• mag
    06
    2016

Album

Secretly Canadian

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Sono trascorsi ben sei anni da Swanlights, l’ultimo disco di Antony and the Johnsons, e da allora a oggi la carriera del cantante transgender americano si è evoluta in qualcosa di coerente e distinto. La distinzione simbolica tra il prima e il dopo è arrivata recentemente con la scelta del nome Anohni, che non era un alias scelto per attivare un nuovo progetto collaborativo con due dei musicisti elettronici più influenti sulla piazza, ovvero il concettuale Oneohtrix Point Never e il consulente speciale assieme ad Arca del Yeezus di Kanye West, Hudson Mohawke, ma una vera propria reincarnazione artistica, umana e filosofica. Lo scorso anno, parlando del singolo 4 Degrees, Hegarty si diceva stanco di essere in lutto per l’umanità e di far finta di non esser parte del problema. Di filata è arrivato un comunicato in cui chiedeva a tutti gli uffici stampa di essere chiamato al femminile e di sentirsi totalmente dalla parte delle donne e, neppure troppo implicitamente, contro la violenza dell’uomo e contro la violenza dell’America sia sugli stessi americani, sia nei confronti dell’intero mondo intero. I brani che ne hanno anticipato la pubblicazione, ora che possiamo ascoltare tutto il disco, ne rappresentavano dunque il miglior biglietto da visita, la porta spalancata su questa Hopelessness che è un disco che non parla la lingua del tedio, bensì quella di un pop luminoso ed immediato, tinto del consueto timbro soul di Anohni, rinnovato non tanto per arrangiamenti elettronici (molto più castigati di quanto ci si potesse aspettare), ma per slancio, levità e scrittura.

Si è già parlato di una nuova tipologia di canzone di protesta che ha sostituito il folk per come lo conosciamo con una nuova forma antigravitazionale di dance in cui sono i testi, rotondi ma taglienti, a trainare il discorso, testi che parlano di sorveglianza, chemioterapia, tradimento politico (Obama), guerre e razze, ecc, ma non con gli occhi delle vittime, bensì con quelli di un umano/sovrumano distacco da terra. Occhi che servono per planare sull’umanità e, nel contempo, per abbracciarla tutta, guardare con i suoi occhi, senza cinismo. Hopelessness intende proprio quel sentimento già dal titolo, ma la cantante non lo esprime con quel senso di oppressione e claustrofobia che ci si potrebbe aspettare dal pop post-Yeezus, al contrario, la passione è accorata, fraterna, in costante ricongiunzione con una natura che non può più esistere senza cristallini e mimetici filtri elettronici. In Drone Bomb Me musica e parole navigano sulle ali di un drone, drone che è l’aguzzino tecnologico dello stesso Anohni come di una ragazza afgana. Il testo recita: «Drone, bombardami, Spazzami via dalle montagne, fino al mare, Spazzami via dal fianco della montagna Fammi saltar via la testa». È il planare sguardo sulla terra di chi ha completamente rinunciato alla paura. Sotto le fanfare grime sinfoniche di HudMo, il tema ecologico ritorna nella psicologia inversa di 4 Degrees e anche qui lo sguardo è duplice: da una parte «che saranno mai quei 4 gradi in più sul pianeta terra? [pensa il popolo televisivo]», dall’altra, «tutti quei rinoceronti e tutti quei grandi mammiferi, Voglio vederli stramazzare, urlare nei campi, Voglio vederli bruciare».

È la modern dance che Hegarty ha pensato per gli anni Dieci, un album che fin dalle prime battute si configura come complementare rispetto all’esordio Antony and the Johnsons: il ruolo da angelo-cantore delle lacerazioni di un mondo malato che si consuma in se stesso ha lasciato il posto ad un femminismo oltre la decadenza, oltre il baroque chamber. Via la maschera della Drag Queen, dunque, via quell’immagine da musa lacerata che Lou Reed e Björk le avevano cucito addosso, dentro una nuova forma di consapevolezza di messaggio intimamente rotondo, pop, ma «dai denti affilati», come la musicista stessa ha voluto descrivercelo. Il senso di tragedia nel disco è consapevole, ma sublimato melodicamente e non verbalmente: s’insinua nelle musiche e nelle parole di un altro picco del disco, Watch Me, la ballata al tempo dei nuovi Big Brother digitali, dell’NSA, dei casi Spotlight, in un oggi orizzontale in apparenza super sicuro, ma dove basta un niente per venir hackerati, denudati di ogni segreto, uccisi senza processo. «So che mi ami perché mi osservi continuamente», canta Anohni a proposito del voyerismo di massa, ricongiungendosi nel finale con un interrogativo affatto retorico: «[mi ameresti anche] nel caso fossi coinvolta nel male, nel terrorismo, nella pedofilia?». Ancora una volta, né vincitori né vinti, tutti umani colpevoli; torna il concetto di abbraccio umano da parte di un artista trasformato che si sente responsabile di amore e di atrocità, e che ha deciso di stare dalla parte delle donne, come donna, dalla parte della vita tutta.

Da altre parti in Hopelessness il discorso si fa più apertamente politico e lì sì, dal pop si passa a una terra desolata post-tutto che ci ricorda degli afrofuturismi terrigni dei King Midas Sound o delle sospensioni autistiche di Aphex Twin (citato in Violent Man, brano nel quale è concessa l’unica nerdata del disco). In Obama c’è tutto il pessimismo cosmico da afroamericani traditi – che hanno subito Baltimora, Ferguson, ecc – e tutta la desolazione di chi aveva riversato nel Presidente americano le speranze per un sogno che alla fine non si è realizzato lasciando il posto ad un pervasivo sentimento di hopelessness. Sentirsi senza speranze, senza un divino, significa tornare al presente continuo nell’era internet dove non c’è altrove e, citando ancora Anohni, dove siamo tutti americani. Eppure in tutto questo sfacelo lo spazio in questo disco è stato dato non tanto alle paternali, ma a forze vitalistiche inaspettate, al sé bios.

Non tutti i brani tengono il confronto con l’imbattibile trittico iniziale: Why Did You Separate Me From The Earth segna in scaletta il ritorno al pop sedicinoni di Drone Bomb Me a un livello, se vogliamo, più normalizzato. Crisis, che si specchia nella precedente Watch Me, al contrario, segna un nuovo picco emotivo, l’ennesimo affondo al cuore. Ancora una volta c’entrano i droni, ed Hegarty sembra più imbattibile che mai nel ridurre tutta la sua arte e musica ad elementi basilari sia melodici che contenutistici («Se avessi ucciso tuo figlio, Con la bomba di un drone, Come ti sentiresti? Figlia, Se avessi riempito io le tue fosse comuni, E attaccato il tuo Paese, Partendo da presupposti falsi, Chiedo scusa, Chiedo scusa, Chiedo scusa»).

Grazie ad un lavoro di sintesi tra l’elettronica più cristallina e HD dei due producer coinvolti, un equilibrio tra melodia e messaggio che punta all’essenza del pop e alla comunicatività del folk, Hopelessness si presenta già dai primi ascolti come uno dei lavori più significativi dell’anno ma anche come uno di quei dischi che possiamo dire cruciali per gli anni Dieci. E il bello è che più lo si ascolta, lo si osserva da punti di vista differenti, e più la sua grandezza risulta evidente.

9 Maggio 2016
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