• nov
    20
    2015

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Mute

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Alejandro Ghersi batte il ferro finché è caldo e ad esattamente un anno dall’uscita di Xen, il concept album basato su un fittizio e cibernetico personaggio genderless, raddoppia con Mutant, un secondo lavoro che nell’intorno delle produzioni più emblematiche della nostra epoca, si piazza sicuramente tra le prime posizioni.

Mentre sul web si moltiplicano i forum e le discussioni Reddit su come replicare i synth organici di Arca o Holly Herndon – chiaramente i due più gettonati – risulta lampante quanto campionamenti e manipolazioni digitali nella produzione del venezuelano Alejandro Ghersi abbiano raggiunto fin dall’esordio un livello di riconoscibilità invidiabili, una vita propria rispetto ai lavori su commissione effettuati nelle vesti di producer per Fka Twigs, Kanye West e firme della moda come Hood By Air. Arca possiede un sound timbricamente molto personale ma ciò che stupisce di più nella sua seconda prova è quanto esso sia malleabile e plasmabile in micro mondi sonici fatti di interiorità ed esterne che sembrano fondersi l’uno dentro altra o procedere per intrecci, avvitarsi e/o inseguirsi. Da una parte distinguiamo un’intimità combattuta in un dedalo di contorsioni aliene (il post- delle bodly functions di Herbert e Matmos), dall’altra si staglia una chamber music bladerunneriana, cattedratica e magnifica.

In Mutant Ghersi ci mostra 20 nuovi short cuts della sua maestria, una collezione di tracce che esplorano tanto le giustapposizioni puntiformi di un Oneohtrix Point Never quanto i piano preparati di John Cage: si va dall’astratto al melodico, dalla pièce ambient alla chamber androide, con ogni episodio a collegarsi al successivo in un cangiante mosaico che, oltre alla scala di cromatismi del passato, esplora anche un’inedita palette pittorica affondata con precise manate di colore/suono. In alcuni frangenti sembra che Arca sia sul ciglio del grattacelo a guardar giù, sospeso tra le sensazioni più vive del proprio corpo e devastanti pensieri esistenziali, in altre sembra addentrarsi nei corridoi di qualche multinazionale hi-tech giapponese evacuata (Snakes). C’è spesso un lato romantico nel tingere queste tele cibernetiche, seppur nella marzialità dei tratteggi (Sever) o tra le pieghe dei filtri o nei frastagli dei beat che schiudono e richiudono saghe melodiche sofferte, anche strazianti (Vanity); di converso troviamo episodi rhythm driven dove spezie latine vengono stritolate da scorribande di synth e filtri magmatici (Anger), e stretti campionamenti di voci e percussioni africane procedono per accartocciamenti e convulsioni (Umbilical).

Il secondo viaggio nel mondo di Arca ci restituisce uno dei dischi elettronici dell’anno per forza espressiva ed esecuzione. Senza più l’effetto sorpresa dato dalla spettacolarità del suo gesto, quel che abbiamo è un album comunque folgorante, carico di dettagli, atrii ed immensi stanzoni, spesso imprevedibile nelle soluzioni arrangiative eppure ugualmente coerente con un’idea mutante, digitalizzata di corpo visto spesso in terza persona o con una microcamera infilata nelle arterie a misurare l’adrenalina o l’estasi, un mondo che Ghersi dipinge come un’ideale colonna sonora di Blade Runner 2 e che abita come fosse una seconda pelle.

20 Novembre 2015
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