• nov
    11
    2016

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Epic records

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Mancavano con una prova in studio dal 1998 (il forse eccessivamente poppy e piacione The Love Movement), con le strade di Q-Tip, Phife e Ali stabilmente separate ad eccezione di sporadiche comparsate live – vedi le due apparizioni come supporting cast a Kanye West durante il tour di Yeezus. L’ultima di queste risaliva al 2015 da Jimmy Fallon, in contemporanea (13 novembre) agli attentati di Parigi. Da lì, in sordina, l’inizio delle registrazioni per un nuovo ed ultimo album. Il 22 marzo 2016, Phife perdeva definitivamente la sua lunga battaglia contro il diabete. Il cordoglio di tutto il mondo hip hop si allacciava al timore che questo annunciato capitolo finale, i cui lavori si sono ovviamente ultimati senza la presenza fisica di Phife, sarebbe potuto essere una di quelle forzate e posticce commemorazioni post-mortem a là Montage of Heck. Dopo una serie infinita di ascolti possiamo certificare che niente del genere è successo: We Got It from Here… Thank You 4 Your Service è semplicemente uno dei dischi migliori della saga ATCQ, che arriva a giocarsela quasi ad armi pari con il seminale – qui è davvero il caso di spenderlo – The Low End Theory.

Certo, l’inevitabile alone di nostalgia e tristezza dettato dalla scomparsa di Phife non poteva non dare al disco una sfumatura in più: vedi l’emozione, impossibile da scansare, che chiunque sia cresciuto con il trio di New York ha provato alla discesa del ritratto durante la recente esibizione al SNL. Tuttavia proprio il pezzo eseguito in quell’occasione, We The People, può essere preso a brano simbolo di questa nuova e finale uscita: incazzato e aggressivo, politicizzato e frescamente old-school (non è un ossimoro, ma ci torneremo), cinico e anti-demagogico, ulteriormente sinistro e profetico all’indomani della vittoria di Trump alle presidenziali (“All you black folks, you must go. All you mexicans, you must go. And all you poor folks, you must go. Muslims and gays, boy, we hate your ways. So all you bad folks, we must go). Non è però solo un ritrovato smalto lirico a farla da padrone. Il disco suona dannatamente bene anche dal punto di vista produttivo, tra le solite, storiche e splendide linee di basso massiccio-minimaliste di (appunto) low endiana teoria (la funkettosa e bellissima Whateva Will Be, gli spezzettamenti di Melatonin, l’ipnotica Ego), una rinnovata freschezza melodica (Lost Somebody sembra in certi punti riprendere Verses from the Abstract), oltre ai soliti fraseggi di matrice jazzata – per quanto Q-Tip abbia sempre esplicitamente rifiutato il termine, ma ci siamo capiti.

Siamo esattamente dove volevamo (tornare ad) essere: gli Stetasonic, Pete Rock e CL Smooth, i Brand Nubian e i Leader of the New School, i De La Soul, i Jungle Brothers e i Native Tounges Posse. Un approccio all’hip hop nato nella East Coast (New York e Philadelphia soprattutto, vedi anche i mai troppo osannati The Roots) che spostava l’asse verso un altro modo – più radicale (anche nel semplice senso di “roots”, più elegante, più intellettuale, in generale più “alto” e consapevole) di vivere e diffondere l’afroamericanità. Oggi rischia di risultare grottesco ritrovare Busta Rhymes tanti anni (e tanta panza) dopo a (ri)fare la macchietta di sé stesso in Mobius. Ma anche scindendo l’approccio del fan da un’oggettività più critica, è innegabile che questo conclusivo capitolo sia un disco con tutti i crismi. I soliti campionamenti di classe (come i Gentle Giant in coda proprio a Mobius) si legano ad una carrellata di ospiti venuti a tributare l’addio di quello che con pochi(ssimi) altri nomi (Public Enemy? Run DMC? Wu-Tang Clan? N.W.A.?) può giocarsi il titolo di gruppo più importante della storia HH: c’è Kendrick Lamar (in un forse ipotetico ma suggestivo passaggio di scettro nella splendida Conrad Tokyo), Andrè 3000, Anderson .Paak, Consequence, Talib Kweli, Jack White, persino Kanye Westin un cameo marginale ma nobil(itant)e in The Killing Season. Tradizionale ma senza mai essere sterilmente passatista, sicuramente conservatore ma mai reazionario. Una ventata di freschezza da un passato attuale e ancora moderno, un disco semplicemente molto bello e necessario.

21 novembre 2016
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