• Giu
    10
    2013

Album

RCA

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Avevamo lasciato i Kodaline alle prese con un omonimo EP di debutto inoffensivo nei suoi quattro passaggi a rischio zero e ben descrittivi di uno spettro sonoro – per quanto ben presentato – abbastanza limitato.

I sogni da stadio di Steven Garrigan e compagni iniziarono molti anni prima quando, nel 2007, parteciparono a You’re a Star, una sorta di X Factor irlandese. All’epoca si chiamavano 21 Demands e riuscirono a raggiungere un successo, pur sempre circoscritto al territorio locale, grazie al singolo Give Me A Minute. A sei anni di distanza provano a dare lo slancio definitivo alla seconda fase di carriera con l’album di debutto a nome Kodaline intitolato In a Perfect World.

Dopo un EP che aveva principalmente il compito di mostrare al mondo le peculiarità stilistiche della band, per In a Perfect World le strade percorribili erano due: lasciare che un flusso compositivo meno cauto donasse sfumature imprevedibili alla loro proposta o agire con il freno a mano perennemente tirato cercando di risultare il più possibile appetibili al grande pubblico.

Chiaramente, trattandosi di un disco pubblicato da una major, si è scelto di seguire la seconda direzione. Un incrocio tra un trasporto emozionale tendente all’epico (un po’ Tom Odell e un po’ Dry The River) e una magniloquenza così strappalacrime da risultare pedante, oltre che noiosa. Già dalla prima traccia (One Day) si avverte una stanchezza compositiva e la mancanza di un appeal che vada oltre una melodia radiofonica che lungo la durata del disco fatica comunque ad emergere. E’ proprio qui che va forse a cadere il “E allora ben vengano i Kodaline“, azzardato in riferimento alle ultime debacle artistiche di Muse e Coldplay.

Tra distese pop-rock da soap opera (Brand New Day, tra Coldplay e Snow Patrol) troviamo tattiche folkish che puzzano di plastica nella loro non autenticità – i Mumford & Sons in confronto, sembrano sporchi camionisti del Texas – pur riuscendo a centrare l’obiettivo in un paio di occasioni, soprattutto nei saliscendi armonici di Love Like This. Si peggiora nella seconda metà del disco dove più che mai i Nostri faticano – se si esclude Pray, brano per il quale avevamo già speso buone parole – ad alzare il livello delle composizioni o anche solo a risvegliare un ascoltatore probabilmente già sopito. L’insipida triade Big Bad World, All Comes Down e Talk in questo senso, è il colpo di grazia.

Se anche il brano di punta dell’album – che rimane All I Want – ha probabilmente già stancato i più, è facile intuire che un disco come In a Perfect World dovrà aggrapparsi a qualsiasi strategia di marketing per non finire in breve tempo nel – meritato – dimenticatoio.

22 Giugno 2013
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