• Giu
    01
    2009

Album

AATT

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Il segnale definitivo del ritorno di un genere si ha quando anche i più improbabili figuri finiscono per cimentarvisi, con esiti non di rado discutibili. Se vi diciamo che questa band d’oltremanica propone da un quarto di secolo un goth rispettoso delle regole – l’esordio una faccenda del 1984 prodotta da Lol Tolhurst dei Cure – e nei ’90 ha aggiunto alla ricetta spezie lounge, salvo poi gettarsi nel blues prima del recente rimpatrio tra le tenebre, capirete che non di Geni si tratta ma di mestieranti. Sulla cui onestà, tra l’altro, non ci sentiamo di mettere la mano sul fuoco a giudicare dalle “opportune” svolte di cui sopra.

Suscita ulteriori dubbi questo cd autoprodotto che rilegge in chiave acustica una dozzina di brani del loro repertorio, vestendoli d’atmosfere folk fine sixties e concedendosi qualche puntata in stanze abitate dai Sophia più raccolti o in un’ipotesi di Nick Cave a spina staccata. Senza che sconfini nell’apocalittico, un esoterismo tipicamente “british” modella canzoni d’autore meditativa collocabile tra il giovane Momus e Bill Fay, con la differenza che Simon Jones e soci non possiedono brani tali da lasciare il segno e la monotonia ha la meglio ovunque, tranne che in Candace e nelle tese The Street Organ e Vincent Craine. Volere non basta in un’epoca in cui escono cento dischi al giorno, no.

28 Giugno 2009
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