Temporali

Ossigeno: chiedi chi erano i Pixies

Prima di esibirsi nella cover di Gouge Away assieme a un tutto sommato passabile (massì: pure buono) Claudio “Jeeg Robot” Santamaria, Manuel Agnelli ha spiegato al pubblico che, in sostanza, sono esistiti i Pixies. E che hanno rappresentato un modello, persino qualcosa in più, per i Nirvana di Nevermind (tra gli altri).

Credo che quel momento riassuma tutto ciò che penso di Ossigeno dopo la prima puntata: mi è sembrata una trasmissione buona, persino coraggiosa, in un contesto culturale mediocre. Ovvero: buona solo se consideriamo la mediocrità del contesto, del nostro contesto. Le situazioni musicali del Jimmy Fallon, del Letterman, del Jools Holland, per dire, non hanno (non avevano) bisogno di raccontare al pubblico di cosa si trattava quando si esibivano i Flaming Lips o PJ Harvey: veniva dato per scontato. Un’impostazione del tipo: “sappiamo di cosa stiamo parlando”. Ed è un “sappiamo” che si riferisce a un pubblico eterogeneo, vasto. A un’idea generalista di pubblico, nel quale la cultura rock ha avuto modo di sedimentare a lungo, in profondità. In quel contesto, se non sai chi sono i Pixies, sei tu che sei in difetto.

Tutto questo in Italia, semplicemente, non esiste. Ben poco è sedimentato, almeno non in maniera lontanamente paragonabile a quanto accaduto nel panorama anglosassone. Una situazione di cui non si può certo incolpare Manuel Agnelli. Il quale sa (con i suoi autori) che l’unico modo per rendere credibile in prospettiva (leggi: futuribile) una trasmissione come Ossigeno, è tenerla ancorata anche al pubblico di X-Factor, che dei Pixies (dei Flaming Lips, di PJ Harvey, dei Suicide, di Joan Wasser – che Agnelli ha dovuto introdurre come se non fosse una musicista vicina ai 50 con sette album alle spalle – e via discorrendo) sa poco o – probabilmente – nulla. Del resto, è proprio il potenziale effetto trascinamento dall’audience milionaria di X-Factor che ha reso spendibile la proposta di Agnelli su Rai3. Ecco quindi che non una ma ben due volte il buon Manuel ha citato la sua esperienza di coach dei pessimi (sorry, Manuel) Maneskin, prodigandosi persino in lodi sperticate al quartetto spalleggiato da un Paolo Giordano abbastanza fuori contesto.

L’aspetto amaro della faccenda è che forse era la cosa migliore che lui e i suoi autori potessero fare. Forse, forse, era l’unica opzione percorribile. Peccato che sia anche quella che fa la differenza – in negativo – tra una buona trasmissione (con più idee che marchette, ed è un grande merito) e una trasmissione mediocre. Mediocre perché nell’ansia di accattivarsi la sponda generalista del pubblico, sceglie di adottare in parte il suo codice, accontentandosi di galleggiare su un alternativismo senza troppa né – ahinoi – sufficiente sostanza (ne risulta un’impostazione del tipo: noi siamo ganzi perché sappiamo chi sono i Pixies, che ne dici di essere un po’ come noi?), incapace di reale profondità (vedi come la testimonianza di Ghemon abbia finito per declinare in una dolciastra angolazione da trito talk show pomeridiano) e in fin dei conti troppo, troppo autoreferenziale (Agnelli foderatissimo di pelle, quasi come per tenere assieme l’idea stessa di rockstar, preferendo l’effetto imbalsamato al rischio della dispersione).

Se la sfida è recuperare la sostanza e i motivi che formicola(va)no dietro al rock, quell’immaginario che lo circondava e precedeva rendendolo necessario, urgente, cruciale, tentando con questo recupero di squarciare la – o aprire anche solo un buchetto nella – pellicola didascalica in cui da anni ormai è stato sigillato (ermeticamente e sottovuoto), mi sembra un tentativo più che apprezzabile. Davvero. Condotto però con armi spuntate. Consapevolmente spuntate.

Ossigeno è probabilmente il massimo che potessi attendermi da un talk show dedicato al rock in un contesto come quello attuale. E non è abbastanza.