Recensioni

6.4

Chitarra acustica da folk singer vissuto, qualche nota di piano ad aggiungere un velo di condensata autorevolezza e per finire un’eterea sognatrice voce sufficiente a toccare le corde più intime dell’animo. Potrei fermarmi qui per raccontare questo debutto solista più che valido del calabrese classe ’85 Antonello Brunetti. Ma siccome il disco consta anche di un'altra metà, chiamiamolo lato B, più elettrico, caotico e meno studiato, tocca fare un distinguo. Buona parte di Open To Change si può facilmente ricondurre ai soliti noti del songwriting (Jeff Buckley, Nick Drake, Joni Mitchell), e in definitiva risulta essere questa la prospettiva più compiuta, felice e meglio resa del disco; brani come Underwater o My Will Becomes Weird ci restituiscono un cantautore in grado di disegnare originali e fascinose melodie e a pennellarci sopra testi taglienti, sognanti e provocatori.

C’è poi l’altra metà, più italiota, che ha riferimenti vaghi (Carmen Consoli, Paola Turci) e che pecca di quell’accuratezza nella resa sonora e negli arrangiamenti che invece è motivo di vanto della prima parte. Nello stato liquido, Ordine, Crowded Train, appaiono come frammenti capitati per caso o per sbaglio in una raccolta di belle canzoni scolpite con gusto e passione per un genere che Brunetti non si limita ad imitare, ma che riesce ad interpretare e a riscrivere con originalità e coraggio. Il genere è dei più difficili, va detto. La concorrenza è spietata. Open To Change potrebbe rappresentare un buon viatico per smuovere le acque, per catturare l’attenzione di qualche discografico, per segnalare la propria presenza in un mare affollatissimo. Ma certi esperimenti, per il momento, meglio abbandonarli.

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