• Mar
    04
    2014

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Island

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Plastificato ottimismo, bombastici cori alla Imagine Dragons, retorica all’americana, Glee-rock, ripugnanti laccate da spot-tv” sono solo alcune delle caratteristiche evidenziate nel descrivere gli American Authors all’interno della recensione del loro omonimo EP d’esordio uscito lo scorso anno. Avevamo lasciato i quattro “più conformisti dei Mumford & Sons“, riflettendo sul concreto rischio che potessero approdare al grande successo. A quattro mesi di distanza, il rischio sta lentamente trasformandosi in realtà, dato che in questi giorni la loro Best Day of My Life ha iniziato a scalare posizioni in classifica sia in USA che in UK. Dopotutto la loro è una formula infallibile nella più becera ottica radiofonica in cerca del motivetto fischiettante di turno.

Oh, What a Life, l’album d’esordio post-The Blue Pages della band formata da Zac Barnett (voce), James Adam Shelley (banjo, chitarra), Dave Rublin (basso) e Matt Sanchez (batteria), eredita tutte e cinque le tracce contenute nell’EP – Believer, Best Day Of My Life, Luck, Hit It e Home – contornandole con una cornice se possibile di valore ancora inferiore. Sei tracce spudoratamente wannabe-hit: il singolo Trouble non è deplorevole nella strofa, ma perde ogni minima credibilità appena attacca il chorus “I knew she was trouble from the first kiss” su di un abusato veloce giro di banjo; Think About It stagna su coordinate fun.-pop sorrette dal classico e urticante drumming festaiolo; Love è semplicemente comica; l’accoppiata formata da Heart Of Stone e Ghost ci riporta alle peggiori meteore del teen-rock americano di inizio millennio, mentre la meno esasperante titletrack riconcilia l’ascolto su binari di un patinato trad-folk corale.

Al netto dei singoli brani è facile inquadrare un disco come Oh, What a Life all’interno di una lunghissima schiera di prodotti USA & getta da dare in pasto a ragazzini aderenti ai più banali stereotipi da telefilm ambientati nelle high school americane. Gli American Authors né sono i primi, né saranno gli ultimi artefici di questo continuum culturale – in arrivo i Bad Suns di Cardiac Arrest e Bleachers con I Wanna Get Better – ma hanno l’aggravante di giocare talmente a carte scoperte da risultare detestabili fin dal primo impatto nel loro unire due dei flagelli della discografia odierna (i cori da stadio applicati al pop e gli ultimi risvolti della Age of Folk Prostitution) ad una banalità compositiva-melodica di difficile riscontro tra i colleghi di airplay.

7 Marzo 2014
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