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Battle alla Floridiana, rap all’Officina 99, graffiti ai Colli Aminei. Se di fenomeno si tratta, è fondamentale vedere quale influenza abbia avuto sui quartieri e i suoi abitanti. Si potrebbe quindi continuare con gli skate park di Pomigliano, le jam a Fuorigrotta e i primi negozi di abbigliamento hip hop a Piazza Dante. Non si dia retta dunque a chi racconta della novità, dell’ondata, dell’invasione del rap napoletano, un fenomeno diffusosi capillarmente sull’area metropolitana partenopea già a partire dagli anni ’80. Lo racconta Antonio Bove nel suo Vai Mò – Storie di rap a Napoli e dintorni, edito da Napoli Monitor. Un documento dettagliato e performativo, che mescola i flow dei protagonisti in una narrazione plurale inframezzata dagli interventi dell’autore.

Il titolo, Vai Mò, è quello del quarto album di Pino Daniele, che con la musica americana aveva rinnovato e arricchito la canzone napoletana moderna. Un sound che, prima del chitarrista, aveva ispirato James Senese e Mario Musella, veri padri del Neapolitan Power e figli di militari americani arrivati in Italia agli sgoccioli della Seconda Guerra Mondiale. Sarà un caso, ma è analoga la fonte che ha colmato la lontananza della zona vesuviana dalle principali capitali dell’hip hop internazionale. I nuovi suoni di New York approdano attraverso la base Nato di Bagnoli fin dagli anni ‘80. Televisioni e radio locali decrittano i segnali e trasmettono i primi vagiti. Nel frattempo cambia la musica nelle discoteche, e a Napoli si comincia a ballare e a pittare. Il ragazzo che porta il fuoco è ShaOne, poi arrivano Polo e Gransta Msv.

A farsi influenzare è chi ne ha la possibilità. Quelli che possono viaggiare, che riescono a vedere i film dedicati al fenomeno hip hop o ad accorgersi dell’esordio di Jovanotti. Motivo per il quale il rap napoletano non nasce nelle periferie, ma in seno alla borghesia. Nel ’91, l’onda lunga del movimento studentesco della Pantera partorisce l’Officina 99, centro sociale nel quartiere Gianturco reso celebre dall’omonima Posse, che si inserisce in pieno nella nuova onda della canzone di protesta. Da qui passa lo scontro sull’attribuzione politica (comunista) del rap napoletano che sarà affrontata dal giovanissimo Speaker Cenzou, lo stesso che confezionerà nel 1996 Il Bambino Cattivo, primo vero album rap partenopeo. Diventano appuntamento fisso i contest improvvisati a Piazza San Domenico, in pieno centro storico, che passano alla storia come “il periodo del bidone”, mentre le periferie non restano a guardare. C’è l’area nord dei Co’Sang, tra Gomorra e Nas, e quella est di Clementino, pluripremiato campione di freestyle e “testa d’ariete” del rap napoletano a livello nazionale.

Il problema con Napoli è che la filiera produttiva (a differenza di altre città italiane) non riesce o non vuole investire. Così, una serie di esperienze estremamente talentuose non ce la fanno. Progetti come La Famiglia e i 13 Bastardi non hanno vita facile, mentre altri, come Biscuits e Franky B, si spostano a Milano. La vitalità della scena, oggi come in passato, non gode dunque della giusta attenzione discografica, come riconosce in chiusura anche Enzo Avitabile dopo aver ricordato le collaborazioni con James Brown e Africa Bambaataa.

Sono dense e dettagliate, le pagine messe insieme da Antonio Bove, e raccontano un movimento e una galassia di esperienze con le voci dei protagonisti ad arricchire ulteriormente il materiale. Tra le righe si intravede anche una città che tra gli ’80 e i ’90 prova a modernizzarsi e ad afferrare un lembo di nord, quella che si ispira a Le Corbusier per le Vele di Scampia e che inaugura la metropolitana che collega Piscinola al Vomero. Vai Mò somiglia a un’ottima Guida Michelin del rap napoletano che, assumendo un punto di vista geografico preciso, offre una riflessione al tempo stesso specifica e generale sul rap. E parlando di musica a Napoli, la prospettiva non può che essere privilegiata.

21 dicembre 2016
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