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7.8

Quando pensi che la tua cartina geografica sia una cosa su cui contare, quando l’hai ben stesa e appena incorniciata, ecco che cambiano i confini, talvolta pure le coordinate. Un piccolo particolare fuori posto e salta tutto. Gli Akron/Family fanno proprio questo: introducono il loro minuscolo, sconvolgente elemento di novità.

Stiamo parlando di folk, di quello che sembrava essere di nuovo e non essere più, di come trasfigurasse attraverso le maglie dell’elettronica o si perpetuasse come una sorta di monito consapevole della propria obsolescenza. Il folk come ingrediente d’un filtro ipnotico, monito antico nel cuore di meccanismi ipermoderni. Oppure il folk-feticcio che gioca a negare il trascorrere di anni, decenni, epoche, al solo scopo di rendere evidente uno scarto, una distanza facile da colmare – diciamo così – “culturalmente”, tuttavia irriducibile, ben presente ad ogni attimo dell’ascolto. Il folk impossibile quindi come puro mezzo espressivo, perché anche esercizio di modernariato, perché anche unguento per afflitte (o peggio derelitte) nostalgie. Gli Akron / Family, invece, fanno un folk senza “anche”, un folk, di nuovo, possibile: ecco la loro piccola rivolta. Un folk che parla il presente al presente e con voce propria, con urgenza e scienza, con sensibilità aspra e sottile. Un folk carrozzone che ha attraversato gli anni, i decenni, le epoche. Un folk che è folk e basta, senza prefissi né suffissi, perché quelli che porta addosso altro non sono che i segni del guado (barbagli acidi, squarci wave, frattaglie sintetiche).

La mistura si compone di ingredienti diversissimi eppure fratelli: slide e sintetizzatori, chitarroni martoriati e violini, tapes e trombe, fisarmoniche e campanellini, una voce che armeggia con disinvoltura tra flemma polverosa e apatia indolenzita (si ascolti lo struggente finale di Franny/You’re Human), i cori che si disimpegnano con padronanza insospettabile (la bettola iridescente imbastita in coda a Shoes, i fantasmi Beatles – quelli di Because – ammiccati in Before And Again). Li aiuta il fatto d’essere ragazzi nord europei trapiantati in America, tempo e spazio e totem inevitabilmente sbaragliati. Assolutamente degno di menzione anche il loro mentore, quel Michael Gira già al lavoro sull’asteroide “prewar” piovutogli addosso nelle ineffabili vesti di Devendra Banhart.

Avrete capito però che con quest’ultimo ci sono ben pochi punti in comune: qui infatti può capitare d’imbattersi in ciondolanti peregrinazioni Red House Painters trafitte d’ebbrezza Incredibile Strings Band ed epica Múm (la stupenda Italy), in chincaglierie The Books tra arpeggi ipnotici e geremiadi Thom Yorke (l’impressionante Running, Returning, la solenne Lumen), in filigrane Black Heart Procession che schiantano al suolo dolceagre doglianze Sodastream (la già citata, ectoplasmatica Before And Again) o in fragili, nude, crude, diafane angosce Roger Waters (i found sounds di Interlude: Ak Ak Was The Boat They Sailed In On e la lucida irrequietezza di How Do I Know). E poi ancora ecco sbocciare le escrescenze Brian Eno di A Part Of Corey e Sorrow Boy (quest’ultima un’allibente ninna nanna soul sintetica), il lieve cartiglio M. Ward di Afford, la gravità nostalgica e visionaria della ghost track (come se Radar Bros, Jason Molina e Early Days Miners si fossero dati appuntamento ai confini del mondo conosciuto), e infine i Waterboys stravolti, gli ectoplasmi Barrett, i Simon & Garfunkel impagliati di Suchness.

Densità e leggerezza, complessità che si liquefanno in quadretti tanto stranianti quanto familiari. Canzoni che smaniano per essere qualcosa di più, per liberare gli ormeggi, ma poi finiscono con l’accontentarsi della loro natura. Che è folk. Friabile e solenne, innocente e selvaggio, tenero e derelitto, visionario e disperato. Scritto col siero – formidabile e malsano – del tempo in cui nasce. Oggi.

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