Recensioni

7.6

Ristampare oggi il maggior successo dei Prodigy è il sigillo inequivocabile di cosa significhi hardcore nei tempi in cui viviamo. Sono gli stessi remix allegati nel The Added Fat EP a spiegarci cosa accade: la generazione di brosteppers spinge lo sballo verso il noise dei drop, le masse si conquistano non con inventiva o tecnica ma con quintali di meccanismi di pancia riversati sul trend del momento e al diavolo l’odio dei conservatori. La storia si ripete ancora una volta, dove 15 anni fa erano proprio i Prodigy a subire la rivolta per l’uccisione dello spirito rave, oggi si invoca l’omicidio del dubstep scagliandosi contro Skrillex, e l’unica differenza è che quest’ultimo i grammy è riuscito a vincerli.

I fasti del trio UK capitanato da Liam Howlett però restano difficilmente eguagliabili. La Prodigy Experience lanciata nel ’92, al di là delle critiche possibili, resta l’immagine globalmente riconoscibile di un momento storico cruciale (nonché una delle più affascinanti operazioni di taglia e cuci pensata per gli appassionati) e rappresenta la dichiarazione di responsabilità di un gruppo pronto a ritagliarsi una propria identità negli anni a venire: dalla Jilted Generation a Invaders Must Die i Prodigy non cedono mai alle sirene, restano costantemente fedeli a un concetto di sballo fiero e sempre riconoscibile, reagendo ad anacronismo galoppante e rischi di accartocciamento con una spinta uguale e contraria che valorizzava i propri segni distintivi. In vent’anni i 5 album hanno consolidato il rapporto col vasto seguito privilegiando la continuità ma non risparmiando neppure quelle punte di originalità che da loro ci si aspetta.

Inutile accanirsi contro l’opportunismo commerciale di The Fat Of The Land: l’ardkore continuum aveva bisogno della sua spettacolarizzazione e i Prodigy ci sono semplicemente arrivati per primi. Più che come pionieri del big beat e sdoganatori della cultura rave, i tre di Essex van ricordati per aver disegnato l’immagine definitiva dell’adrenalina elettronica: con tre sole mosse, Firestarter, Breathe e Smack My Bitch Up, si fa la storia della fruizione hard-electro di massa, entrando in tutte le playlist per cui conti ancora qualcosa la sfacciataggine, alimentando la (mal)fama con l’imprescindibile video censored, partorendo i Pendulum con l’onda che ne consegue e candidandosi per ogni film d’azione moderno studiato sui giovani, da Matrix e Wasabi a Charlie’s Angels e Fast & Furious. Sono i novanta che han trasformato l’elettronica in rock a colpi di Chemical Brothers e Fatboy Slim, ma è nei Prodigy che la connessione all’underground si mantiene sempre esplicita.

Fu un successo planetario. Avevano l’odio di chi li riteneva gli assassini dell’hardcore fin da Charly, ma vendettero lo stesso due milioni e mezzo di dischi solo negli USA e quasi un milione in UK, grazie anche alla spinta della Maverick di Madonna che lo aveva soffiato a Mute e Elektra. I video in heavy rotation su MTV poi raddoppiarono la fama, con Firestarter Liam divenne superstar maledetta mentre Smack My Bitch Up fece insorgere la rivolta femminista. Un pieno di consensi rivenduto come vendetta del rave ma sbattuto in faccia con la nuova aria da rockstar, in aperta polemica coi loro detrattori. E parliamo di rockstar dal linguaggio punk, come dimostra anche Fuel My Fire, la cover delle riot grrrl L7 reinventata su una scarica di speed breakbeat.

L’album, ovvio, è lungi dall’essere perfetto. In pezzi come Funky Shit o Serial Thrilla appare chiaro che qui non servono intuizioni ma basta la presenza degli elementi base, il breakbeat dnb è ruffiano al limite del credibile e l’aggiunta degli inserti electro house e del rappato fa solo il gioco della massima efficacia, valida anche quando in Narayan lo schema scade nel piatto. L’obiettivo era appunto esemplificare la materia rave, rockizzarla per il pubblico che iniziava ad ascoltare l’elettronica di massa, con conseguente insofferenza dei puristi. E i sei remix di questa 15th anniversary expanded edition in fondo fanno la stessa, identica cosa, solo usando gli strumenti del momento: su Firestarter Alvin Risk scarica quintali di drop distorti di distrazione di massa dimentichi di ogni struttura, perché oggi è quel che vuole la gente, mentre i Noisia si limitano a girare halfstep Smack My Bitch Up in onore della moda, ma operano reverenti in modo da non intaccare la potenza originale (rispondendo così alle esigenze dei dj). I più coraggiosi sono Baauer, ad esibire l’underground trap in dialettica con la dnb di Mindfields (sottrazione contro spacconeria), e i Zeds Dead, che trasformano Breathe in un rinnovato giro electro house studiato per l’arena. Quello dei Major Lazer invece si svela mero esercizio di stile massimalista, piacione con l’hip-hop da handclap party e nettamente autocontemplativo.

Non c’è espressione che possa prescindere da operazioni di questo tipo. Quel che i Prodigy han fatto con la drum’n’bass lo faranno poi gli Artful Dodgers col 2-step, Dizzee Rascal col grime e i Magnetic Man col dubstep. Entrare in dialettica con la percezione di massa non significa solo becero mainstream, ma riflettere su criteri di accessibilità, semplificazione e filtraggio, sacrificarsi interamente per il target e provare a raggiungere la forma universalmente valida di una data formula. Devi conoscerne ogni segreto e non perdere l’orientamento, il pubblico è il tuo signore e tu il suo professionista occasionale. La pop art è una cosa seria.

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