Still dalla docu-serie "SanPa"

“SanPa”: la comunità di San Patrignano era davvero l’unica alternativa alla morte negli anni ’70 e ’80? C’è chi dice no

San Patrignano era l'unica via per salvarsi? Un libro del 1988 dice che non è così.
San Patrignano era davvero l’unica possibilità di salvarsi, per le persone cadute nell’inferno della dipendenza dalle droghe negli anni ’70 e ’80? Era davvero l’unica comunità per il recupero dei tossicodipendenti in Italia? E soprattutto, i discussi metodi ivi utilizzati erano davvero l’unica via per affrontare le difficoltà connesse alla gestione dei profili più “difficili”? Secondo gli autori del progetto narrativo Cannibali e Re, no. E la pubblicazione l’ha spiegato in un post sulla sua pagina Facebook, partendo dall’analisi del libro della dottoressa Maria Pia Lai Guaita intitolato La comunità terapeutica: origini storiche, interventi attuali in Italia e stampato nel 1988.
 
Il messaggio muove chiaramente dal vespaio di polemiche suscitate dalla docu-serie SanPa: luci e tenebre di San Patrignano, di recente sbarcata su Netflix e recensita su queste pagine: «Anche noi l’abbiamo vista – esordisce il testo – e, soprattutto, abbiamo letto le centinaia di commenti che assolvono – o addirittura esaltano – l’operato di Muccioli e del suo entourage giustificando anche gli atti più efferati alla luce della convinzione che in Italia, allora, non c’era altra opzione che affidarsi a lui, alla sua comunità, ai suoi metodi».
Il fatto, secondo l’autore della nota, è che SanPa non era per niente l’unica struttura esistente negli anni in cui il complesso guidato da Muccioli saliva agli onori delle cronache: «A memoria ricordavamo benissimo che già dalla fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 esistevano esperienze come San Benedetto al Porto e Saman (nella gestione di Rostagno) che avevano altri presupposti, usavano altri metodi, e credevano in approcci ben diversi da quelli della San Patrignano di Muccioli. Così abbiamo fatto una piccola ricerca partendo dal libro della dottoressa Lai Guaita e abbiamo appurato che il presupposto secondo cui allora per un tossicodipendente l’unica alternativa alla strada, al carcere, alla morte era San Patrignano è falso».
Nel testo, specifica il post, erano addirittura elencate le moltissime comunità attive fin dalla seconda metà degli anni Settanta: «Da pagina 115 a pagina 163 decine e decine di comunità (approvate dal Ministero dell’Interno), di varie dimensioni, con vari approcci terapeutici, laiche e religiose». E si tratta, aggiunge la pagina in un commento a margine, «solo delle comunità che il Ministero dell’Interno ha considerato, nell’ambito della legge Iervolino-Vassalli, come luoghi in cui i tossicodipendenti potevano svolgere la pena alternativa al carcere. Quindi probabilmente il numero è ancora più alto».
E allora come mai si continua a dire che c’era solo San Patrignano, si chiede il messaggio? «La risposta è semplice. Molte di queste comunità non godevano dei finanziatori, degli appoggi politici, della mediaticità di San Patrignano. E in certi casi offrivano una risposta ben più complessa al problema della tossicodipendenza di quella basata su paternalismo e controllo totalitario. Una risposta che però, oggi come allora, la maggior parte degli italiani non intende ascoltare, preferendo scorporare il tema delle dipendenze (rigorosamente al plurale) dalle questioni sociali che ne sono alla radice. Il tossicodipendente diventa solo un singolo che sbaglia, da punire nelle istituzioni carcerarie o rieducare e isolare con ogni mezzo».
Un’impostazione poi rafforzata, ricorda Cannibali e Re, dalla suddetta legge Iervolino- Vassalli «contro cui molte comunità terapeutiche si sono battute (con la campagna “educare non punire”). E che venne indubbiamente favorita dalla complice assenza dello Stato, che scaricava il fardello della tossicodipendenza su famiglie disperate. Famiglie che nella promessa salvifica di Muccioli vedevano l’unica via praticabile». Pertanto – conclude la nota – «risulta grave che a distanza di parecchi decenni si continui ad usare l’escamotage del there is no alternative per sterilizzare un dibattito che, purtroppo, a tratti è ancora attuale. La serie ha avuto il merito di riaprire questa discussione ma, come manca la voce narrante, manca anche una sintesi critica. Luci, ombre, contraddizioni sono ovunque nella Storia, ma gli oppressi e gli oppressori restano tali».
Insomma, ribadendo il titolo che abbiamo scelto per il presente articolo: la comunità di San Patrignano era davvero l’unica alternativa alla morte negli anni ’70 e ’80? C’è chi dice no, tanto per citare Vasco Rossi, del quale si ricorda la polemica con la stessa struttura datata 2012 e che di recente vi abbiamo riproposto.
Ricordiamo che nei giorni scorsi nuovi scontri a proposito della questione hanno visto ancora una volta protagonista Red Ronnie, che si è scagliato contro Luca Bizzarri, ma anche strenue difese dell’opera che, partendo proprio dalle parole in sua difesa dello stesso Bizzarri, «non va intesa come un affossamento della comunità di recupero tout court». E di SanPa, criticata anche dalla stessa organizzazione, che ne ha preso le distanze, si è occupata anche la politica, con le dichiarazioni al vetriolo da parte dei leader del centrodestra attuale. Last but non least, vi segnaliamo anche l’intervista a Fabio Cantelli, l’ex addetto stampa della comunità e figura centrale nella docu-serie con le sue numerose testimonianze.
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