• Mag
    01
    2005

Album

Mescal

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Nonostante le perturbazioni soniche (i riverberi angolosi, gli organi crudi, la “normale anomalia” del violino amplificato…), lo stile Afterhours si fa sempre più quadrato e prevedibile, funzionale al progetto di elettro-muraglie carismatiche erette a barricare l’irrequieta sensibilità di Agnelli. Proprio come la di lui voce – così refrattaria alla misura, sistematicamente votata all’esplosione emotiva – contraddistingue più d’ogni altra cosa il sound dell’ensemble. Sembra proprio che il buon Manuel intenda riempire, con lucida sagacia, una casella pressoché vuota nel panorama italico, quella del rocker selvatico e scafato, in bilico tra mondanità alternativa e crudo wild side, uno che lo shobiz preferisce cavalcarlo prima di farsi ingroppare. Chiamatelo pragmatismo, oppure opportunismo, dipende da quanto siete ben disposti verso l’uomo.

Altrimenti potreste vederlo come l’esito più ovvio per le attitudini di Agnelli, da sempre tese alla quadratura dell’urlo primordiale, alla strategia raziocinante (e quindi anche beffarda) come camicia di contenimento per una smaniosa, febbrile disanima della situazione. In ogni caso, gli riconoscerete una certa abilità nel conseguire l’obiettivo. In questo quadro, non stupisce che le velleità “sperimentali” abbiano ceduto il passo, e che i testi all’insegna di un cut-up shockante siano divenuti gli smerigliati esercizi di cinismo d’oggidì. Feedback e distorsioni, ballate e scorribande, ipnotiche delicatezze folk-blues e deflagranti acidità definiscono quindi un ibrido tra dimensione autoriale e psichedelia, tracciano una strada che non manca d’intrigare, per quanto adombri una sorta di compromesso.
Di cui non resta che accontentarci, consapevoli cioè che ad ogni manifestazione convincente (la sordidezza incalzante di Ballata per la mia piccola iena) si contrapporrà un ordigno volenteroso ma didascalico (come  la nocchiuta filastrocca de La vedova bianca) oppure formalmente irrisolto (come la scabra alternanza tra sussurri e grida nella languida Ci sono molti modi).

Sembra rispondere ad un disegno naturale anche la collaborazione-amicizia con Greg Dulli, co-produttore del disco, almeno a giudicare dall’overdose drammaturgica Afghan Whigs ben metabolizzata nella torbida Il sangue di Giuda e nella decadente Carne fresca (infetta e spietata, la controparte soul di Punto G). Ed è altresì rimarcabile la presenza di John Parish al missaggio, che di sicuro contribuisce a rendere la trama intensa, squamosa, cigolante (si sentano i barbagli di violino e slide in Male in polvere o i feedback concitati della processione mefistofelica La sottile linea bianca). Tuttavia, non si esce dal quadro, la cornice è invalicabile, la calligrafia – seppure splendidamente livida – non ammette tralignamenti. Per dire, Chissà com’è sta nel mezzo tra un funk rock turgido e un glam irsuto, mentre E’ la fine la più importante fa heavy fuzzante e vitaminico come dei Blue Cheer posterizzati Lenny Kravitz: entrambe sono la riprova, il segno evidente, di una rigidità compositiva e formale ormai più che presunta, malgrado si tenti di spacciarla per muscolare manifestazione psych.

Il compleanno di Andrea è, invece, la misura del rimpianto: sorta di fantasma claudicante e accorato, diafano e denso, stremato e misteriosamente febbrile, fa ciò che Agnelli/Afterhours potrebbero e dovrebbero fare più spesso. Spacca, subdolo e pietoso, il cuore.

1 Maggio 2005
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