Migliori album 2018. La classifica di Beatrice Pagni

La vulnerabilità, imponderabile chimera, nella sua accezione di potente transfer emozionale, sembra colorare il minimo comune denominatore della personale classifica di fine anno di Beatrice Pagni

Su SA trovate le classifiche personali di Davide Cantire, Fernando Rennis, Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, e un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come COS, Quietus e NPR.

La vulnerabilità, imponderabile chimera, nella sua accezione di potente transfer emozionale, sembra colorare il minimo comune denominatore della mia personale classifica di fine anno. Stiamo parlando di dischi ma potrebbero essere vite, storie, fotografie, capitoli lasciati a metà, paragrafi mai iniziati. Il 2018 si configura come anno padre di un’espressività rotta, travagliata e sghemba. Lo è stato nelle uscite cantautorali, dirette sempre più a un pubblico di pochi selezionati ascoltatori, lo è stato nell’esplosione incontrollata di fenomeni culturali ed estetici come la trap. I dodici mesi del mio 2018, rigorosamente senza autotune, parlano di una scoperta della vulnerabilità come bisogno primario di benessere. «È un super potere essere vulnerabili», cantava Brondi giusto un anno fa lasciandosi dietro una valanga di dolori e tentativi di forza richiesti da nessuno. Ed è in mezzo a una rottura, una crisi devastante che nasce il mio numero uno, il favorito per cuore e rigore: il debutto solista di Daniel Blumberg arriva poco tempo dopo le sue dimissioni dall’ospedale, registrato in presa diretta in cinque giorni, nel freddo Galles.

Una creatura umana complicata e bellissima, quella di Blumberg, già al lavoro con gli Yuck, e presenza fissa al celebre Café Oto di Londra, culla dei bisogni free jazz di chi non può fare a meno di improvvisare. Il suo Minus, sette pezzi per una vita maciullata dal dolore, abbraccia tutto il nascosto, tutto l’esplicito e i dettagli intermedi. Avvolto da un’urgenza compositiva che si fa cura nell’attimo stesso in cui viene creata, Minus ha intercettato il gusto degli amanti del cantautorato scarno, della nevrosi jazzistica, degli abissi spettrali di wyattiana memoria. La sua natura prismatica e densa può contare sulla produzione di Peter Walsh, re Mida del suono, già al lavoro con Scott Walker, Pulp e Peter Gabriel. Si può scommettere su un ventottenne dal volto emaciato e la voce dolente? Si deve. Blumberg vive una costante catarsi, dilata il tempo con brani di dodici minuti, tanto che sembra non esserci niente di contemporaneo nel suo mondo. Fuori da tutto, fuori da sé: le cicatrici sottocutanee di un ricovero per problemi mentali, la fine di una relazione totalizzante, la liberazione che arriva immediata e senza sovrastrutture. Imprevedibile, nevrotico e melodioso allo stesso tempo, il disagio di Blumberg si scioglie poi in una dolcezza antica, rifugio di inquietudini impossibili da abbandonare. Senza fare lo slalom attorno alle parole, è l’equilibro instabile a rendere il suo debutto qualcosa di estremo e teso, a tratti perfino sfiancante, con evidenti sbalzi di umore. Dilatando selvaggiamente il vuoto dell’anima, distorce, reitera, annichilisce la malinconia. Un piccolo genio scazzato, Blumberg, dalla voce angelica e lamentosa, un palpito libero e angosciato, uno che non si fa problemi a ripetere due volte lo stesso pezzo durante i live, come un bisogno che non guarda a setlist esteticamente perfette. Imbrigliare il proprio istinto è esattamente ciò che il ventottenne di Londra non fa. E il suo songwriting, che vive di linee rette e mano libera (il disegno è l’altro grande talento dell’artista), respira del prodigioso, irrequieto, straordinariamente focalizzato talento di un giovane che per sottrazione arricchisce di bellezza l’anno che sta per finire.

Punto e a capo: la luce vulnerabile proiettata da ascolti vari ed eterogenei illumina e riconferma il talento del ragazzo dell’Illinois, Ryley Walker, che sceglie di percorrere la strada meno facile, meno immediata, con un album organico, dal candore spiccato e sempre più difficile da etichettare. Fra jazz e primitivismo americano, il suo Deafman Glance gode di burrasche improvvise, sbavature sensoriali, opachi interludi di atonalità. Quando Walker canta «dressed down / for revival / I lost it all in the right way», sembra di poterlo subito capire, quel suo perdere tutto, nel modo giusto, che somatizza la paura del ragazzo delle jam, condannato a un ruolo fisso, detenuto del proprio talento.

In un mondo pieno di profondità, energia grezza e forza intimista gli undici brani sognanti e inquieti del nuovo disco di Marissa Nadler brillano di malinconia gotica, di frantumata urgenza. Canzoni popolari capaci di dar vita all’eco spettrale di una relazione che crolla, non perché l’amore è scomparso, ma perché le circostanze esterne lo hanno reso impossibile. Altra donna, altra cantautrice, vulnerabile e forte si dimostra Joan Wasser, una voce sola per buttar fuori tutta quella necessità che è la musica, capace di restituire la “vita sognata”. Finalmente sicura del proprio bagaglio personale e artistico, sempre più Joan e sempre meno Police Woman, senza costrizioni, senza filtri, senza rimpianti analizza l’anatomia di una passione, il fotogramma urgente, il sospiro universale. C’è la summa artistica di un lavoro complesso e sincero come Damned Devotion, il femminismo ragionato e la volontà di coinvolgere gli uomini, il coraggio di dire ciò che si pensa, la paura e l’inibizione provate di fronte alla minaccia. E a salvarci, sebbene portatore di ulteriore sofferenza, sempre lui, l’amore. E a cantarlo questo dannato, benedetto amore, arriva anche il giovane cantautore neozelandese Marlon Williams: reduce dalla rottura con la collega musicista Aldous Harding, decide di musicare il proprio disagio. Sembra che l’amore, anche quello dissolto, sia in tutte le cose buone che Williams conosce e sa far bene. C’è sempre qualcosa di disperatamente commovente nell’approcciare il sound di Make Way For Love, tentativo di sistemare un amore rotto continuando a tenerlo vicino nonostante gli innumerevoli ostacoli del caso. Per un disco così non si può che parlare di instant-classic, in grado di trasfigurare i grandi del passato.

Ma se si parla di classici e miti è il momento di tirare in ballo alcuni album maestosi usciti in questo 2018: il ritorno di Jon Hassell, dopo nove anni di silenzio e ottantuno primavere, va a definire una personalissima visione compositiva capace di alternare un pulsatissimo jazz modale a ronzii di piano distorti, ambienti poliritmici in disintegrazione, beat informi e trombe umorali. Il padre del Quarto Mondo esplora le infinite possibilità di ricombinazione, lasciando i frammenti campionati, ripetuti e sovradimensionati liberi di muoversi. Applicando la tecnica pittorica del pentimento agli arrangiamenti – stuzzicando la consistenza con la sovrapposizione di strati di suono e usando le sovraincisioni – crea strati densi e sempre mutevoli, sviluppa profondità e consistenza all’interno di un’immagine. L’altare del suono di Hassell si muove in mezzo alle trame eteriche della musica, ricamando modelli armonici senza tempo.

Eterno e iconico è anche il disco postumo, o meglio l’album perduto di John Coltrane: dopo più di cinquant’anni anni riemerge una storica incisione, tenutasi il 6 marzo 1963 (1:00pm – 6:00pm) a Englewood Cliffs da Rudy Van Gelder, il fedele sound engineer che consegnò a Trane una copia su nastro della registrazione; tornano in vita nastri rimasti nell’ombra, pezzi di storia che nessuno pensava di poter conoscere, un’archeologia sopita e straordinaria.  Curato dal figlio Ravi, questo è il disco ideale che trascende il peso della novità con un equilibrio miracoloso, e che lascia i suoi sheets of sound liberi di viaggiare, in entrambe le direzioni, in una sola volta. Con Charles Bradley si chiude il capitolo dedicato ai mostri sacri: la gioia infettiva dell’album postumo voluto fortemente dalla Daptone Records, più una famiglia che una casa discografica, raggiunge vette altissime in mezzo a potenti inediti e cover che Bradley ha registrato nel corso delle recording session dei suoi dischi in studio. Un lavoro che mette assieme pezzi registrati con la Menahan Street Band di NYC in un arco di tempo che va dal 2011 al 2016. Tutta la potenza, il dolore e il divertimento che ci ha regalato mentre aiutava a definire il movimento revivalista del soul nel nostro secolo catturano la tenerezza, la vulnerabilità, la verità e il fervore di un artista che abbiamo perduto troppo presto. Un amore senza confini, testimonianza della sua bellezza e del suo spirito

Sul fronte debutti troviamo invece la splendida Tirzah, che con pazienza e grazia ha confezionato un album che taglia i filtri che spesso mettiamo nelle nostre vite, portati a credere che tutto debba essere raffinato e perfetto, prima di potersi considerare finito. Nonostante la natura profondamente personale di questo album, la giovane non cade mai vittima del sentimentalismo con un disco quasi difficile, perché realmente introspettivo, senza passi falsi o finzioni emotive; vissuto come un letto sfatto, Devotion regala undici preghiere al mondo dei piccoli tradimenti e ai rituali imprevedibili dell’amore moderno. L’impronunciabilità letterale e formale di un duo come quello dei ******** (ogni asterisco si riferisce a una parola il cui acronimo forma Guinness, Generally Underwhelmed Incognito Niceties Not Even Slightly Suggestive), si ritrova in una delle uscite più interessanti dell’anno: in una pioggia di riff destrutturati e drum machine interrotte, fra dissonanze circensi e charleston elettrico impastato di autotune, i Guinness si fanno portatori di istanze sociali con un piglio naïf mai superficiale, andando a investigare l’onnipresenza della tecnologia all’interno delle nostre vite, la disperazione che abita su social dove si consigliano metodi e strumenti per suicidarsi, l’assurdità della gig economy. Potremmo considerare The Drink un disco politico, umanitario, civile, se solo la polis si interessasse realmente di certe problematiche. Cosa che però fa Kali Uchis, classe ’93, mischiando il jazz brasiliano che ricorda Flora Purim al doo-wop, passando per funk-pop, raeggeton e chill-wave: la sua totale autonomia racconta anche quel sogno americano fotografato su uno sfondo politico senza prediche. Grazie a una serie di collaborazioni gigantesche, la Uchis è riuscita a fondere i suoni contemporanei di garage, hip hop e club music con acume e grazia, creando un insieme di brani che suonano attualissimi pur prendendo ispirazione dalle leggende funk e soul che l’hanno preceduta. Il suo Isolation è un disco sognante, febbrile, femminista e profondamente libero che non resta mai intrappolato in un (solo) genere.

E attraverso i mondi viaggia anche l’ambizioso debutto di Rejjie Snow, quasi una promessa di inizio primavera, irriverente e acerba nella sua voglia di maturità: Dear Annie squarcia il velo della straordinaria odissea che attraversa hip-hop, r’n’b e smooth pop, omaggiando le vertigini dell’amore, le farfalle nello stomaco, le notti dolceamare. Non c’è un grande spazio per il romanticismo all’interno del mondo rap, fatto più che altro di dissing e attacchi politici: ecco che il disco di Snow riempie quel vuoto tematico con un groove tirato ma conciliante, con lo sguardo lucido di chi sa che sta regalando una boccata d’ossigeno tra morbida elettricità, campionamenti jazz, beat eighties in odor di Stevie Wonder e ombre sdolcinate di una Francia vintage. La pastosa foschia di una filastrocca hip-hop lunga 61 minuti. La finestra elettronica brilla con il compendio sorprendente firmato da Nicolas Jaar con A.A.L., un affondo dall’impatto istantaneo, fra linee vocali prese in prestito alla Motown, synth gelidi e accattivanti, richiami al funky e alla Chicago House per undici miniature urbane di squisita fattura. Un progetto diverso dal solito e lontano dal sound che ci aspettiamo dall’ecumenico Jaar, e forse proprio per questo irresistibile e afrodisiaco: un pastiche sonoro di pura musica da club che raccoglie sei anni di carriera e sperimentazioni, e non si nega la libertà di andare contro ogni logica.

La genialità inafferrabile e post-moderna del nuovo di Oneohtrix Point Never o quella di Tim Hecker – che nell’album più curioso della sua carriera, fa dialogare la tecnologia organica con alcuni degli strumenti più antichi del mondo – sono la conferma che l’elettronica continua a dare filo da torcere ai mondi rap e hip-hop come perfetta narrazione musicale della contemporaneità. Una menzione a parte va riservata al jazz torrido uscito dal nuovo lavoro degli inglesi Sons of Kemet, fautori di un groove inebriante e in delirio afro-futuristico, alla psichedelia esoterica e compatta del progetto di casa nostra Lay Llamas, al maestoso e spavaldo ambient-electro-jazz del trio londinese dei Szun Waves, alle prese con un album che fa emergere quanto il movimento britannico del jazz stia vivendo una delle sue più floride e importanti stagioni. E infine l’ottimo ritorno firmato da Eli Keszler che si concentra sulla creazione di un movimento sonoro che si rivela completamente solo in funzione della ripetizione, del tempo che scorre dal futuro, attraverso l’incessante spinta del passato.

Lo sguardo sull’Italia si ferma su quattro nomi importanti, fra s(emi)coperte e conferme storiche: Adele Nigro e i suoi Any Other, Nu Guinea, Riccardo Sinigallia, Calibro 35. Se i primi due si sono dimostrati felicissime rivelazioni sebbene non totalmente sconosciute, gli ultimi pongono una pietra dorata sulle proprie carriere con due album di grande maturità compositiva, a fuoco, sensazionali nella loro scelta di voler restare fuori da qualsiasi trend musicale. Se Sinigallia disegna col carboncino un mondo in lotta fra concretezza e impressionismo, con un cinismo ironico e dolcissimo, a farla da padrone nel nuovo lavoro dell’ensemble di Gabrielli è un retrofuturismo ardito e cinematico che si traduce in un suono duttile e ispiratissimo, senza momenti di stanchezza. Dodici mesi sono tanti? Sono pochi? Per cosa? E per chi? È a seconda di come li si vive, di quanto si è pronti all’ascolto del nuovo che un anno potrebbe non bastarci mai o apparirci estremamente difficile da riempire di momenti indimenticabili. La vulnerabilità di cui parlavo all’inizio diviene allora il filtro attraverso il quale sondare la mia necessità di ascolti, quel coraggio di essere imperfetti, agendo senza garanzie di successo. Uomini e donne che arrivano da tutto il mondo mi hanno insegnato, coi loro racconti sonori, che respingere la parte più vulnerabile di noi stessi è un errore madornale. È necessario anche fallire, senza provarne vergogna ma anzi prendendo coscienza delle possibilità generali della vita umana. Come ha fatto Ryley Walker dopo anni di dipendenza, come Marissa Nadler e Daniel Blumberg hanno tentato di ricomporre i cocci di una rottura traumatica. Immersi nella molteplicità e nel mutamento, ci dobbiamo confrontare con l’incertezza, con la vulnerabilità, con una condizione di ambiguità che non è anomalia ma struttura, anche nella musica, anche nell’arte. Saremo sempre più fragili, capite la fortuna di un antidoto così potente?

  1. Daniel Blumberg – Minus
  2. Ryley Walker – Deafman Glance
  3. Marissa Nadler – For My Crimes
  4. Jon Hassell – Listening To Pictures (Pentimento Volume One)
  5. John Coltrane – Both Directions at Once: The Lost Album
  6. Joan As A Police Woman – Damned Devotion
  7. Tirzah – Devotion
  8. A.A.L. (Against All Logic) – 2012/2017
  9. Marlon Williams – Make Way For Love
  10. Charles Bradley – Black Velvet
  11. Nu Guinea – Nuova Napoli
  12. Any Other – Two, Geography
  13. Riccardo Sinigallia – Ciao Cuore
  14. ******** [The Drink] – The Drink [********]
  15. Rejjie Snow – Dear Annie
  16. Oneohtrix Point Never – Age Of
  17. Calibro 35 – Decade
  18. Sons of Kemet – Your Queen Is A Reptile
  19. Kali Uchis – Isolation
  20. Lay Llamas – Thuban
  21. Szun Waves – New Hymn to Freedom
  22. Tim Hecker – Konoyo
  23. Eli Keszler – Stadium
  24. Lonnie Holley – MITH
  25. Blood Orange – Negro Swan
Tracklist
  • 1 Minus
  • 2 The Fuse
  • 3 Madder
  • 4 Stacked
  • 5 Permanent
  • 6 The Bomb
  • 7 Used To Be Older
Daniel Blumberg
Minus