TOdays 2016. Intervista al direttore artistico Gianluca Gozzi

Si svolgerà dal 26 al 28 agosto 2016, TOdays Festival 2016, seconda edizione di un’ambiziosa iniziativa che porterà sui palchi dello Spazio211 e dell’Ex fabbrica INCET di Torino sia John Carpenter, ovvero l’autore di innumerevoli cult movie come La Cosa e 1997: Fuga da New York nelle vesti di musicista con la band, sia gli altrettanto leggendari Jesus And Mary Chain e Brian Jonestown Massacre, oltre a nuove stelle del firmamento alternativemainstream come M83 e proposte a 360° come il cantautorato di Calcutta, l’elettronica acquatica dei Niagara, le musiche di Teho Teardo ed Elio Germano, l’atteso ritorno dei Local Natives, l’affascinante e misterioso combo svedese GOAT tra afro-beat, rock acido e rimi danzerecci, e altro ancora.

In forza della corposa line up (per il dettaglio vi rimandiamo alla pagina dedicata a TOdays Festival 2016) abbiamo raggiunto Gianluca Gozzi, organizzatore e direttore artistico di TOdays, per affrontare con lui una serie di temi caldi riguardo all’organizzazione di eventi in Italia, alle difficoltà da affrontare e alle soddisfazioni che derivano dal realizzare festival musicali di questa portata. Abbiamo parlato anche di come abbattere i confini tra elettronica e chitarre per stendere una line up attuale ma non schiava delle mode, del mescolare act italiani e internazionali dando ad ognuno la giusta importanza e confezionando un evento popolare nel senso più contemporaneo possibile.

TOdays sta crescendo. Come sono cambiati e maturati gli obiettivi rispetto a quando avete dato vita a questa iniziativa?

TODAYS giunge quest’anno alla seconda edizione. Quando abbiamo immaginato come costruire il festival abbiamo cercato di non imitare schemi pre-esistenti creando un surrogato delle realtà passate, così, anziché replicare in maniera inevitabilmente più sbiadita ciò che è stato e non è più, o tentare al contrario di anticipare ciò che verrà, abbiamo scelto di realizzare la nostra fotografia schietta, sincera e vera del presente. Nel costruire la prima edizione del festival abbiamo cercato di valorizzare lo spirito creativo troppe volte soffocato dal canone dell’ufficialità polverosa, ma che da sempre costituisce il vero legame con le nuove tendenze culturali che turbinano nell’underground torinese…penso alla scelta dei luoghi della periferia torinese (geografica, ma non culturale), alle etichette musicali autoctone coinvolte, ai collettivi artistici, ai cartelli di dj e musicisti internazionali e anche ai locali, ai grafici visionari, e alle competenze tecniche che hanno fatto della nostra città un punto di riferimento nazionale in grado di dialogare e competere con realtà internazionali. In questo senso mi piace pensare a TODAYS come a un festival coraggioso ed ambizioso, di chi cerca altro che non sia l’ovvietà e il pressapochismo e, nel nostro piccolo, di respiro europeo, e questo rimane l’obiettivo principale anche per questa edizione. A volte è proprio la mancanza di coraggio nell’investire sul cambiamento ciò che limita il rinnovamento, ma credo che l’unico luogo dove il futuro possa essere cambiato è questo istante, perciò anziché “campare” di rendita, abbiamo cercato di costruire qualcosa di diverso e personale che altrimenti non avrebbe avuto diritto di cittadinanza, cercando di capire cosa mancasse e avendo il coraggio di farlo, osando modalità nuove ed eludendo ciò che è convenzione, per crearne di nuove ed attuali. Valorizzare il territorio offrendo visibilità a spazi urbani di alto livello già presenti e che si possano modulare a seconda delle esigenze: da galleria d’arte a spazio concerti, passando attraverso performance, installazioni, dj set, conferenze, incontri, aggregazione e socializzazione, e radunando giovani e meno giovani al di là dei “generi” e degli “stili”, dove il pubblico è partecipe e protagonista, anziché un semplice consumatore di un evento preconfezionato. L’obiettivo è riunire migliaia di giovani in un luogo fuori dal perimetro preconfezionato della “movida”, farlo l’ultimo weekend di agosto e soprattutto per un festival “vero” in un’area cittadina in passato troppo spesso abbandonata all’incuria. In questo modo, attraverso i luoghi, le storie e gli artisti, proviamo a raccontare le città del mondo a Torino, e Torino, a sua volta, al mondo intero.

Ci raccontate le scelte artistiche che hanno portato alla stesura di questa line up?

Abbiamo cercato di rappresentare la musica che ci piace, costruendo un senso che andasse oltre la semplice line up, ma soprattutto cercando di portare musica di qualità ad un pubblico più trasversale possibile, spesso non abituato a fare ricerca in tal senso.

Per noi un festival è qualcosa in cui far scoprire alla gente cosa c’è fuori – robe nuove, strane, forti, non necessariamente rassicuranti, ma roba che fa bene – e farlo proponendo una varietà di attitudini e musiche diverse che difficilmente si possono vedere tutte insieme nel quotidiano, dai Jesus And Mary Chain a M83, dai Goat a I Cani, non musica alla moda, ma neppure per snob, dai suoni allucinogeni dei Brian Jonestown Massacre a quelli taglienti del maestro John Carpenter, dal linguaggio sperimentale di Teho Teardo e Elio Germano alle musiche amiche di Motta e Iosonouncane. Insomma, dal rock’n’roll alla sperimentazione elettronica, dalla melodia alle cavalcate post apocalittiche abbiamo voluto che ce ne fosse per ogni gusto, ed abbiamo mescolato tutto per rappresentare quello che c’è per come esso è, senza ostinarsi ad inseguire quel che sarà o rimpiangere ciò che è stato. Perché oggi, nella realtà musicale attuale, non ha più molto senso fare distinzioni nette di generi e di pubblici: chi ascolta i Crystal Fighters è probabile che contemporaneamente segua anche le uscite su Raster Noton e Minimal Wave, così come un fan de I Cani non può che rimanere affascinato dal melting pot stilistico e originale dei Soulwax. Per fortuna non ci sono più limiti tra chi ascolta elettronica, chi ascolta chitarre, chi ascolta computer music, l’unico “confine” dovrebbe essere tra buona musica e cattiva musica. Il criterio che abbiamo impiegato è stato perciò quello di offrire spazio alla musica italiana e straniera di qualità ed originale, con una attenzione alle scene musicali attuali, sia locali che internazionali, e in questo senso TODAYS è un festival “europeo” dove qualità e novità si fondono senza chiudere fuori nessun “genere” musicale e scommettendo sul fatto che la gente abbia curiosità e apertura mentale maggiore di quello che a volte noi pensiamo.

Non un festival monotematico che si rivolge solo ad un pubblico settario ed “esclusivo”, bensì qualcosa di pop-olare nel senso più “inclusivo” ed esteso possibile del termine. Non vogliamo che partecipi al festival solo il fan dell’artista indie straniero inserito nella top 2016 di qualche rivista patinata, ma piuttosto il ragazzo comune che la sera prima è andato in discoteca e il giorno dopo magari andrà in cremeria con la ragazza della quale si è invaghito ascoltando Calcutta.

C’è in particolare un artista che avete fortemente voluto nonostante le difficoltà e magari anche il costo per portarlo in Italia? Qual è l’artista che aspettate di più?

Ancor prima di scegliere un artista, per noi è importante l’idea di festival in quanto tale. Ovviamente è bello avere uno o più artisti significativi in cartellone, ma il focus deve rimanere sempre sul festival: prima viene l’evento e poi gli artisti in esso inclusi. Quando confermiamo gli artisti, mi piace quindi fare in modo che il pubblico decida di venire al festival non solo sulla base dei nomi scelti in line up, ma con l’intenzione di vivere tre intere giornate piene di tante cose, musicali e non, all’insegna dell’arte e del divertimento, così che tornando a casa uno non pensi solamente “sono andato a vedere il concerto di John Carpenter o di M83 o dei Jesus And Mary Chain”, ma piuttosto “sono andato al festival Todays”, partecipando non solo ad una sequenza di concerti, ma ad un “vero” festival. Qualcosa di non omologato, dove scambiarsi esperienze, dove respirare aria nuova, dove non ci sia la sensazione di essere in un luogo chiuso ad ascoltare gruppi chiusi che si alternano su un palco secondo lo schema artista-cambio palco-altro artista, bensì in un’intera area della città tutta da scoprire che diviene un unico palcoscenico in trasformazione, qualcosa di diverso dal quotidiano al quale siamo abituati. Per questo cerchiamo di stare molto attenti a non inseguire ostinatamente artisti con hype mediatici importanti che in qualche modo rischierebbero inevitabilmente di concentrare l’attenzione su se stessi. Spesso il pubblico italiano si lamenta, anche con ragione, recriminando su quelle band che non vede nei festival nostrani, ma, senza ipocrisia, in Italia quando si costruisce una line up è sempre un tentativo, più o meno riuscito, di equilibrare tra “chi si vorrebbe” e “chi è disponibile e ci si può permettere”.

John Carpenter è sicuramente l’artista di questa edizione al quale personalmente tenevo di più, ed abbiamo fatto l'(im)possibile per assicurarci la sua presenza. Non è stato affatto facile convincere un signore di quasi 70 anni che quest’estate volerà su è giù dall’America all’Europa varie volte solo per suonare, qualcosa che persino band di ventenni faticherebbero ad accettare. Come molti miei coetanei sono cresciuto amando film suoi come Halloween, Il Signore Del Male, Essi Vivono, 1997: Fuga da New York ed il suo sguardo critico sul mondo contemporaneo; inoltre ritengo che la sua influenza sull’arte del creare colonne sonore in modo personale, suggestivo e tagliente sia storicamente fondamentale nell’evoluzione del rapporto tra musica e cinematografia. Vedere Carpenter per la prima volta suonare dal vivo è un sogno che pensavo sarebbe rimasto tale per sempre.

Come è stato il rapporto con le istituzioni e la risposta del territorio rispetto a TOdays? Avete avuto finanziamenti?

TODAYS è organizzato dalla Città di Torino attraverso l’ente istituzionale Fondazione Per la Cultura, ma anziché calare dall’alto un evento alieno di questo tipo, l’Amministrazione locale ha avuto la capacità di riconoscere, valorizzare e coinvolgere molte giovani realtà locali attive sul territorio, soggetti in grado di contribuire alla genesi del progetto investendo proprie idee e proprie risorse economiche, anziché limitarsi ad essere semplici contenitori vuoti adatti solo ad ospitare qualcosa di esterno.

Questa idea è alla base del festival: fare di una parte della città, la sua periferia Nord, lo scenario unico del festival, un palcoscenico urbano fatto di spazi riconvertiti, e costruirgli attorno l’evento, che diviene epicentro valorizzato e valorizzante. La periferia della città è animata da una passione pura che, seppur caotica, rappresenta l’underground della Torino da sempre, ed anche nelle altre metropoli europee succede la stessa cosa: spesso il degrado di luoghi abbandonati e dismessi crea il terreno fertile per una rappresentazione di quella tensione creativa che unisce e fa sentire a casa, una casa dove avanguardia, sperimentazione e rock’n’roll si sostituiscono alle miserie dei tanti che dalle case popolari periferiche intorno vorrebbero forse fuggire e fare emergere così la forza necessaria per esprimere rabbia, gioia, cultura, incontro: questa è l’anima popolare di Torino. Il territorio e i talenti divengono produttori e creatori di eventi e non solo riproduttori o fruitori passivi di ciò che c’è già, soprattutto suggerendo che tale forma possa rimanere permanente sul territorio e non solo durante il festival, contribuendo così alla rivitalizzazione del tessuto culturale del territorio Barriera di Milano e alle necessità dei suoi abitanti.

Quando abbiamo pensato al festival, ci siamo detti che tutti vogliono andare sul sicuro, anche nell’ambito della cultura, e fare cose che garantiscano un successo certo, ma puntualmente queste vanno male, quindi probabilmente la chiave per riuscire è quella di osare facendo cose non troppo scontate e diverse dal “vincere facile” stile gratta e vinci. Così abbiamo accettato la scommessa, e in un momento storico come questo in cui la musica non riesce più ad arrivare alle persone come dovrebbe, credo che la missione di chi organizza eventi culturali sia anche quella di contribuire allo sviluppo sociale di una coscienza critica collettiva, e che lo si possa fare divertendosi ma non necessariamente solo ridendo, ascoltando musica che non sia solo quella che già conosciamo da tempo, discutendo ma non per forza di cose essendo tutti d’accordo, condividendo anziché dividendo. A seguito della prima edizione di TODAYS molti torinesi (e non solo) hanno avuto modo di conoscere realtà attive e produttive del territorio in un’area della città periferica, e questo ha attivato un’economia locale che vive nel quotidiano. Recentemente realtà internazionali come il britannico The Guardian e l’americano New York Times hanno eletto Torino come uno dei 50 luoghi da visitare nel 2016, unica città italiana, e a supporto di questa causa è stato menzionato proprio TOdays festival ed i luoghi coinvolti. Questo territorio, dopo decenni di “abbandono”, è tornato ad essere un luogo di produzione culturale che genera economia, nuove attività si stanno insediando in ex aree industriali come i Docks Dora e l’ex Fabbrica Incet, dove è nato un centro di Innovazione sociale, o il Museo Ettore Fico, uno dei musei contemporanei più visitati in questo ultimo anno. In questi ultimi 10 anni è cambiato sensibilmente il ruolo e soprattutto il potere economico delle istituzioni pubbliche che sovvenzionano le attività culturali estive, e le risorse economiche pubbliche sono state inevitabilmente ridotte; così, sin dalla prima edizione, TODAYS ha imposto un biglietto, un sorta di azionariato popolare che possa garantire al festival una propria, seppur parziale, autonomia e legittimità di esistenza. Ad oggi TODAYS sopravvive per 1/3 grazie al finanziamento pubblico dell’Ente Organizzatore Città di Torino, per 1/3 grazie a contributi di sponsor privati e bandi di Fondazioni bancarie e per 1/3 grazie alla propria biglietteria.

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La vendita di biglietti e abbonamenti pre-evento quanto diventa fondamentale nell’economia dell’organizzazione e della pianificazione di un evento come TOdays?

Per quanto ci riguarda, direi che è fondamentale. L’anno scorso oltre il 35% del pubblico è arrivato da altre città italiane e da altri Paesi europei, e inaspettatamente abbiamo venduto tutti gli abbonamenti disponibili già in prevendita. Questo si è rivelato un fatto straordinario, poiché Torino arrivava da una tradizione di festival gratuiti, e convincere il pubblico ad acquistare anticipatamente un biglietto di un festival che ancora non era avvenuto non era affatto una cosa scontata. Si è trattato di un atto di fiducia formidabile, ed anche quest’anno l’andamento attuale delle vendite di biglietti e abbonamenti, seppur ancor più ambizioso dell’anno scorso, sta procedendo assai bene. Torino è una città che ha in sé una potenzialità molto più elevata rispetto ad altre città similari, ma contemporaneamente è ancora una città ostica, dove è più faticoso che altrove riconoscere ed affermare un fenomeno nel momento in cui esso si sta sviluppando. Così, spesso le potenzialità rimangono inespresse, perdendosi nell’oblio prima che le cose abbiano il tempo e il modo di imporsi, e l’impatto economico si perde. Per questo è fondamentale il riconoscimento del pubblico e il sostegno all’economia del festival. Diversamente, non potrebbe aver luogo.

Questi sono anni in cui l’offerta supera di molto la domanda, pur senza soddisfarla. È più facile incontrare un torinese che ti dica di essere un artista piuttosto che un impiegato o un operaio, grazie all’alibi di quel ritornello per cui tutti hanno diritto di esprimersi e tutti hanno talento; malgrado ciò, ci sono tante esperienze individuali e collettive che potrebbero fare il salto di qualità e avere un riconoscimento importante, ma è un po’ come nella boxe: puoi diventare il migliore della categoria pesi medi in cui gareggi, ma non è possibile passare nei pesi massimi.

Che limiti vedete nell’organizzazione di questo tipo di eventi in Italia rispetto all’Europa? Quanto ambite ad aumentare i numeri del festival?

In Italia l’idea di festival c’entra assai poco con ciò che accade nel resto del mondo e la musica non è un punto di riferimento nella vita della maggior parte delle persone come invece è successo in altre epoche. Tuttavia anche qui ci sono appassionati di musica, basti pensare a quanti italiani in estate partecipano a festival stranieri, e lo fanno perché sono eventi dove divertimento, vivibilità e qualità assicurano la riuscita, immergendosi per tre giorni interi in un’atmosfera unica. Purtroppo in Italia non c’è questa cultura e soprattutto il mercato è piccolo, gli operatori musicali (nazionali e locali) non hanno denaro a sufficienza per fare da soli investimenti pesanti, da milioni di euro, per acquistare strutture, organizzare grandi cartelloni, e chi arriva a capire questo non ha i soldi necessari o non ha le capacità/possibilità/fortuna per trovare investitori (parlo dei milionari veri, quelli che hanno le industrie) che mettano i soldi per costruire progetti seri, fatti come dio comanda. Oltre a ciò, per mantenere grandi numeri molti festival italiani storici hanno dovuto piegarsi a dinamiche commerciali, poiché rispetto ad altri Paesi europei l’Italia ha un alto numero di artisti nazionali sui quali è concentrato l’interesse della maggior parte del pubblico italiano e che detengono la maggior quota di mercato sia live che discografica (per quel che rimane di quest’ultima). Questo ha costretto in passato i grandi festival a dover puntualmente inserire in cartellone artisti nazionali come il Vasco Rossi di turno, che non sono accostabili in alcun modo e forma ad artisti del resto del mondo, e quindi diventa anche difficile attrarre in Italia pubblico straniero come accade in altri festival in Europa dove il 40% del pubblico arriva da altri Paesi. Per questo, in estate nel nostro Paese è più facile assistere a rassegne anziché a festival, che in realtà sono singoli concerti di band in tour. La maggior parte va male, e probabilmente con quei soldi persi si potrebbe organizzare un vero festival capace di andare oltre la sola musica. Io credo che in questo momento storico sia necessario progettare eventi più a “misura d’uomo” e farlo in una visione europea, uscendo dallo status di “terzo mondo”. Ci sono luoghi molto belli, persone capaci e sufficientemente visionarie, quel che serve è non aver paura del presente e attivare modalità differenti, come consorziare varie realtà italiane (agenzie, promoter competenti, club, service, cercando sia il supporto delle Istituzioni – magari anche di diverse regioni – e necessariamente di sponsor privati), cercare location spendibili ed uniche che altrove, in Europa, non esistono (luoghi che abbiano dei vantaggi e non dei limiti), pensare a un festival come a un’opportunità e non un problema.

Nel nostro piccolo, TODAYS è un tentativo alimentato dalla temerarietà e dalla passione. Numeri a parte, a qualcuno cambierà la vita, qualcun altro rimarrà indifferente e continueremo a rimanere il paese dei “concertini”. In Italia capita spesso che quello che viene ostentato come cultura, in realtà sia solo intrattenimento, il che non è neppure sbagliato, ma assomiglia più a quelle sagre paesane e all’animazione da villaggio turistico dove non si rischia niente, non si sposta niente, non si incide su niente. Successo assicurato e tutti felici.

5 luglio 2016 di Edoardo Bridda
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TOdays Festival 2016

Dal 26 agosto al 28 agosto 2016

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