Recensioni

7.3

“Troppa droga”. Quando gli Alice In Chains se ne sono andati ognuno per la propria strada alla fine degli anni ’90, tra loro non c’era stata “né rabbia ne animosità”, ma solo un lungo processo che si poteva riassumere con quella semplice e sconsolante frase. È quello che ha raccontato una volta il batterista, Sean Kinney. Come a dire: per spiegare cosa aveva fatto franare il gruppo non servono tante parole in più. L’argomento droga sarà pure il più trito e fastidioso quando si parla del quartetto di Seattle. Il fatto è che non lo si può proprio evitare, perché tanto peso ha avuto nella storia della band e nelle vite dei suoi musicisti. La droga ha ucciso il cantante, Layne Staley – e anche il primo bassista, Mike Starr. La droga è stata una costante, un’ossessione, dal primo brano del primo LP nonché primo singolo (We Die Young, ripetiamo we-die-young). La droga è la vera protagonista dei testi di un lavoro chiave come Dirt, a tratti un album a tema sulle confessioni di un eroinomane (Junkhead, Sickman o Godsmack stanno lì a testimoniarlo).

Ma proprio quel disco, Dirt, potente quanto funereo, aveva consacrato gli Alice In Chains negli anni in cui Seattle era la capitale mondiale del rock. Con buona pace di chi considerava Jerry Cantrell e i suoi più scaltri che originali, chi se li ricordava glam band che si truccava e cotonava i capelli prima di prendere a modello i Soundgarden, e diventare un po’ a sorpresa un export di successo della scena, a discapito di altri che avevano segnato la strada. Il traguardo del disco di platino raggiunto da Facelift, uscito nel 1990, in epoca ancora (per poco) pre-Smells Like Teen Spirit, era un grande risultato. E anche se i segni premonitori della Seattlemania c’erano più o meno già tutti, dai Soundgarden su major ai Mudhoney sui giornali inglesi, il video di Man in the Box su MTV fu forse il vero antipasto di quello che sarebbe successo con il ciclone Nevermind.

Con tutto il rispetto per la mente della band che era Cantrell, era soprattutto la voce di Layne Staley che dava agli Alice In Chains la loro particolarità. Anche rispetto al medio hard rock – che per certi versi incarnavano in confronto ai loro concittadini che avevano invece nel punk il proprio punto di riferimento. Layne che era un vocalist insolitamente intenso ed emotivo per una rock band che stava uscendo dagli anni ’80 e sintonizzandosi sui ’90 – un gruppo che aveva abbandonato lo spandex di Poison e Motley Crue per la camicia di flanella dei suoi corregionali, e per fortuna non ne aveva fatto solo una questione di abbigliamento. Layne e il suo timbro tormentato: un canto in preda a una perenne agonia, e con quella tendenza alla nenia da cui usciva come un gemito nascosto, un pianto primordiale. Layne cantore rock della generazione X che sentivi già andare incontro al destino nella sua doppia desolazione di poeta sentimentale e di drogato irrecuperabile (immaginiamo un incontro letterario impossibile: Sergio Corazzini meets William Burroughs). Insomma, Layne.

Ecco, la sua espressività come cantante valeva comunque qualcosa di più, aveva risonanze che andavano ben oltre quella dolorosa personale confusione tra arte e vita; e che lo rendevano interprete sensibile, per quanto enfatico, di un certo mood d’epoca (nonché di un cupo fatalismo esistenziale dai tratti assoluti, trascendentale e metastorico). Quella voce, che vibrava tra le distorsioni della chitarra e la pesantezza tetra della sezione ritmica, era uno strumento a trecentosessanta gradi per la sua espressività e duttilità. Era sempre lei il termometro emotivo della musica degli Alice In Chains, ne copriva ora le pecche (melodrammi come Love, Hate, Love sarebbero stati stucchevoli cantati da un altro; e William DuVall, non me ne voglia per questo, non fa eccezione) ma più spesso o quasi sempre ne rappresentava la vera marcia in più. Non a caso un album come Dirt,­ più che mai modulato sul canto di Staley, che fa leva sulle sue armonie e sui suoi cambi di registro quale dispositivo drammatico e retorico di assoluta efficacia, è quello che lancia in via definitiva gli Alice in Chains nel gotha del rock contemporaneo americano. Lo fa mostrando sì durezza ma con tutto uno spettro di toni che vanno dal rock macabro e claustrofobico di Them Bones alla dolcezza allucinata di Would? e che – è quasi superfluo dirlo – la voce incarna in modo esemplare.

Con il successore di Dirt, l’EP Jar of Flies, scritto sul momento in studio, la band si “sdoppia” di nuovo (dopo Sap del 1992) e si misura una seconda volta con il rovescio della sua medaglia sonora, l’acustico. Il formato breve e il registro unplugged si rivelano persino più congeniali dell’usuale veste “grunge”; è anzi in questi frangenti che gli AIC spiccano veramente il volo verso esiti espressivi di una levatura superiore e di un lirismo persino inaspettato. Esiti che fanno propendere chi scrive per la tesi che sia questo, se mai ne hanno avuto uno, il loro “capolavoro”: uno spazio sonoro atipico in cui si costruiscono tutta una tavolozza alternativa, si creano un respiro armonico altro, che vibra di psichedelia chitarristica ma scivola anche con grazia verso un country-rock dai modi intimisti e commoventi.

Con un disco – anzi un extended play, che da questo punto di vista è un caso raro – entrato direttamente al numero 1 di Billboard (è il gennaio 1994), gli Alice in Chains si ritrovano a non poterlo promuovere – traduzione, a non poter suonare dal vivo. Lo slot di supporto ai Metallica e la partecipazione a Woodstock ’94 sono cancellati (al loro posto vanno i Candlebox… e intanto i Metallica sfottono: suonano le prime battute di Man in the Box e mimano il gesto di uno che si buca). È merito anche della caparbietà di Jerry Cantrell e di una certa ostinazione di tutta la band se un nuovo album vede la luce un anno e mezzo dopo nonostante lo scetticismo dei discografici e le obiettive difficoltà. «Realizzare quel disco fu una pena», avrebbe detto anni dopo la manager, Susan Silver: «ore e ore ad aspettare che Layne uscisse dal bagno e giornate intere ad aspettare che si presentasse in studio».

Viene da pensare a posteriori che anche per supplire alla minore presenza del proprio sfuggente vocalist – che pure poco prima era stato coinvolto nello splendido disco dei Mad Season – il gruppo abbia attinto a risorse che forse non pensava neppure di avere o di sviluppare in maniera così estesa. La cosa che più colpisce è come gli Alice In Chains non avessero ancora mai suonato così apertamente psichedelici e dissonanti. Sludge Factory, Head Creeps – con il suo strano funk narcotizzato – o Frogs, otto minuti di allucinata jam, producono sprazzi di acid rock allo stato puro (e non è meno lisergico il blues zeppeliniano di Nothin’ Song). Non fa drizzare le orecchie solo  quella relativa novità. Heaven Beside You, scritta e cantata da Jerry Cantrell come voce principale (a proposito, nelle armonie vocali c’era anche lui, non dimentichiamolo), riesce a conciliare con fantasia e come meglio non potrebbe i due lati della medaglia, l’acustico e l’elettrico. Addirittura, di tutti i pezzi degli Alice in Chains è quello che forse riesce a farlo meglio, con più creatività ed estro. C’è naturalmente pane per i denti anche dei patiti dell’heavy rock: non mancano i classici riff rocciosi che sfoderano Again e Grind, anche se quest’ultima quando arriva al refrain frena un po’ il passo marziale e si lascia fluttuare in un’abulia onirica che pare persino suadente.

Appunto, le atmosfere non sono meno sinistre e morbose di quelle a cui i quattro ci avevano abituato. Nemmeno i momenti più melodici grondano joie de vivre. Di tutte le aperture dei dischi elettrici dei Nostri, però, quella dell’omonimo con Grind è paradossalmente la più “ottimista”. Certo, ci voleva poco, paragonata agli incipit di Facelift e Dirt (rispettivamente We Die Young e Them Bones). «In the darkest hole, you’d be well advised / Not to plan my funeral ‘fore the body dies…»: dice solo questo di diverso, Grind, ma in quelle trame mortifere anche una minima apertura bastava a far entrare luce e aria nuova. Ed era una dichiarazione forte, come pure pervasa di una macabra ironia. Si potrebbe dire lo stesso anche della copertina, disturbante come poche – l’immagine grigia, afflitta e minacciosa, sotto il jewel box fluorescente, di un cane senza una zampa –, che lasciava in fondo filtrare lo stesso messaggio. Anche zoppi e traballanti siamo in piedi, preparateli pure i necrologi ma teneteli nel cassetto per un po’. Noi ci siamo ancora. Così è. Dal primo all’ultimo pezzo, It’s Over Now, un commiato elettroacustico elegante e degno, messo anche in coda all’Unplugged registrato per MTV pochi mesi dopo. Dopo un breve tour di supporto ai Kiss il gruppo si sarebbe rimesso al lavoro solo per un paio di inediti finiti su un box antologico. E poi l’oblio.

L’album omonimo del 1995 era la risposta alla situazione tragica e surreale che si era creata intorno alla band: dallo stop forzato ai concerti ai continui rumours che rimbalzavano ovunque sulla fine degli Alice In Chains o di uno dei loro componenti. Un giorno toccava a Layne, quello dopo a Jerry. Ma tutti sapevano probabilmente in cuor loro che sarebbe stato l’ultimo capitolo. E che le fake news non erano proprio prive di un fondamento premonitore, se pensiamo a Staley e a ciò che è stato il suo progressivo lasciarsi andare: la triste cronaca di una morte annunciata. Già scritta più di quella di Kurt Cobain, che fu uno choc per il mondo, mentre Layne ha vissuto gli ultimi anni di vita, fino al 2002, da fantasma, da recluso, autoesiliato nel suo appartamento e d’altra parte lasciato al suo tragico e triste destino, come se non ci fosse già più. Tragedia più annunciata ancora perché di funesti presagi i dischi della band erano tutto tranne che avari.

Avari sono stati per altri versi gli anni successivi: se si esclude una carriera solista poco prolifica e neppure troppo convinta di Jerry Cantrell, il lascito artistico del quartetto è rimasto per un po’ ostaggio di epigoni poco convincenti ancorché premiati dall’audience – dalle meteore Days of the New con il loro grunge acustico, ai ben più fortunati, ahinoi, Godsmack, Staind e Nickelback. È stato così fino alla reunion, sorprendente da un lato, paventata dall’altro, con la new entry William DuVall al posto di Layne Staley. Un ritorno dai risultati in realtà nemmeno disprezzabili e probabilmente superiori alle aspettative – considerazione che vale almeno per un paio di dischi (quando ovviamente si tratta di rifare vecchi classici dal vivo con il nuovo vocalist, la differenza si sente tutta). Certo quei dischi non hanno aggiunto in realtà così tanto alla storia originale, quella delle prime cinque uscite tra album ed EP, quella con Layne. Gli amanti degli Alice In Chains si divideranno verosimilmente le loro preferenze per l’album del cuore tra Dirt e Jar of Flies, ma il disco omonimo, probabilmente il più sottovalutato del quartetto di Seattle, è quello che alla sua maniera ha incorniciato la maturità della band dandole la forma di uno strano, affascinante e conturbante epitaffio.

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