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Di solito scrive e canta in inglese. Quella sera invece intona un pezzo spugnato di melancolia e di un drammatico incantesimo che gli ha insegnato un collega spagnolo. Nel pubblico, Antonio Dimartino rimane colpito da quella canzone, La Llorona, e a fine concerto chiede a Fabrizio Cammarata informazioni a riguardo. Da quell’incontro musicale nasce il viaggio in Messico dei due, che nel 2011 sarebbero arrivati dalle parti di Tepoztlan, alle falde del monte Chilchihuitl, per bussare alla porta di Chavela Vargas. In quella casa non sarebbero entrati, ma nel suo universo magico, sì. Un Mondo Raro è un progetto avventuroso che include un album e un romanzo ispirati alla cantante simbolo della mexicanidad.

Eppure Isabel Vargas Lizano non era nata nel Paese a Sud del Rio Bravo, ma a San Joaquin de Flores, in Costa Rica, il 17 aprile del 1919. Fuggita giovanissima da una famiglia distrutta, avrebbe trovato rifugio a Città del Messico, cominciando ad esibirsi in strada. Avrebbe poi fraternizzato con i padri della canzone ranchera Pedro Infante e José Alfredo Jimenez, amato Frida Kahlo ed Ava Gardner, cantato alle feste di Grace Kelly ed Elisabeth Taylor. La donna col poncho e la rivoltella in tasca, che mai ha nascosto la sua omosessualità in un mondo machista, l’avrebbero voluta nei loro film Werner Herzog, Salma Hayek e Pedro Almodóvar, per il quale era «la rude voce della tenerezza». Per il cantante spagnolo Joaquín Sabina era invece una «voz de rayo de luna llena», quella stessa Luna Grande che avrebbe intitolato il suo ultimo lavoro dedicato a Federico García Lorca. E pensare che il suo primo provino si era risolto in una stroncatura. Morta nel 2012, Chavela Vargas è stata l’orgoglio per la sua sessualità, la trasgressione delle bettole di Città del Messico e di quell’ambiente artistico e simbolo di una secolarità indigena. Sarebbe diventata infine una Chamana, curata e iniziata ai culti ancestrali dalla tribù huichol. A rendere la sua vita una parabola da realismo mágico sarebbero state però le sue diverse morti e resurrezioni. In un’intervista alla televisione messicana, la cantante argentina Mercedes Sosa dichiarò di voler portare un fiore sulla sua tomba. Ma era il 1988, e Chavela Vargas non era morta, ma solo scomparsa dalle scene, divorata dall’alcol. Sarebbe tornata, riempiendo teatri ed elevandosi a mito nazionale e internazionale.

Oggi rinasce ancora una volta, in Italia, dove non esisteva nessuna pubblicazione su di lei prima che Antonio Dimartino e Fabrizio Cammarata decidessero di tradurre quelle canzoni di amores y desamores, di notti bagnate di tequila e di vite tormentate. Testi scritti spesso da poeti ispanoamericani che i due hanno tradotto finemente, aiutati dalla somiglianza neolatina tra lo spagnolo e l’italiano e dalle corde dei Macorinos, Juan Carlos Allende e Miguel Pena, che della Vargas erano i fidi chitarristi. Circa mezzora di musica divisa in dieci pezzi che ricordano Vinicio Capossela vestito da mariachi, e quello che è stato Brassens per De André o Dylan per De Gregori.Tuttavia l’ascolto si apprezza interamente se accompagnato dalla lettura del romanzo, che con una prosa non propriamente sofisticata e attraverso un sistema di flashback e aneddoti, costruisce una narrazione affascinante e godibile.

Quello di Dimartino e Cammarata è un appassionato lavoro di ricerca sulle tracce di una bellezza che cerca a sua volta di restituire quella bellezza, di trasmettere e rendere quella fascinazione. Il progetto rende omaggio a una voce monumentale come un tempio e ancestrale come un rito. Un timbro immortale che fa a pezzetti il cuore e raschia il fondo dell’anima, fino ad aprire le porte di un mondo raro, unico e al tempo stesso strano. Che questo vuol dire “raro” in spagnolo.

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