• lug
    01
    1988

Ristampa
69

Rough Trade

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L’ascolto “a posteriori” di 69 è un’esperienza in tutti i sensi stupefacente. Semplici, in fondo, le ragioni: la storia della musica è colma di geni loro malgrado in eccessivo anticipo sui tempi; di visionari che vanno oltre il raccogliere lo spirito dei tempi che permea l’aria e tradurlo in canzoni, e già basterebbe. Alcuni persino scrivono regole che, nell’indifferenza diffusa, ci mettono anni prima di divenire patrimonio comune. Nel caso degli A.R. Kane riconosci un misto delle circostanze di cui sopra, con un successo planetario sotto mentite spoglie a confondere ulteriormente le carte. Un passo indietro alla fine degli anni ’80, adesso: l’ortodossia rock sta cadendo sotto i colpi del crossover e “contaminazione” diventa la parola d’ordine, che prevarrà lungo il decennio successivo riverberandosi fino ai giorni nostri.

In quelli, di giorni, cadevano i muri e il mondo come lo conoscevamo perdeva le certezze su cui si era basato dal dopoguerra in poi, mentre il pop gli andava felicemente dietro. Presto il 1991 avrebbe fatto piazza pulita dei manichei e la nostra musica sarebbe cambiata per sempre e per fortuna. A Londra, in un ’86 dominato da bellimbusti da classifica e da un indie-sound dedito alla riscoperta – in certi casi, alla rielaborazione – dei Sessanta, si incontrano Alex Ayuli e Rudi Tambala: il primo singolo si guadagna spallucce e la definizione di “Jesus & Mary Chain di colore”. Cosa che in parte sono, ancorché più attenti alla componente ritmica (felice retaggio di negritudine) e ovviamente più psichedelici dei fratelli Reid. Chiarisce in parte le cose il passaggio da One Little Indian a 4AD per l’e.p. Lollita, pop onirico asperso di feedback prodotto da Robin Guthrie di Cocteau Twins. Ancora non lo chiamano shoegaze, però in anticipo ci siamo eccome.

Succede poi che il capo dell’etichetta Ivo Watts-Russell persuada il duo a far comunella con Martyn e Steven Young dei Colourbox, più l’asso della consolle Chris “C.J.” Mackintosh e il DJ Dave Dorrell: in testa l’idea meravigliosa di un brano prodotto basandosi solo su campionamenti e breakbeat. Dell’epocale Pump Up The Volume si smerciano milioni di copie, portando l’avanguardia in classifica e incidendo sulle sorti della black music a venire. Siccome il progetto M/A/R/R/S non va oltre, i piccati A.R. Kane approdano a Rough Trade per un esordio che non tradisce le attese createsi nel frattempo. Gran parte della bellezza atemporale di 69, oltre che nel tratteggiare in modo sensazionale e con largo anticipo alcuni momenti chiave degli anni Novanta, sta infatti in sonorità sospese e “oceaniche”.

Come dei My Bloody Valentine che trattengono le distorsioni sullo sfondo per lavorare sul ritmo, lasciano emergere melodie eteree e un canto che – lambendo il Tim Buckley più trasparente – si inerpica tra volute di psych-funk siderale toccando una musica di sfere celesti, però fisica. Liquidi groove e slarghi dub si sciolgono dentro il noise-pop in voga e indicano la strada a Bark Psychosis e Seefeel, si staccano per inventiva e piglio sia dal plotone degli “osservatori di scarpe” che dagli austeri alabastri di scuola 4AD. Miracolo a sé stante, l’estetica di 69 (ineguagliato anche dagli artefici: un anno dopo i sarà stimolante benché dispersivo; Americana e New Clear Child avranno tra ’92 e ’94 viceversa poco da dire) porge un’estasi sensuale e insieme spirituale, canzoni-collage che si arrestano un attimo prima di perdere forma e trasporto emotivo. Anche in questo, una fulgida lezione per la contemporaneità.

1 marzo 2011
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