I Dream Syndicate non tradiscono neanche a Roma

La band esponente di punta del Paisley Underground si è esibita per la prima volta nella Capitale con un concerto memorabile in cui, oltre ai brani dall'ultimo album "How Did I Find Myself Here?", ha riproposto alcune perle degli anni '80.

Tra gli esponenti di punta del Paisley Underground, la scena alternative-rock losangelina degli anni ’80 che guardava al passato recuperando in particolar modo i suoni psichedelici dei Sessanta, i Dream Syndicate – sembrerà strano – hanno suonato per la prima volta a Roma solo ieri, 28 giugno 2018. E sì che a Roma, il leader e fondatore Steve Wynn è sempre stato di casa, seppur in solitaria, tanto che nel 2001 pubblicò a suo nome Live At Big Mama, fissando su disco il suo tour a supporto di Here Come The Miracles, uscito nel medesimo anno.

Reduci dalla release, avvenuta lo scorso settembre, di How Did I Find Myself Here?, il loro primo album in studio (recensito su queste pagine da Andrea Macrì) dopo quasi trent’anni dallo scioglimento del 1989, i DS hanno intrapreso un nuovo giro mondiale che sta toccando l’Italia in cinque tappe. Roma è stata la quarta, dopo Bologna il 25 giugno, Sestri Levante (GE) il 26 e Gardone Riviera (BS) il 27, e prima di Avellino il 29.

E fa niente se gran parte del pubblico del Monk, in maggioranza sotto i trent’anni, il gruppo californiano non l’ha vissuto in tempo reale: sussulti di giubilo si sono levati quasi ad ogni attacco di brano (una quindicina quelli suonati, inclusi i bis, per un’ora e mezza scarsa di show). La band, da parte sua, s’è ingraziata gli astanti – ma, come detto, non è che abbia dovuto faticare più di tanto – grazie a melodie a presa rapida, muri di chitarre, resa live da far invidia a parecchie band più giovani e soprattutto un repertorio dall’afflato rétro dove gli echi psych di matrice Sixties si mescolano da un lato a post-punk e college rock, e dall’altro al grande cantautorato folk e roots nordamericano che va da Young a Petty passando per Dylan, senza tralasciare la lezione dei Velvet Underground, la tradizione rockabilly e finanche inflessioni georgeharrisoniane. Insomma un pastone irresistibile anche oggi che di anni, Wynn e soci, ne hanno quasi sessanta.

Ovviamente l’ultima fatica in studio è stata parecchio presente nella scaletta del concerto romano, ma era impossibile non riaprire il cassetto dei ricordi rispolverando Medicine Show, il loro capolavoro del 1984, con – andiamo a memoria – Armed With An Empty Gun, Merrittville, la title-track e soprattutto quella magnifica creazione che era e resta Burn (a fine articolo il link al filmato del pezzo eseguito proprio nella data capitolina). Oppure lo stupefacente esordio The Days Of Wine And Roses, con le splendide That’s What You Always Say e Definitely Clean. O ancora Out Of The Grey, con Forest For The Trees e Boston, prima di concludere con Tell Me When It’s Over, «the first track from the first record» l’ha introdotta Wynn, come a dire che tutto finisce dov’è cominciato: un nuovo modo d’intendere la circolarità in musica.

Su SA trovate, oltre alla recensione del succitato Medicine Show, la meravigliosa photo-gallery (da cui è tratta anche l’immagine che accompagna il presente articolo) del concerto al Teatro della Conchiglia di Sestri Levante tenuto il 26 giugno, realizzata da Patrizio Buralli.

Tracklist
  • 1 Filter Me Through You
  • 2 Glide
  • 3 Out Of My Head
  • 4 80 West
  • 5 Like Mary
  • 6 The Circle
  • 7 How Did I Find Myself Here
  • 8 Kendra's Dream
The Dream Syndicate
How Did I Find Myself Here?