche al Seattle International Film Festival, per la prima volta nella storia del festival i biglietti di una proiezione andarono esauriti in un giorno, con un incasso di 33mila dollari in cinque giorni.

Il fascino di Donnie Darko risiede nella sua retromania, implicitamente suggerita per tutto l’arco del suo svolgimento. C’è l’ambientazione della provincia americana che rimanda alle opere di John Hughes ma dotate di un’atmosfera decisamente più sinistra e ci sono le hit di quel periodo con una soundtrack che spazia dagli Echo & the Bunnymen ai Tears for Fears, dai Duran Duran ai Joy Division per arrivare poi alla mitica Mad World, in origine sempre dei Tears for Fears ma che qui appare nella versione riletta da Gary Jules, capace di bissare se non superare il successo dell’originale proprio grazie al film di Kelly. Immancabili poi tutte le citazioni divenute cult nel tempo, come “28 giorni, 6 ore, 42 minuti, 12 secondi. Ecco quando il mondo finirà“, “Perché indossi quello stupido costume da coniglio?/Perché indossi quello stupido costume da uomo?

Donnie Darko ha segnato una generazione di spettatori – quella che nel 2004 era in piena adolescenza – e riproposto un trend (quello del recupero del passato già appartenuto a film come American Graffiti o Grease) che da lì in avanti sarebbe stato esplorato in ogni modo e non solo nel mondo del cinema, ma anche in quello della musica e delle arti varie e abbracciando perfino il genere dei cinecomic a modo suo (“Donnie Darko, che razza di nome è? È strano, sembra il nome di un supereroe!“).

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