Film

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<p>L’esordiente Andrea Modaioli (già assistente di Moretti, tra gli
altri) realizza un giallo in sottrazione, ambientato
nell’apparentemente quieta e chiusa provincia friulana. Gli elementi in
gioco sono quelli dell’indagine classica (una ragazza è trovata morta
in riva a un lago nei pressi di un piccolo paese di montagna, e i
sospetti sembrano inizialmente ricadere sul fidanzato di lei), con un
commissario, il burbero Toni Servillo, il quale deve farsi strada tra
ambiguità, reticenze e indagini introspettive. </p>
<p>In
sottrazione, dicevamo: al regista interessa il non detto, e quel che
rimane togliendo via via il superfluo, concentrandosi su sentimenti,
dolori e mancanze. Non un’analisi sociale quindi e men che meno una
caratterizzazione in tal senso. Le interpretazioni sono allora asciutte
al massimo, potendo contare soprattutto su un cast di assoluta qualità,
dal citato Servillo a Fabrizio Gifuni, Omero Antonutti, Anna Bonaiuto,
Valeria Golino. </p>
<p> Tratto dal romanzo Lo sguardo di uno
sconosciuto della norvegese Karin Fossum, regista e sceneggiatore
(Sandro Petraglia) trasferiscono atmosfere nordiche in un paesaggio
carsico, e non si soffre del passaggio, anzi; prevalgono le linee
geometriche e l’algidità della fotografia, insieme a un senso di
precarietà e “orrore” suscitato dai luoghi e dal paesaggio. Una
metafisica geografica e del dolore. Che viene puntellata in modo non
calligrafico dalla colonna sonora di Teo Tehardo, tra dissonanze e
silenzi. Si assiste così allo scavare di Servillo verso direzioni
apparentemente insospettabili, inseguendo le sue intuizioni, mentre al
contempo è dolentemente preso dalle sue vicende personali (la moglie
che soffre di una malattia mentale degenerativa), altrettanto
laceranti. </p>
<p>La
malattia è un leitmotiv che tutto ammanta, provocando reticenze e
giustificando moventi e intenzioni e che peserà come una cappa
sull’intera indagine. La malattia che provoca e sostiene il delitto,
malattia che tocca in prima persona il commissario, le storie
principali (la vittima e il suo assassino) e quelle di contorno (le
efficaci caratterizzazioni di Mario e del padre, l’uno agito dalla
malattia mentale, l’altro in sedia a rotelle dominatore del figlio) e
che farà, alla fine di un gioco ormai inevitabile tra indagatore e
indagato, scoprire il colpevole. Un altro elemento che accomuna i
personaggi è il rapporti genitori-figli, e le delicate problematiche di
rapporto che ne derivano, a diversi livelli (il commissario con la
figlia, Mario e il padre, l’assassino il figlio morto, la vittima con
padre e sorella…).</p>
<p> L’abilità registica e in sede di
sceneggiatura è quella di mantenere una rarefazione ambientale e
introspettiva, mentre il ritmo diviene sottilmente più incalzante solo
nell’ultima parte del film, a giochi ormai fatti. E che così mantiene
costante il pathos dell’investigazione su personaggi e fatti.</p>
<p>In
sostanza un debutto interessante, presentato di recente a Venezia
durante la Settimana della Critica, che ci sentiamo di sostenere, in
attesa di ulteriori conferme. </p>

28 Ottobre 2007
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