• Lug
    22
    2014

Album

Cooperative Music

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Cosa rimane di quel fuzz-pop spensierato e retrò che tra 2009 e 2010 invase le pagine delle webzine e dei blog musicali di tutto il mondo? Onestamente, poco o nulla. I piacevolissimi debutti, una manciata di singoli divenuti ormai piccoli classici indie (When I’m With You, Jail La La, I Can’t Stay e Never Come Around) ma soprattutto tanti dischi deludenti o, nel migliore dei casi, “carini ma dimenticati dopo una settimana”.

Un mix tra l’universo surf-garage pop appena citato e le immancabili influenze fine ’80/inizio ’90 – quest’anno sublimate perfettamente dai Fear Of Men di Loom – che hanno fatto la fortuna di molti noti indie-poppers è la base del sound riprodotto con gusto dai canadesi Alvvays, quintetto di Toronto che negli ultimi mesi si è fatto apprezzare grazie ad una manciata di encomiabili brani tra cui spiccano Adult Diversion – perfettamente in linea con l’immaginario pop più puro – e la più ariosa ma ugualmente orecchiabile Archie, Marry Me.

Come uno strano incrocio tra Tracyanne Campbell ed una Juliana Hatfield riverberata, la leader Molly Rankin imprime fluide melodie che suonano candide ed innocenti: tanto basta a rendere l’omonimo album d’esordio degli Alvvays un facile candidato per il trofeo “disco da ombrellone 2014”. Non bisogna di certo mettersi di impegno per immaginare il sole all’orizzonte e la brezza marina sulla pelle durante l’ascolto di brani come l’impeccabile – e per certi versi senza tempo – Next of Kin, la melodicamente zuccherosa Atop a Cake o The Agency Group, dal malinconico retrogusto pre-autunnale.

In un mare di riferimenti che spaziano tra le mellifue melodie dei primi anni sessanta, i rodatissimi e mai stancanti schemi twee, jangle e c86 di stampo eighties e sporadiche sferzate guitar-pop anni ’90 di scuola Teenage Fanclub (punto in comune con i non troppo distanti The History Of Apple Pie) è facile innamorarsi più delle singole canzoni che di scelte stilistiche che non brillano sicuramente per originalità. Nel loro caso a fare il bello ed il cattivo tempo è una scrittura che traduce semplici sequenze di note nella quintessenza dell’indie-pop modellato da un approccio lo-fi mai snaturato dalla produzione di Chad VanGaalen e dal mixaggio di due pezzi da novanta, Graham Walsh (Holy Fuck) e John Agnello.

Il debutto lungo degli Alvvays finisce per essere nulla più e nulla meno di uno dei tanti gradevolissimi dischi d’esordio che però faticano ad andare oltre le barriere di genere. Ma non gliene facciamo una colpa: i brani scorrono infatti fluidi e leggeri. A difettare semmai è il tassello fondamentale, ovvero la capacità di imporsi con personalità, la grande missione che solo in pochi riescono a portare a termine, soprattutto in casi come questo dove ci si presenta con sonorità che, bene o male, hanno fatto il loro tempo.

Accontentiamoci quindi di invaghirci per qualche settimana dell’ennesimo innocuo gruppetto da ascolto spensierato guidato dall’ennesima indie-diva minore (Molly Rankin) per poi passare oltre (Flowers?) senza troppi sensi di colpa.

4 Luglio 2014
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