• Mar
    01
    2010

Album

EMI

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Viene difficile negare che gli Alibia abbiano ascoltato molto gli Scisma, quelli di Rosemary Plexiglas soprattutto, e che ne abbiano interiorizzato le dinamiche e le suggestioni. L’incrocio non troppo netto fra voce maschile e femminile in primis; poi un certo spleen chitarristico vigoroso ma smussato verso il pop, cui fanno da cesello le melodie non troppo pronunciate di due pianoforti; infine un approccio lirico che cerca via diverse grazie ad accostamenti lessicali imprevisti o citazioni fra le più disparate (qui Baudelaire, Mogol, ma anche lo slogan di una nota marca telefonica). Ed è proprio da questa (gravosa) derivazione che il gruppo salernitano, arrivato ormai al terzo disco, dovrebbe svicolarsi. Perché gli Alibia il loro compito di songwriters tipicamente novantiani lo fanno alla perfezione, ma negli undici brani di Manuale apocrifo delle giovani marmotte urgerebbe una pur minima zampata che tolga il disco dalla moltitudine dei lavori buoni ma già sentiti.

I tentativi non mancano, come nei Radiohead post Ok Computer in aurea celestiale di L’idea di te, eppure sono colpi di reni sempre incastrati in un certo periodo, che non riescono a distogliere l’attenzione dell’ascoltatore da evocazioni già ampiamente vissute – in sintesi: il pop-rock di qualità che dai primi novanta ci ha portato agli anni zero, vedi l’accento Jeff Buckley de Il principio di conservazione. Forse è proprio venuto il momento di buttare in aria il tavolo e ricominciare da zero. Che lungo queste vie non si andrà mai oltre una sufficienza meritata ma assai imbrigliata dalle prerogative di partenza.

12 Aprile 2010
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Alibia

Manuale apocrifo delle giovani marmotte

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