• nov
    24
    2017

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Another Music

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È l’argomento principe al centro del dibattito pubblico degli ultimi anni: i giovani fuggono, vanno all’estero per un posto di lavoro meglio remunerato, per un futuro che qui in Italia non si riesce a programmare oltre il giorno che si sta consumando. Non solo cervelli, o manodopera di prima classe, ma anche artisti, che forse rientrano in entrambe le categorie. E musicisti. Tra questi c’è Andrea Manzoni, piemontese, pianista jazz tra i più brillanti della nuova generazione. Che tre stagioni fa si è trasferito a Parigi per tentare il grande salto. La concorrenza fa paura in una metropoli come quella, dove arriva il gotha dello spettacolo, ma se non te la fai addosso, confrontarsi con quella gente dà una scarica di adrenalina; e se hai qualcosa da offrire qualcuno è pure disposto ad ascoltarti, a offrirti una possibilità, non come qua da noi dove i gestori non rischiano niente e non hanno più alcuna passione. Sono ragionieri, sono come quelli che hanno mandato allo sfascio l’industria discografica, molto più dannosi della pirateria.

Andrea ha bruciato le tappe, partendo da lontano, con esperienze di band crossover, per toccare leggera e rock collaborando con Irene Grandi ed Elio, per poi aggiustare il tiro e colpire bersagli sempre più lontani, ma sempre più vicino al centro. Ecco allora il progetto NUR con la soprano Rosy Anoush Svazlian, che indaga il repertorio della musica armena; il duo sperimentale SJÖ che frutta due CD con lo svizzero Marcel Zaes che tratta elettronicamente ciò che suona Andrea; l’Andrea Manzoni Trio che griffa Quantum Discord. Poi Destination Under Construction e il nuovissimo He Knows Everything a suo nome (e insieme al batterista Andrea Beccaro). Inoltre, la musica per immagini, per il teatro, le sonorizzazioni e la collaborazione con TV e Radio di stato svizzere.

Dal vivo, poi, il vero habitat naturale del migliore jazzista, Andrea, per tornare a quanto si diceva sull’approccio con Parigi, non ha mai tremato, anzi, ha già toccato mete che se per i più sono il coronamento di una carriera, per lui sembrano trattarsi semplicemente del trampolino di lancio. La Carnegie Hall di New York, St. Martin-in-the-Fields a Londra, l’Auditorium Parco della Musica di Roma, l’Arts Center di Hong Kong, altre tappe in giro per il mondo, e di recente un tour di quindici date nei luoghi più in vista dove si fa musica della grande “madre” Russia. Ma se Andrea non dimostra alcun timore per le sfide, non abbiano paura i suoi potenziali, nuovi, ascoltatori, avvezzi al jazz o no (quelli che già lo conoscono possono fidarsi). Il pianista ha un tale temperamento che He Knows Everything, in realtà, non si presta a rientrare – senza scalciare – in alcuna classificazione specifica. Men che meno all’interno dell’hotel tutto stucchi e neoclassicismi del jazz come lo si intende oggi: un luogo di passaggio frequentato da musicisti ben vestiti, dalle belle maniere, dallo spartito educato, ma un po’ adagiati su sé stessi e sulla tradizione.

Se il jazz è apertura mentale e capacità di immaginare musica totale, allora He Knows Everything è jazz. Il meraviglioso lirismo di Repetitive Clouds è così jazz – appunto totale – che la prima cosa che salta in mente a metà brano è Tony Banks dei Genesis; così come sono agli antipodi del jazz, tanto da essere quanto di più jazz ci sia come concezione, l’accattivante impennata ritmica di Climate Change, che sfocia in una “fuga” inghiottita da una seconda parte fatta di minimalismo cacofonico, e You Can Call Your Therapist, il secondo brano del disco dal risvolto psicotico. La circolare, ipnotica, filastrocca pianistica del brano che intitola il disco sarà jazz? E la leggiadria contagiosa di Try To Be, invece? Sì. No. Ma. Ma chissenefrega se quei cinque minuti si incollano in testa come una melodia del migliore Paolo Conte (senza parole). E poi lo sprofondare sentimentale di Shapin’ It, o il gioco sonoro e di parole della breve The Sample Is Simple, insieme a No Comment che sa di Pat Metheny (e Lyle Mays), e alla deliziosa A Good Girl che potrebbe essere parte di un prossimo musical pronto a giocarsi una statuetta dorata.

Sono jazz? Ma. No. Sì. Cosa cantavano i Rolling Stones? It’s only jazz’n’roll, but I like it. Qualcosa del genere.

18 gennaio 2018
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