• Dic
    04
    2014

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Atteso da tempo, tra EP e cambi di formazione, giunge al ridosso del triplice fischio finale di questo 2014 l’album di debutto di Andrea Arnoldi. Il cantautore bergamasco, qui accompagnato da Il peso del corpo – un ensemble quasi cameristica ma anche un coro e un’orchestrina di giocattoli – si presenta con un lavoro dedicato alla morte, alla sua funzione redentrice, alla possibilità di riscatto.

Impreziosito dai fiati di Pierluigi Brignoli, dalla sezione ritmica curata da Gionata Giardina, dalla sezione etnica di Giuseppe Olivini, dalla consulenza artistica di Christian Frosio e soprattutto dagli arrangiamenti di Leonardo Gatti, tra corde acustiche pizzicate e armonici di arpa, Le cose vanno usate le persone vanno amate è un lavoro complesso, di una profondità disarmante, stratificato in diversi altisonanti piani di lettura. Tra citazioni poetiche e perenni rimandi, Arnoldi gioca con la morte: lo fa sfidandola, deridendola, venerandola. Che in fondo cos’altro c’è alla fine di quella strada se non l’oblio di una speranza di lì a poco dal finire? Il cantautorato lieve e sussurrato si unisce così a impasti folgoranti ed evocativi che non fanno della rima un’ossessione. Ecco allora che a episodi di songwriting puro che tanto ricordano il debutto solista di Alessandro Fiori, si alternano momenti più sperimentali, ricercati, orchestrali, fatti di silenzi e sussurri, diafonie e suoni di viole, in un andamento sempre più teatrale, da primo Tom Waits.

Se Rebus è una vera e propria dichiarazione di intenti – consigliami un vestito più sgargiante per nascondere il mio niente – con la successiva Àncora il disco decolla, prende pieghe prima soffuse e poi sempre più ariose, in un incedere pizzicato che si apre su un tema di archi, tra innesti di Deleuze, Pessoa e Chlebnikov. L’ortica, a cui è stato dedicato anche un cortometraggio, affonda le radici nel romanzo di Giorgio Vasta Il tempo materiale: una ballata folk che sfocia in movimenti orchestrali, allegra e malinconica riflessione politica sul tempo che passa, sulle occasioni mancate, su quel che poteva essere e non è stato, mentre la morte sta per bussare alla porta.

Parigi-Torino prosegue nell’indagare quei luoghi ignoti della mente, vissuti talmente tante volte da non essere più riconoscibili, mentre Cometa si aggrappa agli ultimi spiragli di luce, le ultime segnaletiche che indicano la via, chiusa in un crescendo in punta di arpa e organo. Ci si avvicina su ritmi sempre più sostenuti verso la fine ultima (Requiem, Ringiovanimento) e l’epilogo di un piccolo gioiellino che muove da un concept e vaga attorno ad esso per poi liberarsene, lasciando che i mondi letterari, cinematografici e classicheggianti prendano forma autonoma nelle undici tracce che lo compongono. Coro e sitar chiudono Decalogo e un ottimo debutto, che con grazia e poetica lieve, lascia l’ascoltatore definitivamente immerso tra fascinazioni e mondi nascosti.

1 Gennaio 2015
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