Recensioni

7.3

C’era un cantante, nome d’arte “Dente”,
che, presa Filastrocca impertinente,
la riportò alla sua musa dolente
lo fece in occasione di un tributo a Gianni,
con cui più d’uno è cresciuto
e che avrebbe adesso cent’anni compiuto

Si potrebbe andare avanti, ma non ce la faccio a scrivere tutta la recensione in versi, perciò lo dico in prosa: poche idee sono azzeccate come quella di raccogliere fondi per l’associazione Con i bambini, che combatte la povertà educativa minorile, per mezzo di un disco-tributo a Gianni Rodari nato da un’idea di Francesco Locane, che con la sua opera ha fatto arte della letteratura per l’infanzia rendendo l’educazione (ma “formazione” sarebbe più corretto e meno anglofono) invece molto più ricca. Oltretutto il tributo, tecnicamente parlando, più che a Rodari o appunto al classico Filastrocche in cielo e in terra, è all’omonimo disco del 1972 realizzato da Virgilio Savona e Lucia Mannucci, nel quale i due coniugi del Quartetto Cetra mettevano in musica 19 poesie dell’autore di Omegna facendone brevi, talvolta brevissime, canzoni movimentate e felicemente orecchiabili, in uno stile che va dal popolare italiano come lo suonava il primo De André al quasi lounge di alcuni dei brani affidati alla voce di lei, vicini a Claudine Longet e dintorni – vedi la sognante Il gatto inverno, qui ripresa da Francesca Bono – questo tributo ha dunque anche il merito di riportare l’attenzione su un album da riscoprire (mentre di riscoprire Rodari speriamo che non ce ne sia bisogno, tutt’al più di rinfrescarlo periodicamente).

Il parterre pesca nel vastissimo mare dell’indie italiano, da Alessandro Grazian che apre le danze rimanendo abbastanza fedele alla vecchia versione (come anche altri, che aggiornano a un cantautorato più recente, vedi un cupo Silva con Teledramma o Matteo Fiorino che turba Il gioco dei “se” con suggestioni Capossela, o Moro con Ferragosto), passando per la prima incisione dei Camillas dopo la scomparsa di “Zagor” (la pacifista Re Federico con una cassa in 4 che la porta verso perturbazioni elettroniche dilatate), a Alessandro Fiori e Stefano Santoni che portano negli anni ’80 La scuola dei grandi, al delizioso surrealismo di una Un tale di Macerata unita, come già nel disco del ‘72, all’apologo egualitario di Un signore con tre cappelli (qui Angus McOg e Meike Carelli aggiornano il folk in 2/4 a territori Violent Femmes), a Il vagone letto trasformata in bossa da Canarie. E mentre qua e là si inclina verso ninne nanne con un filo di inquietudine da carillon (Laura Loriga, Fabio Cinti e un theremin, la conclusiva La bella addormentata affidata a OoopopoiooO), invece Naddei (Francobeat) ha la buona idea di dare ritmo, anche qui su direttive elettroniche antiche, a Il ragioniere a dondolo mentre Setti aggiunge un po’ di swing a Il giornale dei gatti.

Anche in questa nuova versione le canzoni sono numerose ma brevi (i due dischi, nella stessa playlist, fanno un’ora e due minuti scarsi in totale), in una scaletta dal triplo scopo: oltre alla beneficenza, anche l’omaggio moderno alla poetica di Rodari, sempre sorprendente e feconda, e riportare alla memoria il vecchio omaggio di Savona e Mannucci. Il disco è acquistabile soltanto su Bandcamp, mentre quello originale si trova su Spotify: sarebbe bello vederli entrambi su supporto fisico, magari insieme a Ci vuole un fiore, l’album che due anni dopo l’altro vide Rodari mettersi, stavolta attivamente, a scrivere nuove canzoni per l’infanzia insieme a Sergio Endrigo e Luis Bacalov, con risultati notevoli – l’omonima è un classico – nell’alzare il livello del genere “canzone per bambini”.

Tanti auguri, dunque, a Rodari per i cento anni e all’associazione per la sua opera.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette