• Mag
    17
    2019

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Dead Oceans

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C’è questo luogo comune nelle produzioni americane: che quando una persona si sente sola o persa se ne va in qualche bar a bere un bicchiere al bancone, rimuginando sulla sua esistenza. Il secondo album di Alex Lahey nasce proprio così, dalla frequentazione di qualche bar di Nashville. Un luogo per una sceneggiatura perfetta, pieno di potenziali storie che si incontrano e si uniscono, senza conoscersi, in quel posto, in quel momento. The Best of Luck Club è la migliore espressione di un contenitore di storie, ognuna diversa, con personalità difformi e sfumature proprie.

I Don’t Get Invited To Parties Anymore è una metafora che riguarda quel momento in cui ti allontani fisicamente dai luoghi che hanno segnato la tua esistenza, e le persone che ne hanno sempre fatto parte continuano la loro vita senza di te. Am I Doing It Right riguarda le aspettative e le paure racchiuse dentro i propri progetti. Don’t Be So Hard To Yourself, dal titolo sibillino, parla invece di indulgenza. Isabella è un’ode a un vibratore. E poi c’è l’amore e la comprensione in Black RMs. Insomma, si potrebbe anche continuare, ma ci fermiamo qua. Questo piccolo viaggio dentro lo storytelling di The Best of Luck Club basta per comprendere che, come detto prima, ogni canzone rappresenta una persona, ma rappresenta anche il momento di vita e le emozioni di una singola persona. In pratica è come se stessimo leggendo il Decameron di Boccaccio, la prima storia che racchiude tutte le altre è quella di Lahey, in pratica una one (wo)man band che, ad esclusione della batteria, se la canta e se la suona letteralmente tutta da sola e dimostra come un’unica persona possa racchiudere dentro di sé differenti emozioni, anche se contrastanti.

Non se ne vuole fare una questione femminista o di autodeterminazione, ma le donne qua assumono un ruolo importantissimo: non è un caso infatti che come compagna di viaggio per la produzione del disco la Lahey abbia scelto Catherine Marks, che per l’appunto ha lavorato con Pj Harvey e pure con St. Vincent. Quando inizia I Don’t Get Invited To The Parties Anymore, col suo riff di chitarra esplosivo, la prima cosa che si pensa è: finalmente! Più morbido e meno arrabbiato del suo predecessore e nonostante la sua risciacquata nell’appetibilità del pop, The Best of Luck Club è un album suonato in tutto e per tutto. Il suo sound vivo e tagliente gli garantisce di occupare il posto del disco power pop con le tante agognate chitarre, in un periodo in cui le chitarre iniziano a mancare e a tornare, ed è forse questo che può portare a un entusiasmo un po’ eccessivo.

Ma non ci sono solo le chitarre ad accompagnare le diverse storie, spuntano a sorpresa strumenti meno consoni, o per meglio dire “inaspettati” se si tende a relegare il disco in un genere di derivazione rock, o punk dei primi anni 00s. Il sassofono diventa protagonista in Don’t Be So Hard on Yourself mentre è il pianoforte a segnare il ritmo in Isabella e c’è spazio anche per la ballata Unspoken History. Quello che resta è un concept che anche se è stato già esplorato, è ben strutturato ma non basta. Alla fine dei conti però la sensazione è che The Best of Luck Club rimanga spendibile unicamente come soundtrack di qualche pomeriggio spensierato. Quello che lascia l’amaro in bocca è la mancanza di una riconoscibilità e incisività, quell’azzardo che garantisce l’alzata di asticella. Peccato, perché le carte per giocare in un altro campionato la Lahey potrebbe avercele.

24 Maggio 2019
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