Recensioni

6.9

Dati per spacciati dopo l’uscita del non troppo convincente Rock or Bust del 2014, gli AC/DC tornano a farsi inaspettatamente vivi con un album nuovo di zecca. Certo, manca il compianto Malcolm Young, scomparso nel 2017, e la brillantezza non è più quella di una volta, ma pare che negli ultimi sei anni la band abbia ricomposto i propri spettri interiori (e gestito gli inevitabili acciacchi dovuti all’età) per scrivere un nuovo capitolo di una storia che continua imperterrita dal lontano 1973. Così, Brian Johnson – apparecchio acustico munito – torna a ruggire in piena forma, il basso mai domo di Cliff Williams continua a pulsare imperterrito, il giovane Stevie Young si è oramai pienamente calato nella parte di chitarrista ritmico, e dietro le pelli è tornato anche lo storico batterista Phil Rudd, riabilitato dopo aver saldato i propri debiti con la giustizia. Poi, ovviamente, c’è l’immortale chitarra di Angus Young, immarcescibile marchio di fabbrica su cui non serve aggiungere altro.

Nessuna innovazione sotto il cielo, ma solo hard rock duro e puro, perseguito con ferrea e parossistica ostinazione, come nella più classica tradizione della band. Detto ciò, Power Up (sareste riusciti a immaginare un titolo che li rappresentasse meglio di così?) non è ovviamente paragonabile a storici album come Back In Black e Highway To Hell, eppure i cinque piazzano ancora brani tanto credibili da tenere viva la leggenda. Canzoni che si iscrivono a pieno titolo nella loro epopea fatta di riff cazzuti, divertimento, sesso e alcool: niente di più ma neanche niente di meno.

Un lavoro semplice e diretto nato dall’abnorme quantità di giri composti in passato da Angus e dal compianto Malcom, che, al netto di qualche riempitivo, fa ancora alzare le corna al cielo. Così, anche se Code Red e Witch’s Spell suonano un po’ facilone, e nondimeno System Down scorre senza eccessivi sussulti, Relaize apre nel migliore dei modi riaffermando perentoriamente il canone con un incipit che fa il verso a Thurderstuck. Le aperture melodiche e intimiste di Through Of The Mist Of Time e il riffaggio blues di Kick you when you’re Down vanno dritte a segno, rimandando ai migliori e più leggeri anni ’80, mentre Demon Fire è una tirata malevola in odore di Flick Of The Switch, in cui Johnson fa sfoggio di tonalità basse. E tra il notevole blues elettrico di No Man’s Land, quest’ultima con un Angus al fulmicotone, e una Money Shot che smuove con il classico tiro da stadio infiamma-folle, Shot In The Dark spicca su ogni cosa, distillando tutta l’epica della band in un riff rock’n’roll riverberato da brivido, tanto semplice quanto efficacissimo.

Un disco nel complesso più che dignitoso, leggero e piacevole, che spinge con discreta potenza, stagliandosi al di sopra della discografia recente della band californiana. Ce n’è abbastanza per divertirsi con gusto.

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