• gen
    15
    2014

Album

Black Candy, Warner Music Group

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Il percorso degli Appaloosa è davvero ammirevole: in cinque dischi la formazione livornese ha perfezionato un suono strumentale ubriacante e vigoroso, mutuato in parti uguali sia da una dimensione live in cui la band eccelle – dimostrazione ne sono anche le numerose date dal vivo collezionate all’estero -, sia da un lavoro in studio ricco di stimoli diversissimi tra loro. Il quinto album della formazione fa forse quello che nessun disco prima aveva fatto, ovvero razionalizzare questi stimoli, cercando di cavarne fuori un mood coerente e riconoscibile, prima che destabilizzante. Un processo probabilmente influenzato anche dalla dimensione “intima” da cui è nato il tutto, con i soli Niccolò Mazzantini e Marco Zaninello a lavorare in pochi mesi sul materiale.

Il denominatore comune, in questo caso, è rappresentato dai concetti di “trance” e psichedelia esplicitati dal titolo e dalla bellissima copertina del disco, un’ispirazione che snellisce il suono del precedente The Worst Of Saturday Night facendolo convergere verso un groove fumato, reiterato e senza troppe vie di fuga. Acido, come potrebbero essere un Gonjasufi ventimila leghe sotto i mari (Amigo Mio, Jerry), dei Chemical Brothers vagamente industrial (Barabba (Lu Re)) o magari un punk-funk muscolare evangelizzato da un Oriente sempre più vicino (la Deltoid con il feat. di Rico di Uochi Toki). Si respira un’aroma etnico sui generis, negli undici brani dell’album, con le poderose e ipnotiche linee di basso della band perfettamente integrate in una sorta di raga post-industriale (Trance44) imponente e magnetico, terreno e lisergico al tempo stesso.

Considerata tutta la produzione della band, Trance44 si candida paradossalmente a probabile entry level per tutti quelli che vogliono avvicinarsi a questi suoni – di certo, ci pare il disco più “comprensibile” e omogeneo tra tutti quelli pubblicati – non perdendo, tra l’altro, un grammo del fascino legato al marchio Appaloosa.

19 marzo 2014
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