Recensioni

6.8

In lingua slava Zaraza vuol dire “contagioso”. Un
titolo, un programma per una band  la cui
musica ha davvero l’effetto del contagio. Da noi non sono conosciutissimi, pur
essendo passati anche per l’Italia, in occasione dei loro tour mondiali. Ma
nella loro Amsterdam sono già un mito, cresciuto negli anni grazie a
performance coinvolgenti e ad un repertorio che va ben al di là della
tradizione del klezmer.

Si tratta di una formazione nata nel 1996 da alcuni
musicisti di origine ebraica, legati alla loro cultura, ma anche aperti alle
musiche balcaniche e mediterranee. Un mix che, con il passare del tempo ha
scavalcato la tradizione, dando vita ad un repertorio sempre più personale ed
eterogeneo. Il collettivo, fondato da Job Chajes, si è imposto sulle scene
grazie ad un attitudine del tutto particolare: radici nella musica ebraica sì,
sempre ben in evidenza, ma anche migrazioni verso altri territori, dai Balcani
alle terre slave, dalle molteplici trasformazioni migranti dei gitani, alla
Turchia.

I riferimenti si sprecano, ma è soprattutto la fusione degli elementi
ad apparire interessante. E divertente. Come le loro performance, adatte alla
strada, ma anche alla sala da concerto più importante d’Olanda, il
Concertgebow. Certo, la loro fortuna sta anche nella scelta di repertori molto
in voga in questo periodo, come quelli balcanici, ma ciò non toglie valore a
questi figli delle musiche del mondo. 

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