• Set
    18
    2015

Album

Western Vinyl

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Nicole Schneit è una figura singolare all’interno del panorama indipendente americano. Legata ad un’attitudine DIY ma lontana da quel modo di fare sfacciato e un po’ menefreghista di alcuni musicisti indie, ha più l’atteggiamento di quella dell’ultimo banco di cui i compagni di scuola fanno fatica a ricordarsi il nome. La sua vena compositiva si è esplicata finora sotto il nome Air Waves con l’EP omonimo del 2007, e successivamente col primo album, Dungeon Dots.

Per questo secondo lavoro, però, dal titolo Parting Glances – come il film dell’86 con Steve Buscemi – ha chiesto aiuto al produttore Jarvis Taveniere dei Woods, il quale le ha affiancato altri musicisti, uno fra tutti Brian Betancourt degli Hospitality. Nel progetto di dare corposità e sostanza al lavoro della cantautrice americana rientra anche la presenza in due brani dell’androgina Jana Hunter dei Lower Dens, che intreccia la sua voce facendola diventare un unicum con quella della Schneit. Questa fiala di novità intramuscolare ovviamente non è secondaria nella valutazione del risultato finale ottenuto da Parting Glances, vista la crescita evidente. Nonostante questo, Nicole mantiene caratteristiche sue intrinseche e profonde, ovvero la cifra distintiva: la voce ricorda vagamente Sharon Van Etten (con cui collaborò nel 2010 per il brano Waters), ma allo stesso tempo le appartiene qualcosa di profondamente genuino e spontaneo, un certo candore quasi infantile. Ha una vocalità peculiare, a tratti disarmonica, come se la timidezza le bloccasse le note in gola.

Dal punto di vista testuale c’è la tendenza alla semplificazione, soprattutto nei ritornelli, in cui le poche parole si spezzano e le singole sillabe ripetute diventano un tutt’uno con la musica. Questo implica grande orecchiabilità e riconoscibilità immediata dei motivi musicali, a partire da brani quali Calm, Lines, o Milky Way. Fantasy, per esempio, ha un ritornello dream-pop, anzi decisamente pop, dove per pop si intende immediato all’ascolto. Lo snellimento del testo però viene rimpolpato da nuova linfa melodica e strumentale: se nel precedente disco vi erano tracce di Americana e ci si basava essenzialmente sul cantautorato, ora  inserti di grunge e di indie ricalibrano il tiro stilistico della Schneit, sebbene permanga l’espressione in termini intimistici e narrativi – ne è esempio Frank, con stampo alla Velvet Underground & Nico. Pizzichi grunge, dicevamo, come nell’incipit Horse Race o in Sweet Talk, per non parlare della nichilistica Touch Of Light, che ha frammenti di note che ricordano Something in the Way dei Nirvana.

Nell’economia dell’album, anziché Tik Tok (canzone abbastanza insapore), la chiosa perfetta sarebbe potuta essere Thunder, un vero fulmine in una giornata serena che elettrizza la pacatezza della musicista e che dà prova del fatto che la sua produzione necessiti proprio di turbamenti simili.

4 Novembre 2015
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