Recensioni

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Tornano quei mattacchioni transalpini di Nicolas Godin e Jean Benoit Dunckel. L’uno architetto, l’altro laureato in discipline musicali. Entrambi al comando, talvolta saldo, tal altra meno, dei loro Air. Se almeno Moon Safari rimane, assieme al precedente Premiers Symptomes, il “classico” della premiata ditta, ossia un’opera che si dà una volta per tutte o tutte per una (come preferite), il nuovo Talkie Walkie conferma pregi e difetti dell’ormai nota ricetta musicale.

Punti di forza: suoni accattivati, ammalianti, levigati, curatissimi, piacioni, lavoro di produzione sublime, qualità d’arrangiatori (e conoscitori delle “grammatiche” synth anni ’80) superlative. Difetti: non sempre queste qualità sono al servizio di doti scrittorie all’altezza. Anzi, a volte capita semmai il contrario: coprono, proprio come la maionese su certi piatti non propriamente riusciti, certe carenze invisibili del songwriting.

Esemplare di questa loro strategia sonora è Venus; bella, bellissima canzone su tempi lenti, sexy e suadente, ma costruita su pochissimo, quattro giri di piano e due di synth, tolti i quali non rimane granchè. Suonata semplicemente su d’una pianola domestica non ne resterebbe che un consunto scheletro di canzonetta ‘poppy’. Elogi e lodi quindi, come si diceva, alle abilità in sede di produzione. Meno convincente il materiale in sé. Steso discorso vale per Cherry Blossom Girl (coretti femminili europop, chitarra acustica arpeggiante, effetti eco, schegge d’elettronica sparse, un flautino a disegnare sottile i suoi movimenti aerei), Run (noir spoken song), Universal Traveller (identico discorso), Mike Mills (stupenda, con i giri di tastiera ‘barocchi’ tramutati poi in ‘minimalisti’… Dunkel ci ha messo la sua conoscenza della musica classica) e ancora Surfin’ On A Rock (capolavoro del disco: lieve eurodisco con tanto di effetti slide sintetici a lascir spazio, fra mille invenzioni ‘microbiche’ d’arrangiamento, ad una melodia soffice) piuttosto che Alpha Beta Gaga (stampata su un’invenzione ritmica concitata).

Ogni brano è un piccolo concentrato di trovate multicolori sì, ma dalle tinte tenui. Tanta ricchezza negli arrangiamenti, infatti, mai prevarica l’ascolto. L’amalgama voluto è sempre al servizio della leggerezza, della levità. Rimane il punto che spesso il duo si compiaccia d’assegnare un posto in podio alle proprie abilità “enciclopediche” d’arrangiatori, tralasciando (ma chi se ne accorgerà mai? Le canzoni sono così “perfette”, “accattivanti”…) di perfezionarsi nell’arte del comporre in suoni, piuttosto che di “comporre suoni”. Sia come sia, qui c’è della ciccia.

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