• Ago
    01
    2012

Album

Rough Trade

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Di Antony Hegarty conosciamo bene ormai il mistero luminoso, il romanticismo transgender condotto sul filo di un impressionismo struggente, prima teatrale che cinematico, come una frontiera spirituale che esiste discreta e formidabile. Queer e asceta dal crooning angelico, non ha fatto fatica a farsi apprezzare dai grandi del pop rock come il suo mentore Lou Reed e la ex-folletta Björk, che lo hanno utilizzato come guest star d'eccezione, finendo per cucirgli addosso loro malgrado una ingrata sagoma da freak ultraterreno. Il buon Antony ha comunque saputo mettere assieme una discografia formalmente e poeticamente rigorosa, quattro album all'insegna di un art-pop cameristico punteggiato da intuizioni melodiche – e relative interpretazioni – straordinarie.

Con Cut The World è arrivato il momento di fare antologia e nel modo migliore, proponendo una selezione di dieci tracce eseguite live in quel di Copenhagen con l'apporto della Danish National Chamber Orchestra su arrangiamenti dei sodali Rob Moose (già al lavoro con Ryuichi Sakamoto e Sufjan Stevens), Maxim Moston (David Byrne, Dave Gahan…), del giovane lanciatissimo prodigio Nico Muhly e dello stesso Antony. Il risultato è splendido, intenso, sontuosamente sobrio. La sola Cripple And the Starfish con le sue vampe accorate vale il prezzo del biglietto, ma lo sdilinquimento lunare di The Crying Light ed il crescendo emotivo di Epilepsy Is Dancing non sono da meno, per non tacere della gravità agrodolce di Another World e del gospel angelicato di Swanlights. Completano l'operazione l'inedita title track, dal lirismo quasi muscolare, e lo speaking programmatico di Future Femminism, tanto per ribadire con che persona(ggio) abbiamo a che fare.

Se può sembrare un'ostentazione estetica eccessiva, un esercizio di raffinatezza camp per costruirsi una collocazione espressiva peculiare sì ma artefatta, è vero altresì che fatichi ad immaginare un abito migliore per queste tracce, sensazione simile a quella provata in occasione dell'ottimo Composed di Jherek Bischoff. Due indizi che non fanno certo una prova: solo con una cospicua dose di faciloneria potremmo azzardarci a sostenere che "classic is the new loud". In ogni caso, staremo a sentire. Come sempre.

20 Luglio 2012
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