• Mag
    01
    2009

Album

Leaf

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Tanto ci ha messo Jeremy Barnes ad appropriarsi dell’Est nel senso più universale del termine che ora la tentazione di tacciarlo d’eccessiva ortodossia è forte come è stato irresistibile criticarlo per gli espedienti avant con i quali era partito sotto l’attuale pseudonimo. Del resto consigliare oggi A Hack And A Hacksaw, passata tanta acqua sotto il ponte del trans-folk, significa per forza di cose guardare oltre e puntare dritto allo scaffale delle più rinomate compagini del settore. A livello di preparazione e sofisticazione, il duo del New Mexico non ha niente da invidiare alle Instanbul oriental ensemble, Fanfare Ciocarlia e Kocani Orkestar del caso, anzi, per buon un 90%, è in tutto e per tutto assimilabile ad esse.

Ma attenzione c’è una differenza, sarebbe un grosso torto tralasciare la componente di ricerca in Délivrance.
Barnes e Trost si spacceranno anche per autoctoni suonando ai ristoranti rumeni o nelle piazze di Gerusalemme ma non lo sono. Si definiscono outsider e musicisti Americani. Sul loro my space, come location, c’è una località del New Mexico e sulla carta d’identità della The Hun Hangár Ensemble, con la quale hanno firmato il precedente e questo lavoro, ci sono pur sempre studi Occidentali. Sotto il vestito minimalismo e free, arte povera e il suo contrario, il massimalismo. E’ uno stra-folk che non si spoglia d’Occidente quello di AHAAH perché è pur sempre con l’intelligenza e le tecniche di quest’ultimo che si guarda a Est.

Se ascoltando Deliverance questi mondi vi sembreranno più vivi e lucidi che nella Kocani o nelle varie bande total folk, ecco lo spettro della post modernità incombere su di voi. Tradotto vuol dire Foni Tu Argile, una canzone tradizionale greca per bouzouki e canto che il duo, con l’aiuto del collaboratore Chris Hladowski, si trasforma in un virtuoso stomp per Scatter e Nalle. Niente voci solo la melodia e percussioni a mo di spezie. Oppure, se Kertész vi fa tanto Est sappiate che è su quelle note che Romania e Ungheria s’incontrano in una girandola di fisarmonica, violino e cymbalum, uno strumento simile al dulcimer suonato con le bacchette. Barnes stesso, nella press, spiega che il brano omaggia la café music di Bucarest degli anni Sessanta influenzata a sua volta dalla musica turca del 18° e 19° secolo.

Chiaro? Non abbiamo a che fare con musicisti che hanno bisogno di ideologie pro o contro qualcosa, nemmeno gente che sacralizza la musica della quale si sono impadroniti. C’è una forte fascinazione, ma siamo ben oltre, è lo spirito di ricerca e di confronto la base. Di più, una ricerca non spasmodica, non tesa a esaltare questa cultura su quella. Uniti allo studio in loco delle tradizioni, sono i migliori presupposti per una musica scoperta, assimilata e vissuta. E si sente. Niente cartoline. Niente field recording. Qui si suona con la S maiuscola.

8 Maggio 2009
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