Recensioni

8.0

Questo libro esiste per almeno due buoni motivi: perché può esistere, e perché deve esistere.

Può esistere perché del lavoro di Fabrizio De André abbiamo fortunatamente ampia documentazione, grazie alla quale è possibile illuminare il processo che ha portato alla nascita dei capolavori che ben conosciamo. Quanto al deve esistere, è presto detto: se c’è una canzone italiana che merita un lavoro analitico di alto profilo – di norma riservato ad altre discipline espressive – questa è sicuramente La domenica delle salme, traccia contnuta nel fondamentale Le nuvole (1990) e come tutto l’album chiaramente intenzionata a farsi carico dello spirito del suo tempo, incarnato ed espresso con ampio ricorso ad allusioni e simbologie, obbedendo verso dopo verso a un codice esoterico assai suggestivo ma che – appunto – lascia l’ascoltatore alle prese con un nevaio di interpretazioni, in una foschia di possibili significati.

Aggiungo doverosamente un terzo motivo: questo libro esiste perché il suo autore lo ha voluto con una tenacia ai limiti dell’eroico.

Alessandro Biotti, filologo ed ex-docente di latino e greco, con ogni evidenza è tra coloro – molti, presumo, come ad esempio il sottoscritto – che da La domenica delle salme sono addirittura ossessionati. Lo presumo, anzi ne sono pienamente convinto, perché solo un’ossessione può spingerti ad avviare un’indagine tanto approfondita e puntigliosa, al cui rigore metodologico si accompagnano – vale la pena sottolineare – una felice vena affabulatoria e quel po’ di (auto)ironia sufficienti a garantire la giusta dose di leggerezza, o se preferite a evitare la frigidità da studio accademico/autoptico.

E che indagine sia, quindi. In due parti: la prima dedicata all’analisi dei “testimoni”, ovvero le pagine su cui De André vergava appunti e bozze, stesure provvisorie che gettano luce sulle fasi della composizione in maniera puntuale e non di rado sorprendente. Stiamo parlando ovviamente del testo: l’aspetto musicale – ovvero l’essenziale accompagnamento cucito da Mauro Pagani – è un po’ il convitato di pietra di questo saggio, territorio in cui Biotti sceglie di addentrarsi solo per lo stretto necessario e senza invasioni di campo, evitando tuttavia di girare l’ennesima lama nell’antica questione del Faber “poeta” prima che cantautore (De André stesso, del resto, si definiva “mosaicista”).

La seconda parte si concentra invece sul commento e l’interpretazione del testo stesso, un lavoro impressionante per la capacità di sollevare strati e sciogliere intrecci, alla luce della versione definitiva ma anche di ciò che avrebbe potuto essere. I versi provvisori ed espunti tornano cioè in gioco – assieme a stralci di interviste e dichiarazioni di collaboratori quali Bubola, De Gregori, Guccini e lo stesso Pagani – come indizi ed elementi probanti, il tutto radicato nel contesto storico di cui Biotti fornisce i rimandi politici e culturali.

Emerge quindi in tutta la sua portata il tentativo da parte di De André di “scolpire” una canzone capace di riflettere e rappresentare la profonda crisi dei valori consumatasi lungo il “decennio edonista”, i famigerati Ottanta da cui – per dirla con gli Afterhours – “non si esce vivi”, quelli del riflusso, del crollo di muri e ideologie, di Craxi e della milanesità da bere, della televisione che sciama nelle case egemonizzando le forme del dialogo, del dibattito, dell’informazione.

Alla luce di questa scia esegetica si chiariscono identità e senso della “piramide di Cheope”, del “pettirosso da combattimento”, del “gas esilarante”, del “cugino De Andrade”, della “scimmia del quarto Reich”, del “poeta della Baggina”, di “Baffi di Sego” e via discorrendo, figure che attivano connessioni profonde e oblique in un reticolo di riferimenti che Biotti porta allo scoperto con meticolosità, compresi ovviamente quei frangenti che farebbero pensare a veri e propri vaticini, vedi il passaggio di consegne tra craxismo e berlusconismo, oppure – e soprattutto – lo stigma della politica (tra i temi principali di Le nuvole) come preludio alla stagione di Mani Pulite, iniziata simbolicamente e praticamente il 17 febbraio del 1992 con la scoperta di una tangente pagata al direttore del Pio Albergo Trivulzio, noto ai milanesi come “la Baggina”.

Va detto che questa opera di disvelamento non pregiudica il potenziale suggestivo della canzone (né dell’album), anzi: a mio avviso l’ascolto guadagna livelli ulteriori di suggestione e stupore proprio per questo affiorare di ricchezza semantica, di stratificazione dei temi e depistaggio visionario. Soprattutto, Biotti non è mosso dalla velleità di voler esaurire tutti i livelli possibili di interpretazione: in alcuni casi – chi sono gli “addetti alla nostalgia”? Chi si cela davvero dietro al “ministro dei temporali”? – non ci sono risposte assolute, ma uno sfarfallare di ipotesi che proprio della loro ambiguità si fanno forza e chiamano l’ascoltatore a farsene carico, a mettere in gioco la propria disponibilità a pedinare simboli, a decifrare allusioni, a distillare significati da questa parata di spettri laconici e succosi.

In altre e poche parole, se da tre decenni vi state dibattendo tra fascino e interrogativi nei confronti di La domenica delle salme (è il caso – ribadisco – del sottoscritto), Un viaggio nell’officina del Faber è una lettura assai raccomandabile, perché densa, appassionante e probabilmente inevitabile. Il che mi pare anche un buon modo di definire le canzoni di Fabrizio De André.

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