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Compilation

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Milano, 1979, sono passati solo due anni dall’esplosione del punk ma sembrano almeno dieci. Il 1977 ha bruciato i vecchi collegamenti, cambiato destini, aperto nuovi orizzonti, acceso nuove zone di sensibilità musicale un po’ ovunque. Anche sotto la Madonnina. «Milano in quegli anni si sentiva un po’ come Manchester, una città in bianco e nero, con i monumenti ingrigiti dallo smog, indaffarata e ancora lontana dal divenire la Milano da bere della metà degli anni ’80» scrive Fred Ventura, animatore della scena new wave milanese (e più tardi tra le menti creative del fenomeno italo-disco) nonché curatore di Milano After Punk 1979-1984, nuova antologia targata Spittle il cui sottotitolo recita: Rare and Unreleased Tracks from Milan’s Underground New Wave Scene. La Spittle continua insomma la sua ampia mappatura storica della scena indie e underground italiana e in questo caso ritorna sul luogo e sul tempo della sua Milano New Wave 1980-1983 di qualche anno fa.

Cinque anni di new wave lombarda raccontati dalle tracce rare dei gruppi di una Milano-non-ancora-da-bere, piccola e remota parte di un tutto creativo che corrisponde(va) all’universo del post-punk internazionale. Una scena che non ha prodotto molto a livello di discografia ufficiale. Un effetto collaterale, questo, dovuto anche alla precarietà dei suoi complessi, che in tempi di frenesia creativa e continuo aggiornamento duravano il battito d’ali di una farfalla anche in ossequio a un certo sentire di allora. E quindi rimescolavano le carte di continuo scomparendo e magari ricomparendo sotto altre forme e sigle per opera degli stessi artefici (in un colpo d’occhio generale si vedono ritornare tanti nomi nelle line-up dei vari gruppi e progetti).

Il gemellaggio ideale con Manchester va oltre l’estetica per toccare, diremmo, la sfera esistenziale. Il trench in copertina è simbolo di uno stile e di un mood, oltre che di una moda (e di moda, ahinoi, non si può non parlare a Milano…). Manchester, per dire soprattutto Joy Division. Dei primi dieci contributi (su quindici o diciotto brani in totale, a seconda se su vinile o CD) più della metà hanno nel lavoro di Curtis, Sumner e Hook e Morris il punto di riferimento più immediato: possono essere i Joy Division di Unknown Pleasures a braccetto con il funk bianco di Gang of Four e Pop Group per gli Aus Decline di Goin’ On Jot, o dubbati con un pizzico di Kraftwerk e Devo nei 2+2=5 di Giacomo Spazio, i JD di Closer per i Der Blaue Reiter e gli Other Side o i New Order per gli After Budapest. Più staccati si piazzano il synth pop di Depeche Mode e OMD – che ispira Oh Oh Art, Monofonic Orchestra, Actor’s Studio – o le atmosfere alla Cure che sembrerebbero infiltrare la malinconica e distante psichedelia eigthies di Scunt o La Maison. E come in ogni buona scena non mancano le mosche bianche – in questo caso, gli intrecci di funk e rumorismo o le trame graffianti con un retrosapore no wave dei Nobody, e una The Sea immersa in echi e riverberi 4AD per i Jeunesse d’Ivoire. Milano After Punk contiene uno spaccato di anni febbrili e mai dimenticati e di suoni derivativi ma onesti – anche con le loro ingenuità lontani dal dilettantismo artificioso di certi prodotti “indie” attuali (6.9).

Milano, 1985. Solo un anno dopo, ma ne sembrano passati altri dieci. O venti. Già perché le lancette sono girate vorticosamente indietro per tornare a segnare l’ora esatta. I Peter Sellers and the Hollywood Party nascono su iniziativa di Stefano Ghittoni e Tiberio Longoni, alias Magic Y e Uncle Tibia, decisi proprio a tagliare i ponti con la scena new wave di Milano. Vengono da esperienze punk e post-punk (Tibia ha militato nei Jumpers e nei 198x in epoca punk) ma sono anche fanatici di Rolling Stones e Velvet Underground. Proprio la riscoperta dei colori e dei suoni degli anni ’60 come antidoto al clima plumbeo e alla stagnazione politica di quegli anni diventa la loro cifra espressiva. La Milano After New Wave ha una scena vivace, diversa, che si riallaccia a tutte le esperienze neosixties contemporanee (raccontate qualche anno fa in un bel libro, Eighties Colours di Roberto Calabrò). I suoni e lo spirito del rock di una o due epoche prima rivisti attraverso il prisma di quello che il punk ha insegnato e da cui non si può prescindere: l’autoproduzione (in questo caso l’etichetta Crazy Mannequin) e l’essenzialità sonora più o meno energetica.

Questa antologia dei Peter Sellers and the Hollywood Party, che insieme ad altre formazioni hanno animato quegli anni di rock nuovo-rétro a Milano, curata sempre da Spittle, è un’opera omnia dei primi tre anni di attività in cui sono incluse anche tracce dei progetti collaterali – fino al mini album per la Toast che segnava l’esordio su media distanza e i cui brani sono inclusi soltanto in versioni live. Base di partenza un sixties rock rivisitato con un sound fresco, genuino, naïf e personale. Stones, Velvet Underground e Syd Barrett le prime ispirazioni, le  icone contemporanee psych-pop – Nikki Sudden, Robyn Hitchcock e Julian Cope – a cui guardare più da vicino, le suggestioni di artisti un po’ sui generis come Television Personalities e Jazz Butcher, le inflessioni postbyrdsiane un po’ R.E.M. (Stolen Setter) che filtrano come il sound Dylan rivisitato dal coevo paisley underground (Acid Football). E gli agganci con l’indie pop contemporaneo delle varie Sarah, Creation, Postcard, o con band come Violent Femmes (Love Song dei Subterranean Dining Rooms di Ghittoni), tutt’altro che derivativi. Sintomo più di una sensibilità affine e perfino anticipatrice.

La nostra band C-86, i nostri La’s, li avevamo già in casa. L’acid beat uptempo di Chaotic Shampoo and Strange Rock and Roll usciva davvero su una compilation dell’inglese Glass (che pubblicò gli esordi degli Spacemen 3). Mentre il folk rock con riflessi twee (si direbbe oggi) di Peggy’s Farm non avrebbe sfigurato sulla celeberrima cassettina dell’NME evocata appena qualche riga più su (e se fosse venuto da una band d’Albione, chissà, ci sarebbe pure finito dentro). Ultima annotazione sulla cover di I Remember Nothing dei Joy Division di Magic Y & Uncle Tibia. Piccola perla folk psichedelica come se Ian Curtis fosse diventato d’emblée un Nick Drake: niente da invidiare alla cover di Ceremony firmata Galaxie 500, per esempio, o alla Love Will Tear Us Apart degli Swans. È altrettanto bella e originale e non è successiva (7.1).

 

1 Marzo 2019
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Milano After Punk 1979-1984

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